Mario Capanna: il futuro dipende da noi

Classe 1945, è colui che diede inizio al movimento studentesco venerdì 17 novembre del ’67 all’Università Cattolica di Milano: il primo ateneo ad essere occupato in Italia. Protagonista di una stagione di lotte, leader studentesco del ’68, politico, consigliere comunale, regionale, deputato, parlamentare europeo, ambientalista, attivista. Ha al suo attivo numerosi libri. Ricordiamo Formidabili quegli anni; Il Sessantotto al futuro, Per ragionare e, ultima uscita Noi tutti. Mario Capanna interverrà a Loppianolab sabato 29 settembre prossimo.

Dal sogno all’impegno è il titolo di Loppiano Lab. Come ogni anniversario che si rispetti, è l’occasione per una riflessione su un fenomeno che con la sua richiesta di cambiamento ha trasformato la società e la cultura dell’Occidente. Non un ricordo del ‘68, ma qual è l’attualità di una rivoluzione dopo il ‘68? Perché ha accettato l’invito?

Mi piace questa chiave che avete dato. Vengo con un atteggiamento di grande curiosità con la predisposizione nel mio animo più ad ascoltare che a dire perché credo ci sarà un confronto vivo e proficuo. Cerco la fecondità del dialogo.

Perché il suo ultimo libro s’intitola Noi tutti?

Perché coglie uno degli aspetti fondamentali del ’68. Nel senso che allora io, tu, voi quasi scomparvero e vennero sostituiti dal noi. Noi inteso come sforzo collettivo di cambiare il mondo e con la precisazione che il noi non annulla l’io, ma lo feconda con l’io degli altri. È l’idea della solidarietà, della condivisione, della comunitarietà perché il libro è una lettera aperta a 7 miliardi e mezzo di uomini e donne che abitano il pianeta. Di fronte ai grandi rischi che l’umanità corre, che facciamo? Non possiamo aspettare che i problemi siano risolti dai governi che li hanno determinati. Dobbiamo cogliere la lezione che viene da 50 anni fa non, però, nella risibile illusione di rifare il ’68.

La centralità della persona, la pace, l’ambiente, l’essere tutti interconnessi, ci costringono ‒ emerge dal suo libro ‒ a stare insieme nell’unica famiglia umana. La novità maggiore, si diceva anche nel ’68, è sentirsi parte di un tutto…In che senso ieri come oggi? Che coscienza serve?

Lei coglie con questa domanda un punto fondamentale. Allora era affiorata per la prima volta nella storia dell’evoluzione umana quella che un cattolico come Ernesto Balducci chiamava «coscienza planetaria». La consapevolezza che, in definitiva, facciamo tutti parte dell’unica famiglia umana e, in quanto tali, dobbiamo interessarci delle sorti del mondo. Ciò che riguarda il mondo riguarda noi tutti. E ciò che riguarda noi tutti deve essere deciso da tutti. È stata questa la scoperta più dirompente. Oggi a prevalere, bisogna verificarne le cause, è l’opposto: un micro materialismo volgare, egoistico, un atteggiamento cinico delle persone per cui viene privilegiata non la solidarietà ma la competizione sfrenata, una sorta di rabbia e cattiveria di uno contro l’altro. Avviene perché in questi 50 c’è stata una restaurazione di poteri con la globalizzazione che contribuisce a questo stato di miseria.

La storia è come uno specchietto retrovisore. Ci deve essere ma non deve essere ingombrante. Cosa ci ha insegnato il ’68? Cosa c’è da cambiare oggi perché – scrive nel suo libro – si è affievolita la consapevolezza della liberazione delle energie positive personale e dell’umanità?

Guai a noi se pensassimo che la realtà non sia modificabile. La mia profonda convinzione è che ognuno viene al mondo per cambiarlo, per portare il suo granello di sabbia per il cambiamento. Altrimenti ci ridurremo ad una esistenza poco più che vegetale. Il grande insegnamento del ’68 è che solo quando le idee camminano sulle gambe di milioni di giovani, di uomini e di donne, si possono strappare delle conquiste di cui godiamo ancora dopo 50 anni. Dallo Statuto dei lavoratori, al Nuovo diritto di famiglia, a tutte le forme di partecipazione come Psichiatria democratica del grande Franco Basaglia fino ai comitati dei Genitori democratici che colloquiavano con i figli. Quando invece a prevalere sono la passività e la rassegnazione, i problemi non vengono risolti. Per cui non è importante il colore politico di un governo. Se la democrazia non è effettiva e partecipata, ma si riduce alla delega, i problemi si aggravano. Come oggi è evidente.

Per cosa oggi bisognerebbe fare una rivoluzione? Le diseguaglianze sociali? La cultura del profitto? La fame del mondo? I cambiamenti climatici? La Terza guerra mondiale a pezzi? La proliferazione delle armi? Da che cosa bisognerebbe ripartire e con che metodo?

