Il nostro corpo, tra manipolazione e globalizzazione

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Possiamo ben dire che il nostro corpo ne ha passate tante nella storia. Due esempi molto diversi: ancora negli anni tra il milleseicento e il millesettecento, nei vari stati europei la famiglia si basa sull’autorità indiscussa del padre e sull’inferiorità giuridica della donna, in certi casi trattata come una schiava, specialmente per quanto riguarda il suo corpo a disposizione del marito. Per i figli si oscilla tra l’assoluto potere di correzione del padre e quello dello stato, come stabilisce ai tempi della Rivoluzione francese lo stesso Robespierre affermando che “solo la patria ha il diritto di allevare i ragazzi, il padre non è che un suo delegato “. Il risultato è che nel Settecento i figli sono spesso oggetto di pesanti punizioni corporali da parte del padre, mentre la pubblica autorità incarcera il figlio perché disubbidiente, o senza voglia di lavorare o perché scappato di casa. Col passare degli anni il regime giuridico riguardante il matrimonio nei vari stati, ad esempio italiani, pur in presenza di un crescente dibattito, invece che evolversi si irrigidisce ancora di più, e questo a fronte della “libertà che vige presso i cattolici”. Questa “libertà” era stata sancita già da due secoli, l’11 novembre 1563 nel Concilio di Trento, quello della controriforma: pochi giorni prima di concludersi, il Concilio affermava solennemente il principio dirompente che “la chiesa riconosce i matrimoni contratti in forza del libero consenso dei contraenti”. In quei tempi lo sposo acquistava ancora la donna dietro pagamento di una somma di denaro al padre consenziente. Con questo principio, invece, la donna, come l’uomo, si vedeva riconosciuta piena dignità di soggetto, con reciprocità di diritti e obblighi, in particolare il diritto di ciascuno sposo al corpo dell’altro ai fini della procreazione. Anche per i figli la chiesa aveva sempre sostenuto che la libertà e la dignità della persona, in questo caso del figlio, sono il limite all’autorità paterna. Avvicinandoci ai tempi nostri, nei primi anni del Novecento sale alla ribalta il problema dei trapianti e più in generale la possibilità di cedere parti del proprio corpo, mutilandosi per denaro. Tra le diverse e contrastanti interpretazioni giuridiche dei vari stati, punto sicuro di riferimento è la posizione della chiesa che, fin dal tempo dei Padri nel medioevo, ha ricordato che l’uomo non è padrone del proprio corpo, che ha ricevuto da Dio e deve “custodire”. Per cui è ammessa la mutilazione di proprie membra solo se necessaria alla salute di tutto il corpo; allo stesso modo, la chiesa ammette il trapianto di organi come atto di amore per una persona in grave pericolo, intento che giustifica il sacrificio parziale di sé. Ma parlando del corpo, c’è un punto ancor più fondamentale di contrasto con le nazioni europee e non: la chiesa condanna senza appello la pretesa dei governi di essere proprietari del corpo dei propri sudditi (!) e quindi di poter intervenire sulla loro esistenza fisica, per esempio con le tecniche di sterilizzazione coatta proposte in vari stati nei primi anni del Novecento al fine del miglioramento razziale. Quando nel 1930 il papa Pio XI promulga l’enciclica Casti connubii, mette la parola fine una volta per tutte alla confusione su questo punto, negando alle autorità pubbliche qualsiasi potere sui corpi dei cittadini e offrendo la linea da seguire alle costituzioni e sistemi giuridici che verranno definiti successivamente. Ho riportato questi due esempi non tanto per affermare che la chiesa ha sempre avuto ragione in questi turbolenti duemila anni passati dalla sua fondazione, quanto per evidenziare, al di là dei limiti e delle infedeltà di tanti suoi membri, la straordinaria coerenza, attualità ed efficacia del suo insegnamento, spesso in anticipo sui tempi. Questo punto di riferimento si è dimostrato indispensabile soprattutto nell’ultimo secolo, in cui il progresso spesso convulso della scienza e della tecnica ha posto continuamente nuove sfide alla capacità della società di ripensare i valori e le basi del suo convivere civile e morale. Soprattutto in campo biomedico, non c’è categoria – cardiologi, urologi, psicoterapeuti, otorinolaringoiatri, ginecologi, medici generici, ostetriche, istopatologi – che, rivoltasi al papa per delicati problemi di scottante attualità, non abbia ricevuto indirizzi preziosi su come agire, su cosa é giusto fare, sui limiti da non valicare nelle varie situazioni, sugli interventi ammessi sul corpo dei malati (1). In questi due millenni la parola della chiesa si è confrontata, e spesso scontrata, con la sempre più competente e ricca riflessione laica, soprattutto di derivazione scientifica. Questo confronto, lungi dal penalizzare le due vie di pensiero, le ha arricchite entrambe. Lo scambio continuo di idee, principi e categorie culturali le ha costrette, infatti, ad affinare sempre meglio la comprensione dei rispettivi fondamenti, dei punti di for- za e di debolezza, in una complementarietà che, se a volte può creare tensione, più spesso rafforza la coscienza che l’uomo è il solo punto di riferimento, comune e ineludibile. Un nuovo protagonista, il giudice Negli ultimi anni, però, un nuovo fenomeno si è imposto all’attenzione degli osservatori più attenti. Le continue innovazioni scientifiche, specialmente con la genetica e le biotecnologie, hanno creato una serie di controversi casi, tutti riguardanti il corpo, che in mancanza di leggi adeguate e chiare sono stati risolti provvisoriamente in tribunale. Contrariamente al passato, quindi, senza un coinvolgimento preventivo né dei parlamenti, né della chiesa. Si va dalla disputa su un embrione congelato, ai brevetti in tecnologie biomediche, dal problema dei dati genetici che i familiari