Il gioco dell’unità

Maria, seduta sulla sedia a rotelle, parlava volentieri al gruppo di amici. Con lei si poteva discutere a lungo di filosofia o di cucina, di musica country o di politica, senza veder scemare il suo entusiasmo per la vita, avvolti dalla sua briosa e genuina cortesia. Capelli biondi, uno sguardo azzurro tanto intenso, quanto lontano e buio, che non avresti potuto afferrare. Quante volte però inspiegabilmente quello stesso viso sorridente ti metteva a disagio: avevi infatti la sensazione che lei, nonostante la sopraggiunta cecità, cogliesse chiaramente gli stati d’animo degli interlocutori, espressi solo dal viso o dallo sguardo. Maria “leggeva” benissimo ciò che il tono della voce voleva mascherare. Pareva impiegare con le persone quelle doti di sensibilità e di capacità interpretativa che avevano caratterizzato, fino a poco tempo prima, la sua attività concertistica con il violoncello. “Maria è una tua cara amica, vero? “, mi chiede una delle figlie appena imbarcata in una promettente adolescenza. “Sì…”. “Ma so che il marito l’ha abbandonata, all’inizio della sua grave malattia “, precisa mia figlia. “Sì – ammetto titubante -, ha avuto forse troppa paura”. “Non so – replica lei -, a questo mondo mi pare che si possa amare solo una vita perfetta e senza problemi. Perché?”. E subito incalzante continua: “Perché l’amore così spesso finisce?”. La domanda Ho paura delle risposte facili. Quando le figlie erano piccole mi preoccupavo di non perdere tempo e di rispondere subito, perché l’attenzione si sarebbe spostata subito ad altro e avrei perso occasioni importanti. Ora non più. Anche in quel momento sentivo che una risposta affrettata sarebbe stata umiliante, scontata, forse un po’ falsa. Alla ricerca di quel perché, mi riempivano la mente onde insistenti di riflessioni sull’amore, la fedeltà, il coraggio, la donazione di sé… Era così difficile formulare una risposta! Si ama solo chi ti garantisce la “gioia”, una vita perfetta… Quando l’altro non è più nelle condizioni psicofisiche ideali, meglio non prendersi una così grave responsabilità… Questo è il messaggio colto dai giovani nel vissuto quotidiano. E quindi ci chiedono: “E l’amore, anzi l’Amore? Dobbiamo fidarci di quella gioia profonda che avvertiamo quando ci accorgiamo di condividere il cammino dell’anima con chi completa il nostro anelito alla vita? E se poi tutto questo ci pianta in asso e non ci sentiamo più così innamorati da condividere tutto?”. Per esempio è accaduto al marito di Maria… Ma poi c’è una risposta che possa essere rassicurante, valida e onesta per tutti? Non so. Certo per vivere occorre avere occhi aperti e cuore vigile. C’è troppa fretta e troppo rumore nella vita che scorriamo. A veder bene mi pare di avere superato uno scoglio: occorre capovolgere la domanda. “Perché nonostante tutto si continua ad amare qualcuno con la vita spezzata?”. Claudia e Bepi: la tragedia, il dono, il perdono Oggi vado a trovare Claudia e Bepi, una coppia che conosco. Per telefono mi hanno dato le indicazioni per ritrovare la loro casa, ma mi perdo. Sono distratta da questa interminabile campagna, così luminosa e così placida. Fra i Colli Berici e gli Euganei una festa di campi curati, piccoli paesi color pastello si rincorrono nel pomeriggio d’estate sulla strada. Impossibile, penso, che proprio su questa strada Bepi abbia sfiorato la morte… Mi chiedo: tu cosa faresti se ti ritrovassi maciullato nell’automobile scaraventata in un campo, da un bolide contromano, ma con la debole possibilità di premere sul cellulare un numero telefonico? Chiameresti subito un soccorso. Bepi no. Bepi pensa che Claudia debba essere avvisata dell’incidente dalla sua viva voce. Così non si spaventerà tanto e vivrà meglio ogni cosa. Quando finalmente trovo la loro casa sorrido. Dovevo immaginarlo: era l’unica con il cancello spalancato. Mi stanno aspettando dietro a un immenso campo di granoturco, dentro al quale ci si potrebbe tuffare, come in un mare ondeggiante. Quando salgo le scale e domino quella distesa promettente, stendo la mano a Bepi e dico solo: “È molto bello qui”. Bepi cammina con difficoltà, ma è un traguardo quel passo incerto e gli sono grata per quell’accoglienza e per quel sorriso sincero. Quella sera Bepi stava tornando dalla città: dopo vari tentativi aveva trovato lavoro per… uno sconosciuto padre di famiglia, che comunque gli avevano chiesto di aiutare. Era soddisfatto. Ora avrebbe dedicato la serata a Claudia. Poi quella curva. Quando entro in casa conosco le figlie ormai maggiorenni. Hanno accudito il padre durante i lunghi mesi dell’emergenza. Ho capito, penso, hanno fatto “le mamme” dei loro genitori. E così si diventa capaci di responsabilità e di trovarsi da soli le risposte alle domande più complesse sulla vita. Anche loro si saranno chieste perché proprio in quel momento il padre si dovesse trovare sulla traiettoria di un’auto impazzita ad altissima velocità: tragica, fatale coincidenza! Ancora mi faccio qualche domanda: la paura, il dolore fisico, l’angoscia , l’attesa… tu avresti voluto dimenticare tutto