Abbiamo di fronte problemi tragicamente concreti. Il nostro Paese ha un elevato tasso di disoccupazione giovanile, destiniamo alla ricerca scientifica risorse di due terzi inferiori rispetto alla media europea, mettiamo in circolazione meno diplomati e laureati nella Comunità europea creando una situazione di svantaggio cronico e strategico. Sono queste le contraddizioni concrete da cui partire. Per venirne a capo bisogna modificare questa società fondata sul profitto come stella polare di riferimento. In questo ‒ lo dico da laico ‒ sento papa Francesco come mio fratello perché dice parole assolutamente analoghe su questi grandi temi. La voragine di spese per la corsa agli armamenti è uno degli aspetti più tragici dell’irrazionalità moderna perché con quelle risorse si potrebbe creare sviluppo nei Paesi poveri: l’unico modo reale per risolvere i problemi migratori. Si deve ripartire da una rivoluzione interiore, nella cura della mentalità di ciascuno di noi. È questa la premessa per una rivoluzione pacifica nella società e nei rapporti tra Stati e popoli.

È una utopia?

La vera utopia, nel senso deteriore del termine di cosa irrealizzabile, è pensare che il mondo possa andare avanti come è andato finora. È il punto terminale della rassegnazione.

Le faccio un esempio concreto. A Mechelen in Belgio, una città di 100 mila abitanti con il 30% di migranti sono riusciti a risolvere il problema della sicurezza e dell’integrazione. Nel dibattito che ha favorito il populismo italiano non pensa siano stati temi trascurati?

Senza ombra di dubbio, ma la soluzione non può essere quella dell’attuale ministro degli Interni. Anche il comune di Riace in Calabria, grazie ai migranti, è diventato un esempio virtuoso internazionale per un modello non solo di integrazione ma di rinascita di un paese che era destinato al declino. Di certo l’Italia o l’Europa non possono accogliere tutti i migranti, ma chi approda qui, sfuggendo dalle guerre e dalla fame può mettere in moto un fenomeno positivo di crescita economica, di arricchimento culturale. Ciò che sembrerebbe un problema insopportabile potrebbe diventare un’occasione straordinaria.

Perché l’Italia e altri Paesi europei stanno rischiando uno sbocco populista e autoritario anziché procedere verso una cultura dell’incontro?

È una reazione di natura conservatrice e in taluni casi, come l’Austria, l’Ungheria e nella visione leghista, di natura reazionaria. È uno dei prodotti malefici della globalizzazione prepotente che ha creato una sorta di precariato mondiale che investe il ceto medio, il lavoro, i giovani. Si fa leva sul precariato mondiale presente in ogni Paese, ricco o povero, a cui si cerca di dare una risposta sulla base di una domanda falsa. Una statistica documenta che il 70% degli italiani ha una percezione falsa sul numero degli immigrati presenti in Italia: si pensa che sia 4,5 volte superiore al numero reale, mentre è inferiore al numero, in termini relativi, che hanno la Germania, il Belgio e altri Paesi europei. La gente orientata da questa fake news vota in maniera conseguente perché è convinta che i migranti rubano il lavoro agli italiani, siano dei violenti, stupratori. C’è un grande lavoro da fare sul piano culturale e sul piano di una veritiera informazione.

Cosa è essenziale sapere del ‘68?

È essenziale sapere che il ’68 nasce, cresce per mesi, anni, e si manifesta come un movimento pacifico. In ogni parte del mondo il ’68 subisce una repressione sanguinosa e, pur subendo questa violenze, non è mai stato ucciso nessuno. Vuol dire che una rivoluzione pacifica è possibile quando è corale e partecipata. Don Milani diceva che un problema non lo puoi risolvere da solo, se, invece, lo affronti insieme agli altri ne puoi venirne a capo. L’idea del mettersi assieme per lottare per grandi ideali come la pace è quanto mai attuale dato il clima di isolamento mortale in cui l’uomo contemporaneo è stato ridotto. Se tutto ciò viene trasmesso ai nostri figli, dai media, dai politici illuminati, dai pulpiti, si potranno aprire nuovi spazi di consapevolezza e di responsabilità. Ai giovani di oggi vorrei dire che proprio perché toccavamo con mano il cambiamento, pur subendo denunce, pericoli, processi, ci siamo divertiti moltissimo. Era la gioia di costruire insieme il cambiamento di noi stessi e del mondo insieme a milioni di giovani. Un divertimento non paragonabile alla droga e alla discoteca di oggi.