di un paziente vogliono conoscere, alla sospensione della nutrizione artificiale di una persona in stato vegetativo permanente, fino ai casi di eutanasia, agli esperimenti di clonazione e alla manipolazione delle cellule prelevate agli embrioni. Quando non si sa che fare si finisce in tribunale e, in mancanza di leggi adeguate, è il giudice che decide, da solo. Magari riferendosi a dichiarazioni internazionali di principio. Quello che all’inizio era un susseguirsi di casi isolati e “per eccezione” nei vari stati del mondo, ora è divenuto una massa critica di pronunciamenti e di sentenze riguardanti il corpo che comincia a porre grossi interrogativi. Il giudice in fondo è solo un professionista che ha vinto un concorso ed è normalmente chiamato a far rispettare leggi approvate dai parlamenti eletti dai cittadini. E se è vero che una sentenza è solo “una presa di posizione ragionevole in mancanza di una legge”, è altrettanto vero che non è detto che una sentenza sia sempre la decisione giusta. D’altra parte i tempi per l’approvazione delle leggi su questi argomenti sono talmente lunghi, vedi legge sulla procreazione assistita in Italia, che spesso il giudice è l’unico che può rispondere velocemente a bisogni di regolazione creati continuamente dalle novità sfornate dalla ricerca tecnico-scientifica. L’importante è che questa preziosa e, di solito, equilibrata supplenza alla mancanza di leggi appropriate sia solo temporanea e basata su un comune sentire. A questo proposito, va riconosciuto che a livello internazionale si è consolidata una sorprendente concordanza di sentenze, maggiore di quello che si poteva pensare, vista la differenza culturale e di approccio dei sistemi giurisprudenziali dei vari paesi. Un esempio per tutti è la regola ormai acquisita di chiedere il consenso informato del paziente prima di qualsiasi intervento sul suo corpo. Questa specie di diritto comune internazionale (2), se da un lato dimostra e rafforza l’esigenza di un sempre maggiore coordinamento a livello mondiale, dall’altro conferma come sia in corso un processo di definizione dei diritti della persona anche nel campo della biomedicina, quindi del corpo. Per un dialogo globale L’accelerazione nei cambiamenti della nostra vita sociale, tecnologica e biologica, richiede regole nuove, velocemente definite e soprattutto condivise a livello mondiale, ma che sappiano allo stesso tempo rispettare le diverse culture e “tempi” delle popolazioni nelle varie realtà locali. Impresa non facile soprattutto perché si sono moltiplicati i pretendenti a definire le regole della convivenza umana prossima ventura. Prima di tutto la scienza che, forte degli straordinari progressi nella conoscenza della natura e in particolare del corpo umano, sembra quasi volersi regolare da sé nella manipolazione del corpo (e della mente) a fini terapeutici o di ricerca sfidando, infastidita, i limiti imposti dal diritto e dalla valutazione etica e morale. Sempre più spesso gli scienziati parlano di libertà di ricerca, regole universali autonomamente definite, bioetica, vita, fino a proporsi, al posto di filosofi e teologi, come i soli ormai competenti a definire che cos’è l’uomo e quale è il suo posto nella società e nel cosmo. Anche la giurisprudenza si affaccia a questo confronto, cosciente della sua esperienza e capacità di assicurare un diritto “leggero” (nel senso di non basato su leggi rigide e immutabili), razionale e chiaro nelle argomentazioni, provvisorio, ma rispondente alle esigenze dei tempi e delle società in evoluzione. E soprattutto basato su un comune sentire (leggi “sentenze”) a livello mondiale. Non a caso è stata recentemente proposta l’istituzione di una Corte consultiva internazionale che dovrebbe fornire gratuitamente pareri indipendenti a quei giudici che si trovino ad affrontare complesse controversie tecnicoscientifiche riguardanti le questioni bioetiche non codificate nelle leggi nazionali. È una sfida nuova a cui, più che i parlamenti nazionali un po’ a corto di fiato, tentano di rispondere le istituzioni soprannazionali come l’Unione Europea che sta definendo proprio in questi mesi la propria Costituzione e dovrà decidere se e quali diritti e regole relative alle sfide biomediche inserire nel testo finale. Anche se c’è chi prevede realisticamente che “la via dell’unificazione europea sarà quella tracciata duttilmente dalla sua giurisprudenza” (Corte di giustizia europea), più che la “traumatica adozione di una costituzione documentale prescrittiva”. Parlamenti e organismi internazionali, però, rimangono comunque le sedi privilegiate di espressione della volontà dei cittadini e non possono essere scavalcati da giudici o scienziati. Il futuro può dunque proporci un rinnovato scontro tra vecchi e nuovi protagonisti globali, in una lotta in cui ognuno cerca di screditare gli altri o, più saggiamente, potrebbe essere l’occasione di un nuovo dialogo. Un dialogo coraggioso e “rispettoso ” (3) del necessario contributo di ognuno degli attori in campo, tutti oggi indispensabili per servire l’uomo del duemila: gli organismi internazionali, i parlamenti, la scienza, il diritto, la chiesa. Tra promesse di mondi virtuali, controllo della vita in laboratorio, tentazione di ridurre l’uomo ai suoi geni, risorgenti richieste di manipolare in anticipo le caratteristiche del corpo del nascituro, esperimenti di nuovi esseri bionici, si rischia l’avvento di una tecnocrazia senza anima e senza controllo. È perciò indispensabile e urgente questo dialogo, ancorato su valori comuni, in particolare uno condivisibile penso dai più: la difesa e il rispetto dell’uomo in quanto persona. Quindi dotato di coscienza e capacità di autodeterminazione per quanto riguarda il proprio corpo, la propria mente, le proprie esigenze ed il proprio futuro.

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