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In profondità > Dialoghi

Il mio Giovanni XXIII

di Massimo Toschi

- Fonte: Città Nuova


Ero un ragazzo di 19 anni, disabile. Il "papa buono" con il Concilio, i poveri, la pace, il rinnovamento, l'unità delle Chiese, ha cambiato la mia vita

Giovanni XXIII

Ho visto per la prima e ultima volta papa Giovanni il 17 marzo 1963 in occasione di un convegno del movimento degli studenti di Azione Cattolica in San Pietro a Roma. Partecipammo all'udienza nella basilica con i nostri canti e con i nostri gridi, figli di un tempo che stava morendo. Papa Giovanni a piedi ha lasciato l’altare della confessione. Mi è passato vicinissimo, appena oltre la transenna. Ho visto il suo volto sofferente. Il male che lo aveva colto lo stava prosciugando. Ma il suo sorriso e i suoi occhi mi sono entrati nel cuore per sempre. Morirà poco meno di tre mesi dopo, il 3 giugno 1963.

Era terminata la prima sessione del Concilio. Si era nel pieno della polemica politica, perché sorprendentemente Roncalli ai primi di marzo aveva ricevuto il genero di Kruscev, capo dell'Unione Sovietica. Nel pieno della "Guerra fredda" il gesto di Roncalli era stato percepito da molti come un atto di cedimento e non come un segno di accoglienza e di misericordia.

Avevo diciannove anni. Essendo disabile, avevo vissuto la visita del papa all’ospedale Bambino Gesù come una sorprendente e imprevista attenzione ai più sofferenti. Ero rimasto colpito dall’incontro con i carcerati a Regina Coeli, segno indelebile del magistero della misericordia. Avevo visto in televisione la grande apertura del Concilio. Avevo ascoltato il grande discorso di apertura del Concilio contro i profeti di sventura e per una lettura amica della storia.

Avevo visto in televisione il discorso unico e straordinario alla luna, in cui il papa, in tutta semplicità, aveva consegnato il mistero della paternità di Dio e della fraternità come fondamento del Concilio. Il mio incontro a san Pietro con papa Roncalli portava anche le sue parole scandalose e nuove sulla Chiesa dei poveri, di cui anch’io, con la mia malattia, in qualche modo facevo parte, e che lui aveva detto nel radiomessaggio a un mese dall’apertura del Concilio.

Infine noi tutti sapevamo, giovani di vent'anni, l’impegno del papa “buono”, come molti con affetto dicevano, per la pace. Alla fine dell’ottobre 1962 la crisi dei missili tra gli Stati Uniti di Kennedy e l’Unione Sovietica di Kruscev era stata superata grazie alla parola di mediazione e di dialogo di Roncalli, che aveva dato voce al grido delle vittime per cambiare i cuori dei potenti.

Tutto è stato sigillato dalla sua morte davanti al mondo. Grazie alla televisione ho visto morire il papa alla fine della messa in piazza San Pietro il 3 giugno 1963. Mentre il Vangelo proclamava: «E venne un uomo, mandato da Dio, il cui nome era  Giovanni», la persiana della camera del papa si è chiusa a indicare la sua morte. Tutto il mondo era là, perché il padre di tutti se ne andava. Ecco papa Roncalli, con il Concilio, con i poveri, con la pace, con il Vangelo, con il rinnovamento ecclesiale, con l’unità della Chiesa e delle Chiese, ha cambiato la mia vita, ha chiamato la Chiesa, la mia Chiesa, a convertirsi secondo la misura del Santo Evangelo.

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