«La noncuranza e la leggerezza ostentata anche da chi avrebbe avuto la responsabilità di giudicare e di punire, rispetto ad atti minori di vandalismo e disprezzo del bene pubblico, ha aperto la via a gesti ben più gravi e mortiferi». Sono le parole con cui nel 2001 il cardinal Carlo Maria Martini rievocava gli anni Sessanta e Settanta. E sono parole che l’allora “giudice delle Br”, Giancarlo Caselli, condivide completamente: è nel Sessantotto – a cui pure riconosce meriti – che la violenza politica degli anni Settanta ha trovato le sue radici nel’68 dopo la strage di piazza Fontana del ’69. Perché cominciarono le violenze e la lotta armata?

Il terrorismo è stato ‒ come disse Umberto Eco ‒ la negazione non riuscita del’ 68. La strage di piazza Fontana sicuramente costituisce uno spartiacque: sembrava un macigno invalicabile posto sulla strada del cambiamento e, invece, lo valicammo, proprio a Milano, nel luogo della strage. Non ci siamo rassegnati alla sospensione, di fatto, dei diritti costituzionali, promuovendo la prima manifestazione che coinvolse la Milano democratica, sindacati, lavoratori, la gran parte delle forze politiche. Dopo la strage di piazza Fontana delle minoranze di alcuni gruppi di movimenti si sono dati alla lotta armata, ma tutti quelli che hanno fatto il ’68 in prima fila sul piano culturale, sociale, politico hanno combattuto il terrorismo. Il cortocircuito di violenza venne innescato dallo Stato, dopo la strage di piazza Fontana e, da quel momento, il nostro Paese viene flagellato da ben tre forme di terrorismo: quello dello Stato, con la strategia della tensione, che va avanti con l’attentato a piazza della Loggia a Brescia, al treno Italicus; il terrorismo di sinistra e quello sempre dimenticato di destra.

In noi era chiara la consapevolezza che il terrorismo avrebbe portato solo ad un rafforzamento repressivo dello Stato e a nessuna possibilità di mutamento reale. Far discendere il terrorismo dal ’68 è un’operazione impossibile.

Fra l’altro nel 1978, nel momento di massimo impatto del terrorismo di sinistra, a cavallo del sequestro Moro, ebbi un incontro indimenticabile con il cardinale Martini con cui si stabilì una cooperazione con delle mie visite in carcere per cercare di capire non solo le ragioni dei terroristi di sinistra ma soprattutto per discutere sull’inutilità di quella forma di lotta. Il ’68 rimane lotta alla luce del sole, il terrorismo è l’antitesi del ’68.

Il sociologo tedesco Karl Mannheim, parlava di “unità generazionali”. Quali erano i segni e le caratteristiche comuni in situazioni e contesti culturali diversi dei giovani del ‘68?

Un’ estrema necessità di libertà, di autodeterminazione, di coscienza critica e soprattutto la consapevolezza che se non ci fossimo proiettati noi tutti insieme in prima fila non ci sarebbero stati dei cambiamenti. La storia non si esaurisce in una singola stagione ma c’è stato un messaggio talmente vitale da cui ancora oggi non si può prescindere.

Noi capivamo che il mondo, dopo la Seconda guerra mondiale, la bomba atomica, la crisi di Cuba, non poteva andare avanti così, né noi potevamo stare in balia di avventurieri che creano condizioni di disumanizzazione.

Com’era la vita quotidiani dei giovani?

Una vita di studio molto seria. Io avevo la preoccupazione di prendere tutti 30 agli esami perché altrimenti se mi si abbassava la media non potevo più ricevere il presalario. Per me voleva dire interrompere gli studi. Eravamo anche molto critici perché nel collegio dell’Università Cattolica di Milano leggevamo, di notte, testi proibiti di Marx, di teologi di frontiera come Hans Urs von Balthasar e dei teologi della liberazione. Facevamo confronti e ricerche che ci aprivano molti orizzonti. Eravamo molto attenti agli stimoli positivi di rinnovamento del Concilio Vaticano II.

Non crede che lo scarto tra Vangelo vissuto e Chiesa quanto più sarà colmato, tanto più unirà anche le culture e le società?

Ammiro molto papa Francesco proprio per questo sforzo che non a caso incontra resistenze com’è tipico quando c’è un moto potente di rinnovamento che non cammina mai sul velluto. L’idea di tornare al messaggio originale ed autentico del Vangelo è assolutamente basilare. Credo che o il pensiero cattolico è capace di fare questo o incontrerà, a sua volta, crescenti difficoltà per il futuro. Pensiero evangelico significa pari opportunità, tolleranza, costruire amore e convivenza anziché odio e contrapposizione. Vuol dire capire che siamo una sola famiglia umana e ci dobbiamo occupare tutti insieme del suo cambiamento. In questo senso il ritorno allo spirito evangelico può rivelarsi una scoperta propulsiva. E insieme al pensiero laico più dinamico può trovare spazi comuni di rinnovamento e di fiducia nel futuro.

 

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