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Mondo > Conflitti

Il Pakistan e la lunga mano della guerra

di Daniela Bignone

- Fonte: Città Nuova

Daniela Bignone, autore di Città Nuova

Il Pakistan, crocevia di cultura e snodo commerciale strategico fra l’est e l’ovest, con le guerre in Iran, nel Golfo e con l’Afghanistan è nuovamente attanagliato da una crescente incertezza: paralisi economica, crisi energetica, inflazione crescente

Attacchi aerei pakistani a Kandahar, 15 marzo 2026. Credit: ANSA/EPA/QUDRATULLAH RAZWAN.

È dell’ultima ora l’accusa mossa da Kabul al Governo Pakistano di aver effettuato un attacco aereo che ha ucciso, colpito un centro di riabilitazione da 2.000 posti letto a Kabul, uccidendo almeno 400 persone e causando ingenti danni e centinaia di feriti.

Islamabad nega con la dichiarazione del ministro dell’informazione, Ataullah Tarar: «Le forze armate pakistane hanno effettuato con successo attacchi aerei di precisione nella notte del 16 marzo nell’ambito dell’operazione Ghazab Lil Haq, prendendo di mira il terrorismo del regime talebano afghano che sponsorizza installazioni militari a Kabul e Nangarhar. Le infrastrutture di supporto tecnico e gli impianti di stoccaggio delle munizioni in due località di Kabul sono stati effettivamente distrutti. Le detonazioni secondarie visibili dopo gli attacchi indicano chiaramente la presenza di grandi depositi di munizioni. Falsa l’accusa dei talebani afghani di aver attaccato l’ospedale di riabilitazione dalla droga di Kabul».

Ennesima prova della ‘lunga mano della guerra’ che erode le povere speranze di possibilità di dialogo e dilania economie messe a terra dal precipitare degli eventi delle ultime settimane.

Negli ultimi mesi l’economia pakistana aveva mostrato segnali di miglioramento: l’inflazione stava rallentando e la fiducia degli investitori, dopo anni difficili, sembrava riacquistare speranza. Si sono invece aperti due fronti estremamente allarmanti: il conflitto con l’Afghanistan e la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran.

Il conflitto armato tra Pakistan e Afghanistan rischia di bloccare gli aiuti del Fondo monetario internazionale. Gli ispettori dell’ente di credito per la terza volta studiano la revisione del programma di risanamento economico che potrebbe sbloccare nuovi finanziamenti e rafforzare la fiducia degli investitori, ma gli scontri hanno già avuto effetti concreti.

La chiusura da mesi dei valichi di frontiera ha interrotto importanti rotte commerciali e i prezzi di molti beni sono andati alle stelle. Il commercio bilaterale tra i due Paesi dell’Asia meridionale ammontava nel 2024 a circa 1,7 miliardi di dollari, pari a circa il 2% dell’export pakistano, con un volume reale degli scambi probabilmente molto più alto a causa della vasta rete di commercio informale. Con i canali commerciali bloccati, anche l’inflazione ha ricominciato a salire. A febbraio Islamabad ha registrato un tasso annuo del 7%, in aumento rispetto al 5,8% registrato nel mese precedente.

Non meno grave lo shock esterno derivante dalla guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che poche altre economie colpite avvertono in modo così acuto. Il conflitto ha destabilizzato il Medio Oriente. La chiusura dello Stretto di Hormuz — uno stretto corridoio marittimo tra l’Iran e la penisola arabica— sta mettendo sotto pressione l’approvvigionamento energetico di molti Paesi asiatici. Quasi un quinto della fornitura mondiale di petrolio passa attraverso questo passaggio.

Quando l’instabilità tocca Hormuz, l’intero mercato energetico reagisce facendo salire drasticamente i prezzi globali del petrolio e del gas. Gli assicuratori marittimi hanno già iniziato a rivalutare il rischio. Le compagnie marittime esitano. Le rotte delle petroliere sono lente.

Anche la sola ipotesi di un’interruzione può far salire alle stelle i prezzi, ed è esattamente ciò a cui i mercati stanno rispondendo. Per un Paese dipendente dalle importazioni di energia e dai flussi di rimesse dalla regione le ripercussioni sono immediate e gravi. Circa l’80% dell’importazione pakistana di greggio, infatti, transita attraverso lo stretto. Oltre all’aumento dei costi di trasporto e dell’assicurazione delle petroliere, il Paese rischia di ritrovarsi in carenza di carburante.

Il ministro del Petrolio, Ali Pervaiz Malik, ha chiesto all’Arabia Saudita (con cui il Pakistan ha firmato un patto di mutua difesa) di valutare una rotta alternativa attraverso il porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Secondo quanto riferito, le forniture di Gnl (gas naturale liquefatto), che solo poche settimane fa costavano circa 25 milioni di dollari, ora superano i 100 milioni, dopo che il Qatar ha dichiarato la forza maggiore in seguito alla chiusura della produzione. Il governo, intanto, ha iniziato a introdurre misure straordinarie per ridurre il consumo di carburante, tra cui, l’introduzione del lavoro da remoto e della didattica a distanza per limitare gli spostamenti.

Una riduzione delle forniture di gas rischia di provocare blackout energetici e di mettere in difficoltà l’industria tessile, uno dei principali motori dell’export pakistano. Diverse spedizioni per i rivenditori internazionali di abbigliamento sono bloccate nei porti di partenza in Asia meridionale. La situazione preoccupa anche i partner internazionali di Islamabad. Per Cina e Arabia Saudita, il completamento del programma con il Fondo monetario è fondamentale per garantire la stabilità finanziaria del Pakistan. Per Pechino, la posta in gioco è particolarmente alta. Il Corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC), la rete di infrastrutture da circa 65 miliardi di dollari realizzata nell’ambito della Belt and Road Initiative (la nuova via della seta), attraversa il Belucistan, regione ai confini con l’Iran esposta ai rischi di una escalation militare, considerato che già vi operano gruppi armati indipendentisti.

Una interessante analisi apparsa sul quotidiano pakistano “The Nation” fotografa la situazione: i mercati tremano, i politici vanno nel panico e gli economisti rispolverano il vecchio vocabolario: shock, sconvolgimento, stagflazione (coesistenza di inflazione e stagnazione). Gli analisti avvertono che se le interruzioni nel Golfo si intensificheranno, fino al 20% della fornitura mondiale di petrolio potrebbe risentirne. Anche se questa stima si rivelasse esagerata, la psicologia del mercato che la sostiene è importante.

I prezzi del petrolio sono determinati non solo dall’offerta attuale, ma anche dalle aspettative di scarsità futura. Le aspettative, a loro volta, alimentano la speculazione. L’economia globale, così moderna nell’aspetto ma così primitiva nella sua dipendenza dai combustibili fossili, inizia a vacillare. Anche l’approvvigionamento energetico è alla mercé dei conflitti geopolitici: tutto dipende anche qui da equilibri da riconquistare con determinazione.

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