Il prezzo della pace

Una testa umana è posata sull’asfalto in un lago di sangue. Intatta. Non è un manichino. Il resto del corpo è stato disintegrato dall’esplosione che ha ucciso, insieme al kamikaze, un numero ancora imprecisato di persone. La folla degli esperti in tuta, guanti e mascherina che le si affanna intorno, pare quella di una sala operatoria. Sono soltanto i rilevatori dell’ennesima strage. Più avanti, in mezzo alla strada, c’è la carcassa di un pullman esploso come un palloncino.Tutt’attorno i corpi dilaniati dei passeggeri. E poi macerie e ancora macerie di case e cumuli di masserizie. E gente in fuga, fra dense colonne di fumo, terrorizzata sotto la minaccia di soldati in armi, loro pure spaventati. Da una parte e dall’altra scene strazianti di disperazione dei sopravvissuti. È la nostra razione quotidiana di notizie, immancabilmente brutte notizie, dalla Terra Santa. Da molti anni, ormai, raccolgo immagini per documentare il calvario infinito di questi due popoli. Ne ricordo molte, dai giorni delle guerre lampo negli anni Cinquanta-Sessanta, quando l’opinione pubblica era schierata ancora in favore del piccolo popolo della stella di Davide, sul punto di affogare nel tempestoso mare di ostilità dentro cui galleggiava. Ai giorni dell’ebbrezza per quelle apparentemente facili vittorie. Alle illusioni di superiorità, quasi di invincibilità, lungamente cullate; e alla politica pendolare che ne seguì, fra ricerca di convivenza pacifica e azioni di fiera ostilità, come l’avventura nel Libano, per procurarsi una sicurezza ahimè sempre più lontana. E, parallelamente, il calvario dei palestinesi, la loro tragica diaspora, i campi profughi, i tentativi di convivenza e i ritorni al terrorismo, l’intifada mai del tutto scomparsa, fino all’esplosione attuale, che pare senza ritorno. Oggi il vento è mutato. Le simpatie vanno in gran parte a chi sembra subire la maggiore offesa, mentre, pur nello sbigottimento che producono le stragi dei kamikaze, si stenta a capacitarsi delle ragioni che hanno spinto Sharon a forzare la mano fino a questo punto. Il mondo intero protesta e si ribella. E ci si attiva, certo in ritardo, per interporre mediazioni cui nessuno sembra voglia rispondere più. L’Europa, nella sua impotenza, ne è uscita quasi ridicolizzata. Gli americani, dopo lunghi tentennamenti, si sono espressi finalmente con determinazione: Bush ha cambiato parere e chiede a Sharon di ritirare le truppe, mentre invia lo stesso Colin Powell per un lungo giro di consultazioni e coinvolgimento nei paesi arabi amici, prima di incontrare Sharon. Quotidianamente ormai si leva accorato l’appello del papa: “La drammatica situazione in cui versa la Terra Santa – ha scritto in una lettera che ha tutto il crisma dell’ufficialità, indirizzata al segretario di stato cardinale Angelo Sodano – mi induce a rivolgere di nuovo un pressante appello a tutta la chiesa affinché si intensifichino le preghiere per quelle popolazioni ora dilaniate da forme di violenza inaudita”. E ancora: “Giungono notizie sempre più tragiche, che contribuiscono ad accrescere lo sgomento dell’opinione pubblica, suscitando l’impressione di una inarrestabile deriva di disumana efferatezza. “Di fronte alla caparbia determinazione con cui, da una parte e dall’altra, si continua ad avanzare sulla strada della ritorsione e della vendetta, si apre la prospettiva del ricorso alla preghiera accorata a quel Dio che, solo, può cambiare i cuori degli uomini, anche dei più ostinati”. C’è poi, nella lettera, un invito a rispettare le risoluzioni dell’Onu. La condanna del terrorismo e la riprovazione dell’umiliazione inflitta ai palestinesi. E ancora la richiesta di proporzionalità nei mezzi di difesa. Oltre alla protezione dei luoghi santi. Nei giorni in cui alla guerra combattuta in Terra Santa si è aggiunta anche da noi quella delle parole e delle manifestazioni cariche di odio e di violenza, ci sembra che gli inviti del papa, come quelli altrettanto nobili di Ciampi, e di chiunque riesca a levarsi senza meschine strumentalizzazioni al di sopra della faziosità, vadano valorizzati. Mai come oggi si deve riconoscere che la pace non ha prezzo e che va posta al di sopra di ogni pur comprensibile risentimento.

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