Il mercato delle acque minerali in Italia

Diffuso un dossier molto significativo di Legambiente e Altreconomia
Simboliche acqua

Decisamente negli ultimi tempi, man mano che anche i più distratti si accorgono della sua crescente penuria, l’acqua fa notizia. Molto interessante, ad esempio, il dossier elaborato e reso noto il 22 marzo da Legambiente e Altreconomia a proposito della gestione delle acque minerali in Italia. Si tratta di un dato significativo dato che siamo i primi consumatori di acqua in bottiglia in Europa con 192 litri procapite nel 2009. Nel Regno Unito il consumo è decisamente più basso (30 litri), la Svizzera si attesta su un valore medio (79) mentre Germania e Spagna sono le seconde in classifica con la media di 140 litri di acqua minerale a persona.

 

Le marche in circolazione dai nomi più fantasiosi erano 304 nel 2009 facenti capo a 168 società impegnate a spartirsi un volume di affari di 2,3 miliardi di euro per un numero complessivo di 12,4 miliardi di litri imbottigliati. Un prelievo dalle fonti che è quintuplicato rispetto al 1980, quando i litri imbottigliati erano ancora 2,35 miliardi. 

 

Un punto fermo va mantenuto: le fonti sono e rimangono pubbliche e quindi le varie aziende che mettono in commercio le più diverse acque minerali sono solo dei concessionari che pagano un canone annuale il cui importo varia notevolmente a seconda di ogni singola Regione. Nel piccolo Molise, ad esempio, il valore è ancora stabilito da un Regio decreto del 1927, aggiornato annualmente e arrivato alla cifra attuale di dieci euro per ogni ettaro di terreno sui cui si estende la fonte. In Liguria una più recente legge del 1977 prevede uno sconto del 50 per cento: cinque euro per ettaro, il che vuol dire che per i 978 ettari complessivi di concessione la regione incassa circa 5 mila euro all’anno. Se venissero seguiti altri criteri di equità (cioè 2,5 euro a metro cubo di acqua imbottigliata) si potrebbe arrivare, secondo il dossier, ad un canone di 350 mila euro che sarebbe sicuramente una cifra notevolmente superiore, ma «appena sufficiente a coprire le spese amministrative sostenute dalla Regione per le concessioni».

 

La necessità di adeguare i canoni di concessione per le acque minerali, che costituiscono l’eccezione al «principio generale che considera l’acqua indisponibile ad un uso esclusivo di profitto», risponde anche alla regola «chi inquina paga», o almeno dovrebbe pagare. La produzione attuale di acqua minerale comporta l’uso di 350 mila tonnellate di Pet, la resina termoplastica di cui sono fatte le bottiglie in commercio, che richiedono il consumo di 700 mila tonnellate di petrolio e l’emissione di 1 milione di tonnellate di anidride carbonica. Senza considerare il fatto che, come gran parte delle merci, anche l’acqua minerale viaggia prevalentemente (85 per cento)con i Tir e non certo sulle rotaie.

 

La conferenza delle Regioni del 2006 aveva stabilito tre tipologie di canone: da 1 a 2,5 euro a metro cubo di acqua imbottigliata, da 0,5 a 2 euro per ogni metro cubo di acqua comunque estratta e almeno 30 euro per ogni ettaro di terreno dato in concessione. Se solo il Lazio, nel 2007, si è avvicinato a questi valori, altre 4 delle 13 regioni che hanno rivisto la normativa dopo il 2006 non hanno comunque adeguato i canoni ai nuovi criteri. Ad esempio la Puglia ha innalzato solo il valore del canone per ettaro: da un euro nel 2008 a 130 euro nel 2010. Il Veneto, invece, che aveva adottato il criterio di tre euro a metro cubo nel 2007, ha fatto marcia indietro con una successiva legge del 2009 che ha condonato anche il pregresso riportando il calore a 1,5 euro a metro cubo di acqua imbottigliata.

 

Dati e analisi che invitano all’approfondimento.

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