Il lavoro va salvato, cercato e creato

Di fronte alla grave crisi dell'occupazione, bisogna darsi da fare. Il caso spagnolo e quello del Sulcis.
Lavoro
Benedetto XVI ha recentemente ribadito che occorre «fare tutto il possibile per tutelare e far crescere l’occupazione». Anche e soprattutto oggi, il centro del sistema economico deve essere occupato dalle persone. I capitali tecnologico, finanziario e sociale sono certamente importanti ma il “capitale umano”, cioè i lavoratori, resta il fattore chiave di una economia che voglia essere a misura di persona. Invece, la crisi finanziaria ed economica globale mostra con grande forza che il lavoro umano è decisamente relegato sullo sfondo del nostro modello di sviluppo capitalistico, il quale, sempre più in mano alla finanza, ha perso contatto con la fatica del lavoro.

D’altra parte, esso viene asservito al consumo, dando vita a uno dei fenomeni più preoccupanti del nostro tempo: la rincorsa ai consumi, appunto. Ma la storia ci insegna che i popoli si sviluppano quando la tendenza “competitiva” e agonistica degli esseri umani non si esprime primariamente nel consumo (si gareggia possedendo auto e telefonini più costosi degli altri) ma nel lavoro e nella produzione.

Inoltre, questa crisi avrebbe dovuto insegnarci che la ricchezza che produce vero benessere è solo quella che nasce dal lavoro umano. Le promesse di ricchezza senza lavoro sono sempre sospette e molto spesso dei bluff individuali e sociali.

 

Che fare allora oggi in questi tempi di profonda crisi del lavoro? Innanzitutto, occorre tener ben presente che esso non è una merce che può essere lasciata al solo gioco della domanda (imprese) e dell’offerta (lavoratori). Il lavoro, o meglio il lavorare, è un bene per così dire primario, poiché da esso dipendono la dignità e l’identità delle persone, i loro sogni e anche la possibilità di poter acquistare gli altri beni, e far così girare l’economia. Ecco perchè la presenza del sindacato sarà sempre un grande segno di civiltà e di piena umanizzazione della vita civile.

Da questa crisi usciremo se sapremo trovare un nuovo assetto sul lato dell’occupazione. La globalizzazione e l’entrata sulla scena economica di nuovi continenti sta cambiando radicalmente il modello economico che aveva dominato in Occidente durante il XX secolo, tutto giocato sul binomio Stato-mercato. In quel modello, che ha portato risultati straordinari sul piano della crescita economica, al mercato capitalistico era affidato il compito di produrre e di occupare i lavoratori, allo Stato di colmare le lacune, anche occupazionali, del mercato. Tutto ciò che atteneva alla vita privata e quella associativa, e quindi ai valori ideali e politici, non rientrava né nel mercato né nello Stato. Tutto questo era un “terzo settore”, e quando creava occupazione, questa era in ogni caso qualcosa di marginale, poiché la sua natura era altra e non economica.

 

Oggi questo modello sta entrando in crisi mortale, perché il mercato tradizionale non ce la fa più, e tanto meno lo Stato. Il Terzo settore allora deve evolvere in quella che chiamiamo “economia civile”, vale a dire un nuovo modello economico e sociale dove la società civile non è un elemento residuale (terzo), ma il fulcro di creatività dell’intera economia. Occorre oggi una nuova stagione di innovazione dove i cittadini non affidino il lavoro soltanto alle grandi imprese tradizionali e allo Stato, ma siano protagonisti di nuove imprese in settori ad alta innovazione.

Il lavoro oggi non va solo “salvato” e “cercato”, ma anche “creato”. Va immaginato un sistema dove le cooperative e le associazioni non si occupino solo di cura della persona, ma anche di beni ad alto valore aggiunto. Va inventato allora un nuovo patto sociale, perchè l’economia civile non abbia solo la funzione di ridistribuire risorse, ma anche quella di crearle.

Se l’Italia vuol continuare a occupare un posto significativo nel nuovo scenario economico mondiale, occorre che si rilanci una fase di nuova creatività per immaginare nuovi scenari e nuovi mercati, in quei beni che oggi sono sempre più scarsi e quindi preziosi: quelli relazionali, culturali, e ambientali.

Luigino Bruni

 

La vicenda Alcoa

 

Apprensione e speranze per la fabbrica di alluminio di Portovesme.

 

A meno di clamorosi sviluppi, il destino dell’Alcoa, proprietà statunitense, sembra segnato per quasi duemila operai, tra diretti ed indotto. Una situazione drammatica, per il Sulcis che sconta da trent’anni continue crisi. Alcoa ha già pronti due impianti in Medio Oriente, a bassi costi di energia e manodopera, i due elementi che sono alla base della crisi dell’impianto sardo: l’isola è l’unica regione italiana priva di metano e che quindi deve utilizzare il petrolio.

Alcoa godeva di un regime tariffario agevolato, che però è stato considerato aiuto di Stato dall’Ue, con conseguente multa di 300 milioni. Da Bruxelles non è ancora arrivato il nullaosta alla proposta di sconti sul prezzo dell’energia. Di qui il fallimento dell’ultimo negoziato.

I governi regionale e nazionale hanno chiesto ad Alcoa di attendere il verdetto della Commissione europea. E per il vescovo di Iglesias, mons. Zedda, occorre tenere a mente che dietro questa vicenda ci sono famiglie di un territorio che ha già pagato per le crisi passate.

Per i sindacati i problemi sono molteplici, da quelli ambientali a quelli sociali. Nel polo industriale del Sulcis-Iglesiente almeno il 65 per cento degli occupati ha perso il lavoro: su 6 mila addetti poco più di 2 mila sono quelli in attività, e quasi tutti legati ad Alcoa.

