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Italia > Società

Il Palazzo apre le porte

di Flavia Cerino

- Fonte: Città Nuova

L’Associazione nazionale magistrati di Catania ricorda i due magistrati attraverso l’arte in una città che fatica nel contrasto alla mafia

Il palazzo di giustizia di Catania

L’imponente Palazzo di Giustizia di Catania ha aperto le sue porte ai cittadini in occasione del 23 maggio. Data indimenticabile, in cui la sezione etnea dell’Associazione Nazionale Magistrati  ha voluto dare un forte segnale alla città. Catania non è certamente Palermo. Non ha subìto le stragi e gli attentati del ’92 anche se le guerre di mafia hanno mietuto anche qui decine di vittime. A Catania la rivolta popolare contro la mafia non c’è stata, nemmeno quella che scende in piazza con slogan e striscioni spinta dall’emotività più che da un profondo desiderio di libertà e di rinnovamento. A Catania stentano a decollare Addiopizzo e Libera. A fatica si trova chi voglia gestire un bene confiscato alla mafia e non sono molto affollati i convegni che approfondiscono temi sulla cittadinanza attiva e sul contrasto alla mafia.
 
Per queste ragioni l’iniziativa dell’ANM ha lasciato tutti spiazzati: le associazioni che da anni si sono attivate per tenere sveglia la memoria dei giudici Falcone e Borsellino (forse erroneamente messe da parte in questa occasione), i cittadini, le istituzioni.
Il linguaggio scelto è quello dell’arte. Sotto il titolo dai molti significati: “di essere siciliano FERUS nella lotta alla mafia”, sono state assemblate diverse espressioni artistiche che hanno animato l’ampia navata del Palazzo: teatro, musica, installazioni video, fotografie, quadri, pannelli e tantissime altre forme espositive ed espressive hanno dato vita ad uno spazio normalmente grigio e anonimo. Le aule dei processi hanno ospitato eventi in cui anche il visitatore veniva coinvolto: scrivere un pensiero, leggere, ascoltare, urlare contro la mafia (in senso letterale: in una cabina si poteva gridare uno slogan contro la mafia mentre una telecamera riprendeva l’immagine proiettandola su uno schermo esterno).
 
Il messaggio era chiaro: nessuno può rimanere spettatore, ma tutti siamo protagonisti per sottrarre ogni giorno spazio alla mafia. Sono sufficienti gesti di ordinaria normalità: chiedere lo scontrino, pagare il biglietto dell’autobus, rifiutare le raccomandazioni, pagare le tasse, dire la verità e comportamenti simili. Cose che i ragazzi (numerosissimi) capiscono subito mentre gli adulti mostrano una certa diffidenza.
 
Perché tutto questo dentro un palazzo di giustizia e non in una piazza, dove senz’altro la visibilità sarebbe stata maggiore? Vado ad intuito (e forse anche di fantasia!): direi che il segnale è che dobbiamo necessariamente recuperare il senso ed il valore della giustizia. Non di quella che si fa nelle strade (che è un regolamento di conti), ma di quella che si cerca nelle aule dei tribunali. Oltre le polemiche politiche, lo scetticismo verso istituzioni spesso corrotte,  le croniche disfunzioni ed i malesseri quotidiani di chi si trova in un’aula di giustizia – da qualunque lato – va certamente ricostruito il rapporto tra i cittadini e le leggi della convivenza civile.
In questo senso la frase del procuratore Piero Grasso, recitata nel famoso monologo teatrale riferita al funerale del giudice Falcone e della scorta, acquista un valore particolare e merita l’interminabile applauso: «E sulle toghe sopra le cinque bare, giurai che la loro morte non sarebbe stata vana!». 

Riproduzione riservata ©

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