Il pop bricolage

Miracoli della tecnologia. Mentre l’industria mondiale della canzone cerca disperatamente di contrastare gli eredi di Napster o per lo meno di gestire in modo meno oscurantista il rapporto tra musica e web, i voraci consumatori di tutto il mondo sono già alle prese con nuove suggestioni. Una delle più significative – e sintomatiche – si chiama bastard pop. Non lasciatevi ingannare dal provocatorio sensazionalismo dell’etichetta: in realtà non è altro che l’ultima frontiera dell’ibridismo imperante. O se preferite, l’ennesimo evidente segnale del bisogno della gente, degli artisti – e naturalmente anche degli immancabili faccendieri dell’ambiente – di uscire dai clichè, dalla banalità, e dalla depressione dei mercati contemporanei. Non a caso abbiamo a che fare con un fenomeno ancora emergente, e come tale di nicchia e in larga parte non ancora legalizzato. Di che si tratta? È semplice: prendere la parte vocale di un determinato brano, e mischiarla con quella strumentale di un altro. Ovviamente perché l’operazione risulti intrigante occorre azzardare mix sufficientemente spericolati: per esempio il pop pruriginoso di Kylie Minogue e l’avanguardismo dei New Order, giusto per citare uno degli esempi più eclatanti. L’idea non è certo recentissima, ma fino ad ora erano per lo più esperimenti isolati e occasionali. Oggi invece il fenomeno appare segnato da una sistematicità che sembra promettere ulteriori rilanci e infinite potenzialità espressive. Come sposare Mahler a Janis Joplin, sovrapporre Louis e il duo di Piadena, incrociare Caruso coi Nirvana. Gli sconosciuti Osymyso per esempio sono riusciti a confezionare una suite di dieci minuti infilandoci dentro le introduzioni di più di cento canzoni! Non c’è limite alla fantasia del “fai da te”, e soprattutto la tecnologia informatica e la diffusione di internet stanno per offrire la possibilità di codesti cimenti a un pubblico vastissimo. Tant’è che sono già disponibili numerosi software (come Soundtoy) fatti apposta per semplificare questo tipo di manipolazioni. Ovviamente sono pochi, per ora, gli artisti che hanno accettato di lasciar manipolare le proprie creazioni, ma con la crisi imperante non è difficile immaginare che tale pratica, debitamente legalizzata, potrebbe dare ossigeno a più di un bilancio. E quel che oggi sono produzioni clandestine – da qui la riesumazione del termine bootleg con cui vengono definite – potrebbero presto acquisire piena legittimità. Sul come e quando è ancora prematuro esprimersi, ma è indubbio che quella che potrebbe prospettarsi è una piccola rivoluzione: giacchè lo specifico creativo, e il conseguente baricentro emozionale, si spostano decisamente dall’opera stessa all’effetto, più o meno straniante, creato dall’accostamento tra questa e un’altra: generando infiniti patchwork sonori che diventano “opere” a loro volta. Del resto l’impulso è antico di almeno un secolo, da quando cioè ha preso forma il concetto di riproduzione. Basti pensare al collage. Considerando da quando esiste la riproduzione fonografica si è perfino in ritardo… Secondo alcuni c’è un che di dadaista in tutto ciò, ma al di là delle classificazioni, il fenomeno può anche essere letto come un eloquente indicatore di varie tendenze: prima tra tutte il disperato tentativo di “riappropriarsi” del pop da parte del popolo dei consumatori, troppo a lungo e troppo pesantemente vessato dagli imperativi del business. Così come gioca l’oggettiva crisi creativa in atto, il crescente protagonismo dei dj, dei producers, sempre meno disposti ad accettare l’antica marginalità del loro ruolo. Certo è che il bastard pop non sembra avere le sembianze d’una moda passeggera come tante, ma pare piuttosto l’incipit di una nuova espressività: almeno in questo campo ancora tutta da definire e da “regolamentare”. Franz Coriasco CD Novità GIORGIO GABER IO NON MI SENTO ITALIANO Cgd-East West In testa alle classifiche, come previsto. Con un album lontano più della luna dalle convenzioni correnti. Il signor G ci lascia con una manciata d’inediti e la rilettura di qualche capolavoro del passato di straziante attualità. Soprattutto con l’arguzia, la lucidità analitica, l’ironia dolente e la tenerezza dei suoi giorni migliori. Quasi un testamento, da capire e meditare nel profondo, oltrecchè da godere nel tempo. LOU REED THE RAVEN Wea In un doppio cd (ma ne esiste anche un’edizione ridotta a uno soltanto) lo stagionato rocker new-yorkese si cimenta con Edgar Alla Poe in un opera complessa, piena di ospiti di riguardo (David Bowie, la compagna Laurie Anderson, Ornette Coleman e l’attore William Defoe tra i tanti), ovviamente cupa, introspettiva, spesso inquietante. Assai suggestiva, tanto più che il nostro non s’è limitato a rileggere il tenebroso romanziere statunitense,ma anche a riscriverlo, filtrandolo attraverso la propria sensibilità umana ed artistica. Per quanto abbastanza variegato musicalmente, l’album è indubbiamente impegnativo, a tratti perfino spiazzante: fatto più per rispondere a un imperativo interiore che per soddisfare i suoi ancor numerosissimi fans. NICOLA ARIGLIANO MY NAME IS PASQUALE! Nun – Edel Proprio lui, l’indimenticabile signor “Digestivo Antonetto”. Compirà ottant’anni a dicembre il Compay Segundo de no’artri, ma non li dimostra davvero. In compagnia di tanta bella gente (da Giampaolo Ascolese a Maurizio Giammarco, da Roy Paci a Tom Kirkpatrick) scodella dal vivo una manciata di classici dell’era aurea dello swing con una classe, una verve, una naturalezza disarmanti. Un grande disco da un gigante incompreso.

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