Roberto Comparetti

 

Emergenza Spagna

 

Le cifre sono sempre più allarmanti: alla fine del 2009 i disoccupati in Spagna erano 4.326.500, il 18,83 per cento della popolazione attiva. Più di un milione di persone ha perso il lavoro nel 2009: la gran maggioranza aveva un contratto a tempo determinato. Si capisce, dunque, come tra le preoccupazioni primarie del governo Zapatero, che vorrebbe far bella figura in questo semestre di presidenza Ue, ci siano in testa queste cifre.

Dopo aver cercato di creare lavoro attraverso i comuni con grossi investimenti per rinnovare strade, parchi e altre infrastrutture delle città (operazione da tanti contestata), e dopo aver messo in moto aiuti diretti ai disoccupati e sconti alle famiglie con meno risorse, ora si tratta di far crescere la percentuale di popolazione attiva, che attualmente si trova al 59,76 per cento. Serve cioè più gente sul mercato del lavoro, che versi i contributi alle casse sanitaria e previdenziale pubbliche.

Bisogna altresì mettere l’accento sul fatto che tra i più colpiti dalla crisi economica, che qui è partita dalla finanza e dall’edilizia, ci sono gli immigrati. Sono stati loro a svolgere nell’ultimo decennio i mestieri che gli spagnoli non volevano più fare, come l’edilizia. Così, a fine 2009, il tasso di popolazione attiva straniera è calato.

La cosa che preoccupa di più, senza dubbio, è quel milione e 220 mila nuclei famigliari in cui nessun membro ha un lavoro. Finora hanno goduto di aiuti diretti, che prima o poi finiranno.

Javier Rubio da Madrid

 

 

Il sindacalista e l’imprenditore

 

Senza regole non se ne esce. È questo il papere di Stefano Biondi (Fiba Cisl) e di …

 

Stefano Biondi (Fiba Cisl)

 

Come si risponde all’appello lanciato dal papa in difesa dei posti di lavoro?

«Il papa ha fatto suo il grido di dolore di molti senza voce. La logica prevalente della frattura tra finanza e lavoro porta a remunerare il capitale investito, non considerando il destino dei lavoratori coinvolti. Se non adottiamo direttive internazionali, condivise a livello mondiale, le parole di Benedetto XVI sono destinate a ricevere un plauso del tutto formale».

 

Cosa può fare il sindacato?

«Il disagio sociale è ormai difficilmente gestibile, mentre esiste il tentativo di delegittimare il sindacato. Il mercato non riesce a darsi, da sé stesso, un limite. La responsabilità sociale d’impresa deve arrivare a definire cosa, per chi, come produrre e i criteri di distribuzione degli utili. Altrimenti abbiamo una sovrapproduzione indotta dagli interessi degli investitori che produce solo rifiuti. Come nel caso degli incentivi che fanno salire temporaneamente il fatturato, distribuire i dividendi delle azioni e spedire i lavoratori in cassa integrazione».

 

Di fronte alla competizione globale indotta dalle regole della finanza non si avverte la tentazione di una lotta tra gli stessi lavoratori?

«È il rischio più forte. Si è passati dal nomadismo delle merci che ricercano il basso salario, alla migrazione di coloro che offrono il proprio lavoro a costi sempre più iniqui. Il caso Rosarno è emblematico. Più di quanto si creda. Ci sono zone dove il sindacato non entra, oppure è tenuto in uno stato di latente ricatto. E si finisce per chiamare flessibilità ciò che è solo precarietà. Il papa stesso, nella Caritas in Veritate, afferma che occorre “garantire a tutti l’accesso al lavoro, e anzi: a un lavoro decente. Bisogna rafforzare e rilanciare il ruolo dei sindacati, combattere la precarizzazione”. C’è bisogno di affermare un nuovo sistema di regole che superi l’iniqua distribuzione della ricchezza e del bene lavoro».

a cura di Carlo Cefaloni

 

 Messeret, una piccola luce nera

 

Pierangelo e Annamaria fanno parte di Famiglie Nuove a Iglesias, hanno tre figlie e da qualche mese è con loro anche Messeret, di 18 mesi, adottata in Etiopia. Nulla di originale: una famiglia numerosa che decide di adottare una bambina, non perché madre natura impedisce di procreare, ma perché il desiderio di maternità e di paternità non si assopisce col tempo. Ma Pierangelo, 44 anni, lavora all’Alcoa.

Messeret è una piccola luce nel buio della crisi industriale sarda. «Sono giorni difficili quelli che stiamo vivendo – dice il papà –. Sono stati realizzati utili incredibili qui, grazie all’impegno dei lavoratori. Io stesso vi ho messo passione e tempo, sottraendolo agli affetti. A Roma pensavamo di ricevere un po’ di speranza. Ma non è stato così. Io forse riuscirò a portare il pane a casa con un altro lavoro: la famiglia numerosa non è un problema né tanto meno la presenza di Messy. Anzi, Il suo sorriso è davvero un toccasana».

E Annamaria: «C’è un esile speranza per il lavoro di mio marito, ma non posso non pensare a chi, perso il posto, non né avrà un altro. La nostra è una famiglia unita che crede nella vita e ha voglia di continuare a crescere. Abbiamo adottato Messy mettendo in gioco tutto noi stessi, incomprensioni e aggravi economici. Il desiderio però di dare un futuro a una bambina è stato più forte di tutto, ed è superiore anche a quanto ci sta accadendo oggi».

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