Il pittore del blu

Angelo, 47 anni ben portati, due figlie, un lavoro nella città dell’arte. Luogo ideale per un piacentino, sbarcato dalle nebbie al luminoso equilibrio fiorentino. Sarà questo il motivo per cui la luce è protagonista quasi assoluta delle sue opere? “Io sono partito dall’esperienza futurista, vista come ricerca delle forme e della luce. Per questo, quando dipingo, parto da più strati di colore, ricercando la completa trasparenza: uso ancora l’antico sistema delle “velature”, una tecnica che si è persa con la pittura veloce degli impressionisti”. Tu invece, a quanto sembra, hai bisogno di tempi lunghi nel tuo operare. “È vero, a volte mi servono anni per completare un lavoro. Secondo me, un quadro non finisce mai: infatti i miei lavori, quando restano a casa, li ritocco in continuazione. Anche perché amo dipingere non solo la tela ma la cornice, così che diventano entrambe un tutt’uno: non un qualcosa che si chiude, ma che si apre. Fra il resto, in genere, le dimensioni dei miei quadri sono piuttosto ampie”. C’è una prevalenza dell’azzurro, o meglio del blu, nelle tue opere. Cosa vorrebbe significare? “L’azzurro è un colore dominante: per me significa la discesa della luce, il suo incontrarsi con la notte, per poi arrivare – partendo dalle tinte scure – alla sintesi di tutto, che è il bianco. È il motivo per cui ho bisogno di molto tempo e di usare i colori ad olio, che mi permettono di ritornare continuamente su quanto già fatto. La mia è infatti una continua ricerca del rapporto fra luce forma e colore. Fin da ragazzo, o all’Accademia di Bologna ed anche adesso, che mi trovo a scarabocchiare dovunque, anche al bar. Mi interessa capire la luce che c’è dentro la materia: per esempio, a volte capita di mettere in una tela delle foglie vive, quasi stampandole, e poi di rielaborarle. Credo che questo sia un liberarsi dalla materia, un trascendere la trascendenza. Ed il blu è il colore che amo perché mi dà un senso di raccoglimento, mi aiuta a cercare l’altezza del cielo. “Oggi, fatichiamo a cercare il silenzio, l’ascolto. Così mi capita a volte di dipingere al buio, lasciando scorrere liberamente il pennello dietro al pensiero, per poi aprirmi a vedere la luce. Sono convinto infatti che la forza della pittura parta dalla testa più che dagli occhi” . Tu insegni arte ai ragazzi, esponi i tuoi quadri. Com’è il tuo rapporto con il “pubblico”? “Beh, certo il mio modo di lavorare è come un diario su cui ogni giorno metto una pennellata. Poi, l’opera “finita” viene esposta. In questo caso, mi sono sentito spesso come nudo davanti agli altri: tante persone hanno visto cose così diverse nelle mie opere! Comunque, per me non è importante che chi guarda sia più o meno competente in arte: anzi, chi ne sa poco, è una persona migliore, perché rimane affascinata da un ritratto, una natura e allora chiede, si interessa. Mi hanno dato più loro che gli intenditori”. Nelle tue opere c’è spesso il tema del dolore, per esempio in parecchie scene di crocifissione… “In verità, la mia arte nasce da momenti di buio, di dolore profondo. È un’arteterapia anche per me stesso, e ad esempio ogni volta che dipingo un crocifisso è un incontro intenso, lo rifarei sempre. Io, i miei crocifissi in genere amo sospenderli sopra l’altare, per dare l’idea della redenzione; uso legni d’ulivo, non elaborato: il legno come espressione della vita. Il crocifisso che ho fatto per la chiesa fiorentina di San Martino è una croce che nasce dal pavimento e va su per cinque metri. Per me sono importanti anche le Viae crucis che finiscono con la resurrezione: parto dal colore che muore per cercare la luce”. Ogni artista coltiva una sua idea di bellezza. Cos’è per te? “Io sono legato alla bellezza classica, ideale, poco concreta. Credo perciò alla bellezza pura, quella che cerca il suo essere nella sintesi, in un rapporto “trinitario”. Infatti, nel dipingere, parto sempre da tre colori: blu rosso e giallo per giungere al bianco”. Spesso tu lavori nelle chiese. Penso a Fossoli, presso Carpi, dove hai inventato una via Crucis a forma di corona di spine o ad altri lavori in Toscana o nel Piacentino. Ma si può parlare di “arte sacra” ancora oggi? “Ma io non mi pongo il problema: faccio arte. Certo, oggi in certe chiese, da un punto di vista architettonico o pittorico, mi pare ci sia parecchia bruttezza. Può succedere che artisti non credenti eseguano dipinti sacri molto belli, perché la ricerca del sacro c’è in tutti, cosciente o meno”. Un artista è anche un sognatore. Tu cosa sogni per il futuro? “Immagino una città in cui ognuno di noi è in rapporto con l’altro, il bello diventa non qualcosa di speciale, ma di quotidiano, per tutti. Penso a quell’amico che mi consigliava di esporre i miei lavori in un ospedale: “darebbero serenità”, diceva. Sognerei anche una reale collaborazione fra noi artisti, che ancora siamo troppo individualisti, in modo da creare insieme qualcosa che non sia solo lavoro, ma un dono per gli altri. Perché credo che un’opera, dal momento in cui è nata, non appartenga più a me, ma a chiunque”.

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