Il povero, i ribelli

Un giorno, andando all’università, sono passato da una chiesa. Ero lì in preghiera quando mi si avvicina, zoppicando, un ragazzo vestito di stracci e con uno zaino molto pesante. È per chiedermi un’elemosina. Mi alzo e insieme andiamo verso la porta per non disturbare le persone sedute nei banchi. Lì egli si apre sulla sua situazione: mancavano tre giorni per entrare in una comunità di recupero, ma non aveva i soldi per mangiare né sapeva dove andare a dormire. Mi mostra anche una brutta piaga ad una gamba. Avevo con me solo il denaro sufficiente per comperare un libro per un esame e per mangiare in mensa. Mi sono voltato verso l’altare e con fede “Gesù – gli ho detto fra me -, tu sai che questi soldi mi servono, ma io credo all’amore del Padre… “. Li ho presi e li ho dati al ragazzo, il cui volto si è illuminato. Ancora fuori della chiesa lui continuava a ringraziarmi… Poi sono andato in facoltà, ed è passata la mattinata senza che pensassi più all’accaduto. A mezzogiorno, in mensa, mi servo col mio vassoio e consegno la mia tessera magnetica alla cassiera, che mi dà uno scontrino con stampato “euro 0”. Come mai? Lei mi chiede se avevo fatto la domanda per la borsa di studio. Rispondo di sì, ma che non ero entrato in graduatoria. E lei: “Hai perso la borsa, ma in compenso ti hanno assegnato la mensa gratuita per tutto l’anno”. Sento un “tonfo” al cuore: il Padre lassù non aveva aspettato neanche due ore per ricambiare… Stefano – Padova Il 28 novembre scorso mi trovavo ad Abidjan con mio marito, che aveva bisogno di controlli medici, mentre i nostri figli erano rimasti a Man. E proprio quella notte quella città è stata presa dai ribelli. Appena l’abbiamo saputo, abbiamo telefonato ai ragazzi bloccati lì (funzionava ancora il telefono), raccomandando loro di essere molto prudenti e di attenersi ai suggerimenti che avremmo via via dato. Quella stessa notte però quattro ribelli si introducevano in casa nostra. Dopo aver derubato i nostri figli dei pochi soldi che avevano e del loro cellulare, volevano arruolare a forza il nostro Jean-Louis che ha un fisico da atleta. Invano i fratelli supplicavano di lasciarlo stare. D’un tratto, inspiegabilmente, il capo dei ribelli ha rinunciato al suo proposito, e nel momento di lasciare la casa ha sussurrato all’orecchio della nostra figlia maggiore: “Andate via di qua al più presto: per questa volta lasciano stare vostro fratello, ma ritorneranno domani”. Poi indicò il sentiero da prendere. Sarebbe stata una trappola? Dio solo sapeva. Comunque i ragazzi sono partiti appena fatto giorno. Con pochi soldi in tasca, hanno percorso a piedi 45 chilometri prima di arrivare ad una cittadina da cui continuare il viaggio a bordo di un camion. Ma il prezzo del trasporto, data la situazione, era triplicato. Uno sconosciuto però li ha fatti salire pagando per tutti, e nonostante le insistenze dei ragazzi non ha voluto lasciare l’indirizzo perché in seguito noi potessimo rimborsarlo. Arrivati a Duokoué, i nostri figli hanno trovato alloggio da una famiglia anch’essa sconosciuta. Sono stati rifocillati, fatti lavare e accompagnati alla stazione per proseguire in pullman fino a Abidjan. Durante il viaggio ci sono stati frequenti controlli ai passeggeri, ma mai ai nostri figli, uno dei quali non aveva neppure un documento di identità. Al loro arrivo ad Abidjan, io e mio marito abbiamo pianto nel vedere in quali condizioni erano ridotti i nostri ragazzi; ma più forte per loro era stata l’esperienza dell’amore di Dio. L’indomani li abbiamo accompagnati a Dabou, presso un loro zio. Jean-Louis come prima cosa ha domandato dove si trovava una chiesa. “Sai, papà – gli ha confidato -, il tuo Dio è veramente forte!”. Proprio lui che, pur battezzato, ma non avendo ancora radici salde nella fede, era arrivato a dubitare della sua stessa esistenza. Christine – Costa d’Avorio

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