Il nonno e i gatti

In un pomeriggio trasgressivo e randagio, parlando di anarchia e di libertà.
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Il nonno amava i gatti.

«E ai cani, nonno, ai cani non gli vuoi bene?».

«Ma sì che gli voglio bene ai cani!». Rispose prendendomi in giro: «A tutti voglio bene: ai gatti, ai cani, ai piccioni, ai passeri, alle lucertole…».

«E ai ragni?».

«Anche ai ragni, che son bravi a mangiare le mosche».

«Allora alle mosche non gli vuoi bene!».

«Beh, insomma, adesso non è questione…». Brontolò, e si sedette su un mu­ricciolo, tirò fuori un pacchettino di carta da giornale, ne cavò un po’ di tabacco e incominciò a pigiarlo nella pipa. Io sapevo che quel tabacco era riciclato dalle cicche e che questa cosa era considerata dalla mamma e dalla nonna una “por­cheria” e cercavano di farglielo capire con predicozzi e rampogne. Lui rispondeva con mormorii e bofonchiamenti impercettibili; ma continuava.

E adesso era lì che armeggiava con le sue manone nodose lente e impacciate, ma che arrivavano sempre allo scopo.

Malgrado il tabacco così recuperato non avesse un odore proprio carino, me ne stavo accanto al nonno, seduto buono buono. Non avrei detto nulla né alla mamma né alla nonna. Eravamo gentiluomini e per di più ci accomunava un pomeriggio trasgressivo e randagio. Era uno di quei giorni in cui il nonno mi aveva liberato dall’asilo.

Mentre dalla pipa si levavano i primi sbuffi mefitici, comparve un gatto.

Il nonno non lo vide perché stava guardando lontano: sembrava che si fosse dimenticato anche di me. «Che si sia arrabbiato per via delle mosche?», pensai, ma subito mi rassicurai: non avevo mai visto il nonno arrabbiato con qualcuno, figurarsi con me!

Comparve un altro gatto e questa volta il nonno li vide tutti e due.

«Eccoli qua i miei amici! I mici sono amici, ah, ah, ti piace la rima?», e gli venne la tosse. «Veramente non si sa mai bene se sono amici o se gli interessa solo il fatto che gli porto da mangiare. Ma spesso quelli che credi amici… mah!».

Quando al nonno venivano in mente i casi della vita diventava un po’ triste e diceva: «Mah!».

Intanto i gatti erano diventati tre e incominciarono a strofinarsi sulle sue gambe emettendo piccoli e dignitosi miagolii.

«Lazzaroni, lazzaroni… Ecco qua!». E così dicendo andava svolgendo un al­tro pacchettino che conteneva un avanzo di risotto su cui erano rimaste stam­pate alcune parole del giornale che l’aveva avvolto. Da un’altra tasca spuntò un terzo pacchetto che rivelò, una volta sciorinato davanti ai tre commensali, ossa di pollo e croste di formaggio.

Insieme a quello del tabacco, questi pacchettini erano la disperazione della nonna. Lei, che non usciva mai senza il cappellino! Prendeva le distanze dalle immonde abitudini del marito chiamandolo «quell’uomo là» o peggio «quel porcello d’un uomo», ma, anche se si dice che i bambini non capiscono le cose dei grandi, io mi rendevo conto benissimo che i nonni si volevano bene e che gli epiteti che la nonna indirizzava al nonno erano come quando la mamma mi gridava dietro «ti butterei dal balcone!».

Sapevo benissimo che diceva per dire.

E così quell’uomo là continuava imperterrito i suoi vagabondaggi con le ta­sche piene di viveri di conforto per i gatti e i cani poveri.

Dopo essersi leccati i baffi e aver miagolato un poco per vedere se ci fosse stato altro, i tre gatti scomparvero misteriosamente così come erano apparsi.

«Vedi – mi spiegava il nonno –, i gatti non stanno troppo a ringraziare; sanno che è giusto così: loro non hanno da mangiare e noi sì, quindi dobbiamo dar loro parte di quello che mangiamo noi. I gatti si arrangerebbero benissimo in un ambiente naturale. Andrebbero a caccia, che sono bravissimi! Non è colpa loro se noi uomini abbiamo costruito le città di cemento dove andare a caccia è decisamente più difficile. Ah, la civiltà! Perfino i topi si è portata via! Ma il gatto è fiero, è libero non si lascia sottomettere come il cane, che è buono, bravo e fedele, per carità! Ma è un po’ servo… Il gatto, invece, è libero!».

Quando sentivo questi discorsi, un po’ lunghi, un po’ borbottati, quasi confi­dati soltanto a me, anche se non li capivo del tutto; mi venivano in mente certe cose che, in famiglia, si dicevano sul nonno con tono benevolo, ma un po’ preoccupato. E allora buttavo là una domanda: «Nonno, ma è vero che sei anarchico?».

«Un po’».

«E cosa vuol dire anarchico?».

«Anarchico è uno che fa sempre lo stesso sogno. Sogna che nessun uomo abbia mai potere su un altro uomo. Sogna che tutti gli uomini siano uguali, e che tutti abbiano uguali diritti. Ma poi si sveglia e vede che non è così e allora si arrabbia perché, vedi, un anarchico ama soprattutto la libertà e…».

«Come i gatti?», interrompevo io.

«Come i gatti», rispondeva lui.

«Per quello gli vuoi più bene che alle mosche?».

«Io voglio bene a tutti!», protestava il nonno. Ma ormai mi pareva di aver capito. E forse era per quello che mi liberava così volentieri dall’asilo.

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