Il mio amico va al “campo”

I corsi estivi della diocesi di Teramo-Atri. Trent’anni di vitalità delle parrocchie.
I ragazzi del campo a Montemonaco
Il volto stralunato di chi ha il sudore appiccicato ai capelli dopo una corsa per il prato erboso; spizzichi di vita comune consumati non solo merenda alla mano, ma saggiando con i propri coetanei quanto di più bello può offrire la condivisione e i canti provati e riprovati all’infinito all’ombra di un albero. Sono le scene che si ripetono ogni anno e che scorrono tra gli amarcord dei volti dei ragazzi che − da trent’anni a questa parte −, sono passati per i campiscuola organizzati dal Movimento diocesano di Teramo-Atri dei focolari. «Chissà mai quanti sono stati!», si affretta a precisare don Giovanni D’Annunzio, parroco di una delle frazioni più attive e sacerdote animatore della diocesi. Quest’estate, a giugno, sono stati circa 280 i presenti, tra ragazzi delle medie e superiori. Sono in molti qui nei paesi a conoscere l’attività dei “campi” − come simpaticamente vengono definiti da queste parti −, e a non esitare a mandarvi i propri figli, nonostante la ventata di scandali su sacerdoti e religiosi incomba in questi tempi.

 

Il campo è prima di tutto un’oasi relazionale. Per una settimana si vive gomito a gomito con giovani che non si conoscono, in “gruppetti” e con un assistente di età maggiore di una spanna appena. «Ci siamo passati tutti e questo li responsabilizza», mi dicono. Non solo. L’attenzione da parte di tutti – dal sacerdote ai ragazzi, agli adulti – nel vivere l’amore reciproco della spiritualità di Chiara Lubich nei gruppetti è l’anello di congiunzione tra il campo e gli incontri che i ragazzi vivranno poi nelle proprie parrocchie.

 

Tutto ciò è partito da cinque sacerdoti «tra cui anche Giuseppe Petrocchi, attuale vescovo di Latina», racconta mons. Gianfranco De Luca, attuale vescovo della diocesi di Termoli-Larino. Nel ’74 fu quest’ultimo, assieme a don Giovanni D’Annunzio, ad avviare a Tossicia un’esperienza di vita comune. «Bussarono alla porta alcuni giovani del paese − e ora è quest’ultimo a raccontare −. Ci chiedevano di fare gite, cantare e parlare dei loro problemi. Da allora il bar di fronte ha iniziato a svuotarsi e sono iniziati i campi».

 

Cambiano i visi, al posto dei gettoni ora c’è l’iPhone, ma non muta volto l’esigenza: «I ragazzi non sono cambiati, è cambiato il modo di essere giovani, la sensibilità, perché loro sono la cartina di tornasole della società – prosegue mons. De Luca –. Ma l’esperienza di amore scambievole, il “clima” che sempre si avverte ai campi, entra nel cuore di queste persone quasi, direi, al cento per cento».

 

Rispetto al passato c’è una maggiore consapevolezza tra i ragazzi di oggi su cosa sia un campo. Pare che, a differenza dei primi anni, non sia più arrivato nessuno portando con sé una racchetta da tennis, perché non gli era stato illustrato nei dettagli cosa avrebbe trovato. Quella volta il malcapitato di turno − dopo lo sgomento iniziale, quando seppe che non l’avrebbe nemmeno toccata −, decise di provare a stare a “quel gioco”. Per anni è stato uno dei trascinatori.

Oggi gli inviti non arrivano più esclusivamente tramite il tam tam del bocca e orecchio, perché parte del compito viene assolto da Internet.

 

Ma chi sono i garanti di questa esperienza? Sono i giovani che hanno precorso la stessa via: dalla serva di Dio Maria Orsola Bussone, a Pietrino Di Natale, un ragazzo pieno di vita che frequentava i campi. Dopo la sua scomparsa, mamma Adelina è diventata un’assidua frequentatrice della “famiglia del camposcuola”. O, ancora, Chiara Badano, la giovane proclamata beata lo scorso 25 settembre che ha ispirato alcuni di questi ragazzi a imbastire un musical su di lei, giovane ragazza di Sassello.

 

Il campo ha ancora il volto dato loro dai veterani, affermati professionisti e con famiglia al seguito. Sono inseriti nelle comunità parrocchiali e alcuni di loro danno una mano nel campo, come Peppino Palladini che, con l’azienda di cui è socio, partecipa al progetto di Economia di Comunione. C’è anche chi dopo alcuni anni di latitanza ricerca un nuovo contatto: «Un medico l’anno scorso ha portato per la prima volta sua figlia al campo – mi racconta Silvia Palladini, moglie di Peppino –. Anche lui aveva conosciuto il Movimento dei focolari e voleva che sua figlia crescesse con la stessa spiritualità nel cuore».

 

Il campo ha anche il volto di chi oggi ha preso altre strade. Molti ancora «la ricordano come una delle esperienze più belle della loro vita», dice mons. De Luca. Ha infine il volto di questi ragazzi che, con un tesoro in tasca, si apprestano a vivere l’estate assieme ai loro amici.

Quasi lo dimenticavo. Ha anche il mio, di volto.

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