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Mondo > Geopolitica

Il Piano Mattei e la strategia di una politica con l’Africa

a cura di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

Il recente voto dell’Onu che ha definito la tratta degli schiavi come “il più grave crimine contro l’umanità” rimette al centro dell’attenzione l’alleanza con i Paesi del grande continente africano. Una valutazione del Piano del governo italiano che prende il nome dal fondatore dell’Eni. Intervista a Brando Ricci, esperto di Africa e redattore del periodico Nigrizia. Nel numero di aprile 2026 di Città Nuova un focus per approfondire la questione da diversi punti di vista

Il viceministro degli Esterni, Edmondo Cirielli, e la presidente della Scuola Nazionale dell’Amministrazione, Paola Severino inaugurano il progetto Africa che nell’ambito del Piano Mattei porterà alla formazione di dirigenti e alti funzionari di quattro Paesi africani, Caserta, 10 febbraio 2026. ANSA/FELICE DE MARTINO

I frutti amari del colonialismo si fanno sentire nel recente voto dell’Onu dove i Paesi europei si sono astenuti sulla risoluzione, proposta dal Ghana, che ha definito “il più grave crimine contro l’umanità”, la schiavitù imposta nei secoli scorsi alla popolazione africana. Oltre le definizioni teoriche, infatti, conta il peso degli eventuali risarcimenti dovuti concretamente. Hanno votato contro Usa, Israele e Argentina.

L’Italia non è coinvolta nella tratta di esseri umani perpetrata nel passato dalle grandi potenze, ma la storia coloniale presenta pagine oscure di stragi e deportazioni, di solito poco studiate nel nostro Paese che può vantare, invece, nel secondo dopoguerra la figura di Enrico Mattei, l’imprenditore di stato, fondatore dell’Eni, capace di sfidare l’egemonia delle Grandi Sorelle nel settore del petrolio e combustibili fossili in nome di un’indipendenza energetica lungimirante con i Paesi definiti allora come in via di sviluppo.

Oggi, quel nome di un partigiano antifascista, appartenente alla storia della sinistra democristiana accusata, ad esempio da Sturzo, di una deriva statalista, è tornato prepotentemente nell’agenda politica italiana attraverso il “Piano Mattei”, presentato dal governo di destra guidato da Giorgia Meloni come il pilastro di una nuova proiezione mediterranea e continentale dell’Italia attraverso un partenariato paritario e non predatorio.

Tuttavia, l’analisi della strategia pone delle domande da approfondire: siamo di fronte a una reale visione di sviluppo condiviso o a un’efficace operazione di rebranding geopolitico che non incide nelle strutture reali di tipo neocoloniale?

Ne abbiamo parlato con Brando Ricci, giornalista esperto di Africa e redattore del periodico Nigrizia.

Quali sono i dati utili per poter valutare il Piano Mattei?

La prima questione da affrontare riguarda la dote finanziaria di 5,5 miliardi di euro. Non si tratta di risorse aggiuntive stanziate ex novo, ma di una riallocazione di fondi esistenti: 3 miliardi provenienti dal Fondo Clima e 2,5 miliardi dalla Cooperazione Internazionale allo Sviluppo.

Questa architettura finanziaria solleva dubbi sulla “coerenza delle politiche europee e dell’ordinamento giuridico italiano” (un obbligo sancito dal Trattato di Lisbona, dall’Agenda 2030 e dall’ordinamento italiano). La criticità risiede nei vincoli: i fondi devono sostenere la transizione sostenibile, ma spesso finiscono per finanziare progetti di biocarburanti (come l’olio di ricino in Kenya) che sollevano perplessità sull’impatto agricolo locale.

Nonostante l’annuncio di 230 milioni di euro per la riconversione del debito dei Paesi africani, il Piano opera largamente attraverso prestiti che rischiano di generare nuovi oneri finanziari per i Paesi partner, alimentando un circolo vizioso invece di spezzarlo.

Ci sono casi concreti emblematici?

Certo. Il Corridoio di Lobito (Angola-Zambia-Congo) è il fiore all’occhiello infrastrutturale del Piano, con un impegno italiano di circa 250 milioni di euro. Sebbene presentato come un volano di sviluppo, tecnicamente l’opera serve a drenare rame e cobalto dal cuore del continente verso l’Atlantico.

