Il Paese tra ripresa e Finanziaria

Non scomodiamo lo spumante, adatto a risultati più ragguardevoli. Ma almeno un bicchiere di rosso possiamo alzarlo al cielo. Tanto più che proprio il vino italiano ha conquistato, nel primo semestre di quest’anno, il primo posto tra i paesi esportatori negli Usa, con un balzo in avanti di oltre il 9 per cento rispetto allo stesso periodo del 2005. Il milione e passa di ettolitri e un giro d’affari di 489 milioni di dollari hanno permesso di sopravanzare Australia e Francia. Anche l’olio d’oliva, in particolare l’extravergine, non scherza. Si è messo a correre e a vincere sui mercati internazionali a tal punto che i dati più recenti hanno rilevato un incremento delle esportazioni di quasi il 30 per cento in confronto allo scorso anno, quando le vendite all’estero dell’intero 2005 sfiorarono i 900 milioni di euro. La prospettiva è che l’Italia ne divenga in breve tempo il primo paese esportatore al mondo. Le ragioni? Semplici, chiariscono gli esperti: una forte qualità di base del prodotto e un’efficace organizzazione promozionale e commerciale. La ricetta è nota e, se ben applicata, molto spesso vincente. Lo confermano i dati più recenti della cruciale (pur con tutto il rispetto per l’agricoltura) produzione industriale italiana. Produzione che in giugno ha visto un progresso del 3,7 per cento rispetto allo stesso mese del 2005 e che da inizio anno è aumentata del 2,1. Il merito va all’industria automobilistica (la Fiat), le cui vendite sono salite, dall’abisso in cui si trovava, di oltre il 39 per cento da gennaio a giugno, con un +25 nel solo mese di giugno. Un risultato importante – ha commentato Mario Deaglio, docente di economia internazionale all’università di Torino -, perché trascina con sé anche l’indotto. Ma non ci sono solo le quattro ruote. Rilevanti sono state le esportazioni di apparecchi meccanici (+10,5) e di macchine utensili (+30,7), entrambe favorite anche dalla ripresa tedesca e dalla crescita cinese, di cui l’Italia produttiva incomincia ad apprezzare i primi benefici effetti. In particolare, è la crescita della domanda internazionale di macchine utensili che invita ad un pur moderato ottimismo. Il settore – spiega Secondo Rolfo, direttore dell’istituto Ceris-Cnr – è spesso anticipatore del ciclo economico. Chi investe in macchinari sente che lo scenario migliorerà. Restano invece in stato di sofferenza i comparti del tessile e abbigliamento (-5,2) e quelli delle pelli e calzature (-2,3). Chi non innova, regredisce. Chi ha coraggio, si rimette in moto. Ne sa qualcosa il mitico Nordest, che – come puntualizzano le severe analisi della Banca d’Italia – ha recuperato, in fatto di ordini e produzione, i livelli del 2001. L’Unioncamere conferma che il modello Nordest non è spacciato e attesta il risveglio del settore manifatturiero. La produzione delle imprese con meno di 500 occupati è cresciuta del 2,8, mentre le esportazioni hanno sfiorato il 5 per cento. La Fondazione Nord Est, inoltre, ha riscontrato che oltre la metà delle imprese dell’area prevede un incremento del fatturato e della produzione nei prossimi sei mesi. Tra le medie imprese con più di cento addetti, due su cinque hanno assicurato che assumeranno nuovo personale. Insomma, segnali incoraggianti corroborati, a metà agosto, da una positiva sorpresa: l’economia del Paese tira più del previsto, ha fatto sapere l’Istat, l’istituto nazionale di statistica. Non capitava da un paio d’anni. L’incremento della ricchezza creata, il cosiddetto pil (prodotto interno lordo), nella prima metà del 2006 è dell’1,4 per cento. Ben altra cosa rispetto al modestissimo 0,1 registrato lo scorso anno. L’inatteso miglioramento è la sintesi di due voci in crescita – industria e sistema dei servizi -e di una in diminuzione, l’agricoltura, nonostante i primati di vino e olio. Sia chiaro, comunque, che il progresso ottenuto dal nostro sistema produttivo non è paragonabile a quello degli altri Paesi europei – la Francia viaggia a velocità doppia della nostra -, ma resta pur sempre un segnale positivo e uno stimolo a proseguire nel rilancio. Il dato conferma l’aria di ripresa , ha commentato il cauto Pier Paolo Baretta, segretario aggiunto della Cisl. Anche gli analisti fanno insolita professione di fiducia. Vedremo. Fatto è, comunque, che, come sottolineano alcuni economisti, la percezione di andare meglio, di avercela fatta crea negli attori produttivi e nella gente aspettative positive e motiva scelte e comportamenti virtuosi per consolidare ripresa e intenzioni di intraprendere. Il buon andamento del prodotto interno lordo non deve distoglierci dai problemi economici dell’Italia, che restano tutti aperti, hanno stigmatizzato prontamente politici ed esperti. Per carità! Guai a sconsiderati ottimismi.Ma restano pur veri e incontrovertibili i primi segnali di un rilancio del Paese. E se vi sarete stufati di aver trovato in questa nota un’elencazione volutamente pignola dei risultati ottenuti, la ragione sta nell’intenzione di offrirvi un quadro un po’ analitico