Il mistero del cammeo rosa

Un tempo al mistero si accompagnava la leggenda, la superstizione, la follia. Ancora oggi, nonostante le conquiste della scienza, nella coscienza umana si depositano fatti e sensazioni che, non controllati, possono generare fenomeni molto simili a quelli del passato. Anche la fede religiosa, che è intrisa di mistero, se non viene vissuta con equilibrio può sfociare in forme ambigue e devastanti. Ma quali i giusti canoni, le sane dinamiche per un corretto ed equilibrato approccio ad essa? È da questa impegnativa domanda che parte la storia descritta in Il mistero del cammeo rosa (Guida Editore), secondo romanzo di Domenico Pisano, docente di lettere presso le scuole secondarie e ricercatore presso l’Università degli Studi di Salerno. Don Antonio, vecchio prete di un piccolo paese sui monti dell’avellinese, conduce la sua vita grigia nella monotonia di giorni che si succedono senza scossoni e nell’estrema povertà. La sua piccola chiesa si disfa nel tempo e lui si sente spesso inutile e incapace di raddrizzare vie storte, di impedire le nefaste azioni dei tanti briganti della zona. Quella mattina alzò lo sguardo. La debole luce del giorno cercava di entrare con disperazione dalle finestrelle in alto. Le crepe lungo le pareti. I quadretti della via Crucis appesi storti. I buchi e i graffi sul gesso della statua di san Domenico. La sua aureola di ferro sottile, mancante di un pezzo, sbilenca… Non poteva farci niente. Tutto si sarebbe ripetuto come sempre; le poche vecchine sarebbero arrivate per la messa del mattutino, striduli biascichii di preghiere, squittii di topo, bronchiali colpi di tosse e poi l’attesa del declino. E invece, mentre cerca il passo da leggere nel messale, con l’orecchio pronto a cogliere i noti rumori, sente un rantolo, poi un lamento cupo. Girò la testa di scatto. Pensò ad un animale randagio, un cane ferito. Fu presso i banchi ammucchiati, l’indice a mo’ di segnalibro nel vangelo, chiuso e tenuto sul petto. Quando si accorse che era un uomo, lì a terra, nella penombra, il braccio gli cadde lungo il corpo, il libro sui mattoni. Quel giovane ferito, inseguito da malviventi, ha bisogno di cure. Don Antonio viene travolto e scosso dall’evento così nuovo nella casa di Dio e una voce interiore lo sprona all’azione: Muoviti, Cristo è ferito. Ritrova in sé forze insospettate, un coraggio fino ad ieri impensabile. Accoglie il giovane in casa, lo cura, lo risana ed infine con stravagante intelligenza lo veste da frate e lo trasporta con sé nell’avventura della predicazione, che da quel momento diventa piena di slancio. Quasi in contrapposizione a quanto don Antonio vive spiritualmente, la vita del suo paese continua ad essere sconvolta da eventi luttuosi e misteriosi, da gesti profanatori del sacro, da violenze mai prima conosciute, che proiettano le persone in ancestrali visioni, in allucinate sensazioni, fino al giorno in cui quel pallido cammeo rosa strappato alla statua della Madonna viene ritrovato nell’erba. Forse è il segno da tutti sperato? Don Antonio si rende conto che, per la sua comunità, la ricerca ossessiva di segni tangibili che si amplificano nell’immaginario collettivo, sono pericolosi. I veri segni di cui quella gente ha necessità sono la preghiera, l’amore gratuito ai fratelli, e troppo poco ha mostrato questi segni. L’aiuto dato a quel giovane sconosciuto è, forse, il segno più autentico e nuovo che può comunicare alla sua gente. E, finalmente in pace con sé stesso, può ridare a tanti il senso della vita, può sperare che si ritorni ad accettarla come un dono di Dio senza più lasciarsi catturare dal demonio dell’incertezza e della viltà…. Un romanzo dal ritmo incalzante, dalla scrittura tesa che, dopo averci condotto nei meandri bui di un paese smarrito, ci lascia anche intravedere la possibilità sempre aperta di una ripresa: I cilici furono sciolti, i sai riposti nella cassa, le pratiche di stregoneria rinnegate. I bimbi nacquero e i morti morirono nel sorriso di Dio. Nella taverna si continuò a giocare e a bere, ma con allegria.

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