Il Kenya è obiettivo del terrorismo di Al-Shabab?

Il Paese africano al confine con stati in costante crisi di governo sconta la sua allenza e il suo sostegno all'Occidente ma al contempo rivela falle nel sistema di sicurezza e si trova impreparato di fronte ad un conflitto che trova adepti locali e usa le moderne tecnologie dell'informazione. Dalla nostra corrispondente
Attacco terroristico in Kenya

Da quando l’attacco a sorpresa al Westgate Shopping Mall nel settembre 2013, a Nairobi, ha fatto notizia sui siti e giornali del mondo intero, speculazioni e analisi sul terrorismo in Kenya hanno cominciato a crescere in gran numero. E assieme alle analisi sono anche cresciuti gli attentati.

Solo la scorsa settimana almeno 36 persone sono morte dopo un nuovo attacco nella città di Mandera, nel nord-est del Paese, vicino al confine con la Somalia, nazione da sempre devastata dalla guerra.
Il gruppo Al-Shabab legata ad al-Qaeda, ha rivendicato la responsabilità per le uccisioni e ne ha esplicitato le ragioni: «punire il Kenya perché combatte i militanti islamici nella vicina Somalia».

Quando il Kenya ha spostato la sua battaglia contro il terrorismo fino alle porte di Al-Shabab in Somalia, la sua missione era quella di paralizzare e spazzare via i militanti di questo pericoloso gruppo. L’operazione Linda Nchi (in swahili, Proteggere il paese) è il nome in codice per definire quest'operazione militare coordinata tra l'esercito regolare somalo, i militari del Kenya e l'esercito etiopico, iniziata il 16 ottobre 2011.

Inizialmente, la strategia unitaria ha avuto buoni risultati e Al-Shabab è stato spinto lontano dal confine con il Kenya.Ma la celebrazione dei successi è stata di breve durata. Nei primi mesi del 2012, Al-Shabab si è riorganizzato, moltiplicando i suoi attacchi. Nel solo 2014, più di 14 attentati sono stati effettuati in territorio keniano con centinaia di vittime. In uno dei più sanguinosi assalti il 15 giugno scorso, almeno 48 persone sono state uccise a Mpeketoni in Lamu, nella regione della costa.

Il gruppo ha abbandonato la guerra convenzionale adottando un approccio asimmetrico, hit-and-run “colpisci e scappi”, utilizzando molte delle sue cellule clandestine sparse in Kenya. Da questo momento, un numero significativo e crescente di attacchi sono stati effettuati da keniani locali, molti dei quali risultano essere nuovi convertiti all'Islam. Descritti come "kenian  Mujahideen", i convertiti sono in genere giovani e molto zelanti, talvolta anche troppo, estremamente vulnerabili  per le condizioni di povertà in cui vivono e quindi più facilmente soggetti al reclutamento.

La guerra globale al terrorismo Gli osservatori sostengono che il Kenya è destinato a periodici attacchi ed azioni periodiche, vulnerabile alle infiltrazioni, a causa del suo ruolo di alleato occidentale e per la sua posizione centrale nell’area. Nel luglio del 1976, durante la crisi degli ostaggi dell’Operazione Entebbe, il Kenya per un breve periodo era stato base di rifornimento per gli aerei israeliani, C-130 Hercules.  Il Paese era stato percepito dagli estremisti islamici come “custode” di interessi occidentali e sostenitore di Israele e questo fatto non era stato gradito.

L'attacco al Norfolk Hotel, a Nairobi, nel Capodanno 1980, ha sollevato sospetti su gruppi militanti palestinesi che avevano presumibilmente mirato al Kenya come rivalsa per aver sostenuto Israele in missioni antiterrorismo. Il gruppo avevano negato il loro coinvolgimento, ma gli interrogativi permangono.

Il Kenya è diventato un partner importante nella guerra globale al terrorismo all'indomani dell'11 settembre 2001, anche a seguito degli attentati del 1998 alle ambasciate americane di Nairobi e Dar es Salaam in Tanzania, che avevano fatto registrare centinaia di vittime. Gli eventi luttuosi di questi ultimi decenni hanno rafforzato quest’alleanza di lunga data.

Perché il Kenya?  La posizione geografica del Kenya è fondamentale per capire la sua attuale importanza nella lotta al terrorismo. Situato sulla costa orientale dell'Africa e con accesso diretto al Mar Arabico e al Golfo di Aden viene ritenuto parte sia dell'Africa Orientale che del Corno d'Africa. Circondato da cinque paesi dalla forte instabilità politica come Somalia, Uganda, Sud Sudan, Etiopia e Tanzania, le minacce alla sicurezza interna sono costanti anche se resta la Somalia la maggior fonte di preoccupazione. Il crollo del governo somalo nel 1991, ha di fatto creato una società senza legge dove la criminalità e le ideologie radicali fiorirono. La mancanza di un’autorità statale ha consentito la libera circolazione di persone e merci da e verso la Somalia, ma tra i molti rifugiati che cercano una vita migliore in Kenya, non sono da sottovalutare i numeri degli estremisti.

Le domande Le sfide della sicurezza nel paese portano tanti interrogativi. Per esempio, se il Kenya potrebbe perseguire i terroristi in Somalia, perché non riesce ad impedire loro di provocare tante vittime all'interno dei suoi confini? Per alcuni osservatori Al-Shabab sta operando con tale violenza a causa di gravi carenze nell’apparato di sicurezza del governo keniano. A questa certezza si aggiunge l’impreparazione con cui il Paese sta affrontando le questioni della libertà di movimento e il nesso tra militanza terroristica locale e internazionale. Il metodo di conflitto dei terroristi è sopravvissuto e si è evoluto grazie anche ai mezzi di informazioni e agli apparati tecnologici senza sottovalutare la grande attrattiva che esercita sui bassi livelli sociali: le forme di lotta emerse in questi mesi testimoniano la sua continua capacità di adattamento.
Colin Clarke, scienziato politico presso la RAND Corporation, ha precisato che gli attacchi possono essere più letali del passato non solo a causa delle nuove tecnologie che facilitano la comunicazione tra i militanti ma anche perché «c'è sicuramente una struttura più orizzontale che governa queste reti più che la struttura verticale che abbiamo visto in passato». 

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