di come riparte l’Italia dopo la sosta d’agosto. Nessuno infatti nutre dubbi sui molti problemi aperti. Lo sanno bene le tante (troppe) famiglie che hanno determinato la stasi dei consumi, dovuta alla riduzione del potere d’acquisto di stipendi e salari. Addio prodotti di marca e beni di qualità, e poi meno abbigliamento, meno calzature ed elettrodomestici. Gli acquisti si fanno sempre più nei supermercati a basso prezzo. Ed è difficile ipotizzare un’inversione di tendenza, perché i bilanci familiari sono strangolati dai continui incrementi delle spese per energia elettrica, gas, carburante, acqua, affitti e, tra poco, riscaldamento. Per di più, in quest’inizio di nuovo anno economico si profila sull’orizzonte internazionale un diffuso pessimismo riguardo all’economia statunitense, da sempre traino del mercato mondiale. In materia, le opinioni tra gli esperti non sono concordi. Per noi europei c’è poco di che stare allegri – ha tuonato l’econo- mista Francesco Giavazzi -. Un rallentamento dell’economia Usa significherebbe addio esportazioni verso gli Stati Uniti, e addio ripresa! . Meno apocalittico Alberto Quadrio Curzio, economista di punta dell’università Cattolica di Milano. La frenata della crescita negli Usa non sarà più così incisiva come in passato. Oggi esistono nel mondo altri motori di crescita. Sono fiducioso. Come guardare, allora, ai prossimi mesi? La fase è delicata. Il prezzo del petrolio continuerà a gravare l’economia internazionale, condizionando scelte statali e familiari. In ambito italiano, le maggiori entrate fiscali del primo semestre hanno costituito un tonico sia per i conti pubblici che per l’annunciata lotta all’evasione, e paiono indicare che sia stato intrapreso, pur lentamente, un cammino virtuoso. Salutato con soddisfazione da tutti anche un altro fatto: il matrimonio tra Sanpaolo-Imi e Banca Intesa. Dall’Unione europea, Joaquin Almunia, commissario agli Affari economici, continua a chiedere al governo italiano il rispetto della soglia del 3 per cento (sul pil) del deficit annuale statale. Comprensibile la logica ragionieristica, ma non va dimenticato che, se l’Italia è in ripresa, non si può pretendere troppo da un convalescente. Non bastano i tagli – o, come dicono i ministri, riforme -, serve aiutare la crescita economica. A cui si aggiunge la richiesta dei sindacati di dar vita a settembre a tavoli tecnici su redistribuzione del reddito, precarietà del lavoro, mezzogiorno, infrastrutture, ricerca e università. Questo settembre (e pure ottobre) risulterà determinante. La definizione della manovra economica del governo attraverso la Finanziaria è ritenuta da molti osservatori il banco di prova dell’intera legislatura. Ed anche un segnale ben chiaro per Italia che produce. Nell’attuale situazione va sostenuto tutto quello che è fonte di esportazione – è il parere di Quadrio Curzio -, perché dà un surplus alla bilancia commerciale, gravata dal deficit energetico e da quelli nella chimica di base e nei mezzi di trasporto. Occorre poi avere un occhio d’attenzione alla vitalità delle imprese, per metterle nelle condizioni di creare lavoro. Ci aspettano decisioni cruciali, cui servono comportamenti responsabili e lungimiranti. Ma ce la possiamo fare. SANPAOLO-INTESA DA PREDE A PROTAGONISTI Finalmente qualcosa apprezzato da tutti. La fusione tra Sanpaolo-Imi e Banca Intesa darà vita ad uno dei primi gruppi bancari europei. Il piano d’integrazione sarò pronto entro metà novembre, mentre a dicembre saranno convocate le assemblee straordinarie. A Unicredit si affianca un nuovo colosso italiano del credito. Saranno loro a portare aria nuova nel panorama finanziario nazionale, magari contribuendo a instaurare percorsi nitidi e trasparenti. Ci auguriamo, insomma, che vicende del tipo Parmalat non siano più ripetibili. La loro presenza potrà inoltre dare man forte alle aziende italiane, nel caso di assalti dall’estero. La nuova banca sarà in grado di operare ai massimi livelli sui mercati internazionali. Sanpaolo e Intesa diventano protagoniste e non più possibili prede. La fusione, la prima nell’era del governatore Mario Draghi, ha anche avviato un nuovo processo di consolidamento del sistema bancario nazionale. Gli esuberi del personale (110 mila dipendenti) sono una delle poche note dolenti. La concentrazione delle due banche nel Nord del paese crea sovrapposizioni. I sindacati temono tagli per 10-15 mila addetti. E per i risparmiatori ci saranno benefici? Operazioni del genere dovrebbero favorire una maggiore trasparenza dei servizi e una riduzione dei costi. Ma il condizionale è d’obbligo. Nulla è scontato. Per questo, le associazioni dei consumatori hanno chiesto al futuro amministratore delegato Corrado Passera un incontro per rendere chiare le strategie del nuovo gruppo. Un nuovo gruppo con scarse radici al Sud. Ci auguriamo che le potenzi. Altrimenti il Mezzogiorno continuerà a difettare in supporti creditizi, rischiando sempre l’abbraccio mortifero dell’usura.

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