questo, vero? Bepi no. Con la pace nei suoi occhi chiari, lui ti racconta i fatti passati con una certezza: “Io ho vissuto tutto quello strazio con tanta paura, ma pensando di non essere solo. Un Padre stava certamente pensando a me e a Claudia”. Quella sera stessa, all’ospedale Claudia riceve il messaggio che Bepi le ha mandato attraverso un medico, prima dell’anestesia urgente: “Sono pronto”. E lei pensa con un tremito: “Allora va tutto bene”. Claudia si siede con noi. Sembra la sorella delle sue figlie, così giovanile e discreta. Il suo racconto è fluido e dignitoso. È stata molto coraggiosa, ma cerca di nasconderlo. Quella sera tutto era pronto a vivere bene ogni cosa: l’attesa del ritorno di Bepi, il rendersi disponibile ai suoi progetti… Poi quella telefonata. Ancora: cosa faresti se, fra i dolori lancinanti gli infermieri facessero cadere la tua barella nel trasporto dal campo all’ambulanza? Io forse avrei urlato o imprecato. Bepi no. Non vuol giudicare. È difficile anche perdonare… Anche per Claudia, che era lì e cercava di non disturbare, con le domande e la disperazione, la lunga operazione di soccorso. O come quando si è trovata in ospedale accanto ai parenti dell’autista irresponsabile. Non una parola, non una richiesta di informazioni: Bepi era in pericolo di vita, l’altro se l’era cavata con una modesta frattura. Chiedo: “Non l’hai più visto?”. “No. Non l’ho mai visto. Avrà avuto paura”. “Hai perdonato?”. “Sì”. Ho la sensazione, mentre li ascolto, di aver bisogno di questi sguardi talvolta umidi, di questi lucidi aneddoti di un eroismo quotidiano, per rispondere alla domanda che mi hanno messo dentro. Una vita nuova: condivisione e unità Guardo Bepi e Claudia. Si sorridono, sembrano due giovani innamorati. Proprio da lì è cominciata la mia ricerca. Claudia sfiora la gamba martoriata del marito. Non è solo un gesto affettuoso, tenero… C’è del rispetto, della devozione. Lei sa quanto ha patito per ogni intervento chirurgico in ogni parte del corpo, ogni volta che la vita sembrava affievolirsi in quell’ospedale, per ogni piccolo movimento tentato, ogni volta che sembrava così lontana una minima autonomia. “Claudia mi riconfermava la certezza: non ero solo, potevo lottare insieme a lei e a tanti amici. Tutti, non solo i parenti, si sono impegnati a sostenerci. Qualcuno veniva ad assistermi in ospedale, per lasciare qualche momento libero a Claudia…”. “Molti venivano a casa – aggiunge Claudia – e mi portavano tutto ciò di cui potevo aver bisogno per non correre troppo. Ma la presenza di tutti è stata forte nei momenti più duri. Non c’era la presenza fisica, ma l’unità di chi crede e ti affida a Dio. Per Bepi hanno pregato le persone più diverse e più lontane, che non ti saresti mai immaginato capaci di tanto”. Bepi è un atleta. Mi racconta una incredibile salita del Monte Grappa in bicicletta: “Ho fatto il Grappa in una giornata in cui non ero in forma. Me la ricordo ancora la salita fatta per far piacere ad un amico: mi sembrava di morire, ma sono salito… Ai medici, che increduli vedono i miei miglioramenti, spiego che sto vincendo la mia battaglia grazie a quattro cose: la medicina, Claudia e la famiglia, l’unità con tante persone e il mio fisico sano e allenato”. La risposta Claudia ammette: “Siamo fortunati noi due, ci siamo sempre voluti bene, siamo stati sempre amici. Durante questa esperienza siamo diventati più familiari”. Poi aggiunge quasi sottovoce: “È incominciata per noi una vita nuova”. E me la immagino vicino a quella barella, poi la penso accanto al marito nei lunghi, duri mesi verso una ragionevole speranza di ripresa, insonne, di notte, per portargli l’aiuto necessario, nei tempi stabiliti dalla cura. Mi costringo ad ascoltare oltre le parole, a vedere oltre a ciò che mi rimandano i sensi. Bepi ha offerto se stesso a Claudia in attenzioni, al di là di ogni promessa di gioia. Claudia, avvolta da questo amore ha lottato al suo fianco ed entrambi sono entrati in quel gioco aperto alla speranza, al dono, un gioco vincente: il centuplo. Mi convinco che sono stati preparati a questo. Mi convinco che ognuno di noi non è solo, che è pensato per vivere con gli altri in un progetto, dove viene sconfitta la paura. Ripenso a Maria che deve avere coraggio per due e mi chiedo cosa o chi ha rubato al suo fragile compagno, la possibilità di vincere e di vivere con dignità il suo amore per Maria. Mentre saluto Claudia e Bepi, non cerco di nascondere il fremito nato da questo incontro. Esco e mi guardo attorno. Mi piace la luce obliqua del sole estivo che si prepara al tramonto, la preferisco a quella squillante e chiara del mattino. Il campo di granoturco è ora dolce e riposante. Oltre la distesa pianeggiante i colli, ora quasi cupi con la loro sagoma appuntita, mi impediscono di spaziare verso il resto della pianura ad est. Mentre guido il mio ritorno verso la città mi rendo conto di quanto possa essere stato difficile per loro raccontarsi. Li ringrazierò per avermi permesso di vedere oltre i loro colli e oltre il buio.

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