Il paradosso della santità

Si è conclusa la fase diocesana del processo di beatificazione di Renata Borlone.
Renata Borlone

«Voglio testimoniare che la morte è vita», diceva Renata Borlone. E l’ha ripetuto perfino in agonia. Chi le stava attorno non si stupiva perché tutta l’esistenza di Renata era stata un paradosso. Chiara Lubich, parlando di questa sua focolarina, ha affermato: «In lei, un po’ come nei santi, era presente una dimensione particolare della vita cristiana, oserei dire una dimensione mistica; una dimensione tale che era la sua persona, il suo essere, il suo silenzio, il suo sorriso che operavano prima delle sue parole».

 

Renata, dopo vari soggiorni nei focolari d’Italia e Francia, era da poco arrivata a Loppiano, la cittadella dei Focolari non lontana da Firenze, dove, una volta che ero diretto in Sicilia, ho avuto modo di conoscerla in occasione di un viaggio in pullman fino a Roma.

Mi fece sedere accanto a lei e mi chiese qualcosa di me. Tre ore e più di racconto. Alle prime armi, com’ero, non mi resi conto come la responsabile della scuola di formazione delle focolarine si dedicasse soltanto alla mia persona, quasi non avesse altro da fare.

 

Renata mi ascoltò con un silenzio che “creava” la mia stessa storia, tanto che alla fine ebbi l’impressione di cogliere per la prima volta il filo d’oro che legava gli eventi della mia vita. Erano tempi in cui la cittadella di Loppiano offriva ai molti visitatori della domenica un programma che prevedeva canti da tutto il mondo e racconti di vita vissuta. Andavano per la maggiore le storie a tinte forti: grandi conversioni, almeno una rivoluzione fatta, come raccontavano quelli che venivano dall’America del Sud, grossi problemi se non tragedie familiari. Quanto a me, nessuna grande conversione, famiglia bella, studi riusciti, amicizie costruttive… Per questo avevo detto a Renata che la mia esistenza insignificante aveva preso valore solo nel momento in cui avevo fatto la scelta radicale di Dio. Lei mi guardò senza dire nulla; poi: «La vita è sempre un valore, indipendentemente da come noi la vediamo», mi disse seria e delicata, con una voce che era un sospiro più che un suono.

 

Ogni volta che ho incontrato Renata, quel suo silenzio accogliente è stato sempre stimolo a tornare all’essenziale, a mettermi dalla parte dell’amore per incontrare gli altri. In una sua pagina la spiegazione di questo modo d’essere: «So che la natura giustamente reclama la sua parte, eppure al di fuori di questo non c’è vera gioia, perché la nostra gioia è nell’amore di Dio, e Dio ci ha amati per primo! Lo stesso dobbiamo fare anche noi (…) quel che conta quando parliamo, non è tanto quello che diciamo, ma l’amore con cui lo diciamo. A volte quello che colpisce le anime è il più modesto atto di carità fatto magari con enorme fatica».

 

Oggi che i media annebbiano la conoscenza, rendendo instabile qualsiasi convinzione, la “fatica” della maternità, come Renata l’ha vissuta e insegnata, forse è il grande attualissimo messaggio di cui abbiamo bisogno: «Maternità vuol dire sempre sofferenza e gioia per il frutto che nasce. Da questo mi sembra emergano per noi due realtà entrambe importantissime. La prima è la coscienza del nostro essere miserabili (ricordiamoci che Maria è apparsa a Lourdes sulla spazzatura); la seconda è una graduale comprensione di ciò che è l’amore vero, dall’amore sensitivo su su fino a quello spirituale che implica la totale rinuncia a sé, a qualsiasi bene o utile personale».

 

Se in una frase dovessi definire Renata, direi che, avendo salde radici in Dio, ne aveva attinto il carattere più evidente: l’essere Amore, che nella prassi cristiana si esprime mettendo in atto il comandamento nuovo di Gesù, il “farsi uno” suggerito da san Paolo. Così Renata spiegava quest’arte: «È una ginnastica non facile, perché a volte ci può essere qualcuno che dice “le cose non stanno così” e verrebbe subito da dire “non è vero”. Invece bisogna mettersi in atteggiamento di ascolto, di accoglienza, pronti a modificare il proprio pensiero. Ci possono essere, infatti, dei motivi per cui l’altro parla così. Certo, due e due fa quattro – e non otto come dice lui – ma non sappiamo il ragionamento per cui è arrivato a dire questo, e può anche essere utile conoscerlo. Comunque non si deve mai rompere la carità».

 

Con questo impegno, Renata ha dato un contributo decisivo nella costruzione di Loppiano, una nuova città che ora ha il suo nome: Mariapoli Renata.

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