Ha molto colpito tutti il caso dello studente accoltellato a morte a La Spezia da un compagno di scuola. Si sono sprecati articoli sulla dinamica dei fatti, sul disagio giovanile, sull’emergenza sicurezza e su quella educativa, sui ragazzi immigrati. Tra i tanti video e articoli, ci sono state numerose interviste ai familiari della vittima, e alla famiglia del ragazzo che ha commesso il delitto.
Sono state in particolare queste ultime ad attirare, come giornalista, la mia attenzione. Se già poteva apparire inappropriato e ai limiti del morboso dare in pasto al pubblico le immagini del dolore dei parenti del morto, altrettanti interrogativi, per quanto di altro genere, suscitava l’insistenza dimostrata nei confronti del padre dell’omicida. Interviste, immagini dell’abitazione – insistendo sul fatto che fosse particolarmente angusta e malridotta, quasi a dargli del poveraccio ed asserire che la condizione del figlio fosse da attribuire al fatto di essere cresciuto lì –, in un’attenzione mediatica che mi è apparsa davvero sopra le righe. Se interpellare i parenti può in effetti consentire di capire qualcosa di più della vicenda (e va però fatto con tutte le accortezze del caso), questa però mi è apparsa come una sorta di spettacolarizzazione fine a sé stessa.
Nella mia testa risuonavano le parole di uno dei miei insegnanti alla scuola di giornalismo: «No-o! No-o! Non è una notizia!». Affermazione che riservava non solo ai fatti giudicati di scarso rilievo, ma anche a tutti quegli articoli che, non fornendo alcun reale contributo ad una migliore e più completa comprensione dei fatti, finivano per avere soltanto la funzione di riempire le pagine, o di fare click stimolando le curiosità più o meno deplorevoli del genere umano.
Perché, mi dicevo, questo erano quegli articoli: delle non-notizie. Che cosa c’era di così sensazionale e “notiziabile” nel fatto che il padre dell’omicida era disperato anche lui e non si spiegava il gesto del figlio? E le sue parole che cosa aggiungevano alla comprensione di una tale tragedia, su cui – dopo aver dato conto dei fatti – avrebbe solo dovuto calare il silenzio per il rispetto delle persone coinvolte? Su cui l’unica voce avrebbe, al più, dovuto e potuto essere quella di chi ogni giorno lavora nell’ambito dell’educazione e della prevenzione della violenza perché fatti del genere non accadano?
Come giornalista, e come giornalista di un giornale come Città Nuova, non posso – insieme al resto della redazione – che dire a chiare lettere che questo, fatto salvo il rispetto per i colleghi (che rimane anche quando si disapprova il loro modo di lavorare), non è il giornalismo che voglio. Non è il giornalismo che intendo fare. E lanciare un appello ai lettori: so che c’è la curiosità per le famose “tre esse” (soldi, sesso, sangue), siamo pur sempre esseri umani; ma appunto per questo possiamo, dopo il primo impulso in questo senso, scegliere di non leggere. Di non fare quel click. Solo così potremo chiedere che vengano pubblicate, davvero, delle notizie.