Il Piano Mattei sembra funzionale alla strategia dell’America First Global Strategy. L’inclusione recente di Congo e Ruanda tra i Paesi target conferma la volontà di intercettare le rotte americane nella corsa ai minerali critici, essenziali per la transizione verde occidentale, ma spesso slegati da una reale crescita endogena africana.

In sostanza il corridoio di Lobito è l’emblema della difficoltà di affrancarsi dallo schema estrattivo. Si va in Africa per prendere più che per dare, servendo i mercati internazionali prima ancora delle necessità delle popolazioni locali.

Non bisogna dimenticare il fronte migratorio dove l’ipocrisia europea è palese. Mentre il Piano Mattei parla di sviluppo, il Patto Migrazione e Asilo inasprisce le misure di sicurezza. Per l’Africa, la migrazione è linfa vitale (rimesse finanziarie che superano gli aiuti allo sviluppo), mentre per l’Occidente è una minaccia da arginare. Esempi come la restrizione dei visti o le tariffe elevate (fino a 15.000 dollari in alcuni contesti) stridono con la narrativa del partenariato paritario.

Chi finisce per beneficiare del Piano Mattei?

Secondo i dati del CESPI, Centro studi di politica internazionale, la gerarchia dei beneficiari è chiara: al vertice troviamo le grandi imprese italiane (le “partecipate” come ENI), seguite dalle imprese africane e, solo all’ultimo posto, dai governi locali.

Mentre i giganti energetici trovano nel Piano una corsia preferenziale per progetti come la piattaforma di gas Coral North in Mozambico, le Piccole e Medie Imprese (PMI) italiane e africane faticano a intercettare le risorse gestite da Cassa Depositi e Prestiti. L’uso dei fondi per la cooperazione per favorire l’internazionalizzazione aziendale solleva un dubbio etico: stiamo aiutando l’Africa o stiamo sussidiando l’espansione dei nostri campioni nazionali in mercati complessi?

Ma il nome di Mattei è molto evocativo…

L’uso del nome di Enrico Mattei, a mio parere, è un’operazione di marketing politico sofisticata. Il Mattei originale era un anti-colonialista che rompeva i paradigmi delle multinazionali per creare spazio a un’Italia outsider.

L’attuale Piano, al contrario, agisce in perfetta continuità con le istituzioni neoliberiste occidentali, integrandosi nel Global Gateway europeo e nelle strategie del G7. Non vedo una volontà di rottura, ma un desiderio pragmatico di integrazione in un sistema di potere globale.

Su cosa si dovrebbe concentrare invece una politica di cooperazione internazionale?

Per essere davvero efficace, il Piano dovrebbe affrontare i nodi strutturali che l’Africa invoca da decenni. Ad esempio il passaggio della governance fiscale globale dall’OCSE all’ONU per contrastare la fuga dei capitali.

E poi una riforma profonda dell’architettura finanziaria globale che non si limiti a piccoli progetti di riconversione del debito. La condivisione dei brevetti sui vaccini e la ricerca scientifica, un tema su cui l’Europa continua a fare ostruzionismo nei negoziati internazionali.

Ma è davvero completamente negativo il Piano Mattei? 

L’aspetto positivo è il fatto che l’Africa è tornata al centro del dibattito nazionale. Tuttavia, il “peccato originale” del Piano Mattei risiede nel metodo. Come denunciato dal presidente della Commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki Mahamat, il continente non è stato consultato nella fase di progettazione.

Senza il coinvolgimento della diaspora e della società civile africana nella cabina di regia, e senza un impegno politico sulle riforme globali, il Piano Mattei rischia di essere un’operazione utile all’Italia per i prossimi quattro anni, ma irrilevante per l’Africa nel lungo periodo. Un piano “per” l’Africa non può funzionare se non è un piano “con” l’Africa.

La sostenibilità del Piano Mattei è legata alla sua capacità di sopravvivere alla contingenza politica. Essendo la prima grande iniziativa di politica estera di un sistema tendente al “premierato”, la sua eccessiva dipendenza da Palazzo Chigi ne accresce la fragilità. Per non ridursi a un’operazione di marketing quadriennale destinata all’obsolescenza, il Piano deve essere istituzionalizzato e ricondotto sotto l’egida tecnica della Farnesina, che garantisce continuità oltre i cicli elettorali.

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