Il giorno prima della felicità

Nell'incontro vitale tra giovani e adulti c'è il futuro della storia. L'ultima fatica di Erri De Luca.
Il giorno prima della felicità
Fra gli autori italiani, Erri De Luca è certamente uno dei più letti e seguiti, in modo particolare dai giovani, per la profondità del suo pensiero e la bellezza icastica della sua scrittura. Si dichiara non credente e attento lettore della Bibbia, di cui ha tradotto e curato alcuni libri.

Le sue opere, anche quando affrontano temi forti e crudi come la guerra, la discriminazione razziale e ideologica, la violenza nei rapporti, nascono sempre da una ricerca di autenticità, originata dal guardare la natura e gli uomini con gli occhi incantati e innocenti di un bambino. Ed è questo sguardo, adulto e innocente insieme, che fa di Erri De Luca un autore originalissimo, capace di farci assaporare in ogni suo libro un tocco di altissima poesia e di commovente sapienza.

Ogni uomo è destinato alla felicità, ma questa felicità non si conquista nella passività o nella rassegnazione, quanto nel coraggio di battersi per la verità, la libertà, la giustizia, l’amore: è il tema di fondo dell’ultimo suo romanzo – Il giorno prima della felicità –, da gennaio in libreria per i tipi della Feltrinelli e tra i più venduti in questi ultimi mesi.

La storia si svolge a Napoli – è questo certamente il più napoletano dei libri di De Luca – agli inizi degli anni Sessanta. Il protagonista, un giovane diciassettenne orfano di entrambi i genitori, vive da solo in un vecchio palazzo di un quartiere popolare a ridosso della Marina. È legato fortemente al portiere dello stabile, don Gaetano, un uomo qualunque che ha girato il mondo, ha salvato in un antro sotterraneo di quel quartiere qualche ebreo dalla furia nazista e, dopo un periodo di emigrazione, è tornato a vivere nella sua città alla quale spontaneamente consegna quei semi di saggezza popolare che ha raccolto nella sua lunga e tormentata vicenda umana.

 

Ritornando con la fervida memoria a quei giorni “prima della felicità”, che videro nel settembre del 1943 i napoletani insorgere contro la furia devastante di tedeschi e fascisti, mentre la flotta americana entrava nel porto della città, don Gaetano partecipa al giovane amico l’esigenza collettiva di autentica libertà in un disegno corale che mescola il mio e il tuo in un nostro pieno di forza e di coraggio.

«Non lo so perché saltammo come i grilli per le strade tutt’insieme. Quello che ti butti a fare in quelle ore è un poco tuo, il resto è di quel corpo che si chiama popolo. Sono le persone intorno che fanno come te e tu fai come loro. Un momento stai davanti a tutti, poi altri ti superano, qualcuno cade morto e gli altri continuano in nome suo quello che è iniziato. È una cosa che somiglia a una musica».

C’è malinconia e un pizzico di tristezza nelle parole di don Gaetano: egli avverte intimamente che quel popolo così vivo e forte in quei giorni lontani, ora si è spento, e quella carica ideale di riscossa e resurrezione, nel presente della città tarda a manifestarsi.

Il giovane ascolta, medita e prende appunti per narrare a sua volta quella storia a chi verrà dopo di lui. «Capivo a scatti l’insurrezione e me la figuravo pure a scatti, come la resurrezione di un corpo. Una prima contrazione nervosa, poi il muscolo di un dito che si muove, la mossa di un tic, un risveglio che inizia alla periferia del corpo. Solo dopo essersi sollevato a sedere, Lazzaro ricorda di avere sentito la voce che gli ordinava di tirarsi su. Riuscivo a figurarmi così l’insurrezione, la scarica di energia in un corpo spento. Ma come era arrivato a spegnersi, come si era ridotto a soldatino di piombo?». In uno scambio vitale di affetti e di memoria i racconti di don Gaetano amplieranno la conoscenza storica del giovane.

 

Ora, però, il giovane è cresciuto, è uomo, ha scoperto e vissuto la brutale sessualità senza amore e più tardi l’amore vero per Anna; ha intravisto i bagliori di una grande luce in quel sentimento prorompente, ma anche la pericolosità delle interferenze violente e guappesche che vi si frappongono.

Tuttavia sceglie la vita anche negli aspetti più tragici e non arretra, affilando l’arma della difesa con coraggio, sapendo che se vuole aiutare la ragazza – emblema della città amata – a crescere, deve anche essere disposto a lasciarla sola e perderla, ma portandola ben stretta nel suo cuore. «Fatemi sapere di Anna, che è guarita», chiederà come ultimo desiderio al suo amico don Gaetano prima di partire per l’Argentina. E don Gaetano glielo promette.

Straordinaria e ricca di senso, in ogni pagina del romanzo, la descrizione di questo rapporto generazionale tra il giovane e l’anziano portiere. Sembra di cogliere in esso un pensiero costante dell’autore, presente anche in altre suo opere: in questa comunione vitale tra giovani e adulti c’è il futuro della storia. Se vogliamo che l’umanità faccia un passo avanti bisogna cercare questo rapporto, ricostruirlo dove s’è lacerato e indebolito, sostenerlo lì dove muove i primi passi.

L’intera vicenda, godibilissima dalla prima all’ultima pagina, per certi versi richiama le antiche tragedie greche, e ci svela una verità troppo spesso taciuta: solo uniti nella diversità di esperienze, di condizioni e di fedi, possiamo contribuire a salvare la storia personale e collettiva dal sangue della violenza, sempre in agguato.

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