Il fondamento delle virtù

Scorrendo quanto è emerso dal concetto di umiltà nei secoli passati e nei santi, abbiamo visto che non c’è una vera univocità, anche se il senso profondo di piccolezza innanzi a Dio e al prossimo si ritrova sempre. Per lungo tempo è stata accolta la definizione dell’umiltà, tratta da san Tommaso, come virtù morale che raffrena l’animo perché non tenda con moto immoderato a quello che è al di sopra di sé. Come vediamo, è una definizione negativa, sicuramente vera, ma che, appunto perché negativa, non si può applicare ai modelli di umiltà che ci vengono presentati in Gesù e in Maria. È una definizione che vale eventualmente solo per noi, e non sempre: non sempre, infatti, siamo mossi dal desiderio disordinato. Un’altra definizione si ritrova nel Dictionnaire de Théologie Catholique, sotto la voce humilité, nel volume VII: L’umiltà è quella virtù con la quale l’uomo, considerando la propria debolezza, si ritiene fra gli infimi, e ciò a suo modo . Anche questa definizione, che è stata tratta dall’insegnamento di san Tommaso,mette in evidenza la propria debolezza come parte necessaria della virtù. Per l’apostolo Paolo gli aspetti negativi dell’anima vengono inglobati e resi secondari dall’umiltà vissuta nell’amore e nel riconoscimento esaltante della grazia di Dio. Basti pensare che, per amore e nell’umiltà vissuta nell’amore, san Paolo ci comunica le grazie straordinarie che ha ricevuto, come la salita al terzo ciclo. Secondo la moderna teologia Per questo i teologi moderni superano il concetto dell’umiltà come virtù morale, parte integrante della virtù della temperanza, e cercano altre definizioni. Nel Dizionario di spiritualità dei laici sotto la voce umiltà si dice: L’umiltà non è solamente una virtù morale e tanto meno marginale. È un atteggiamento psicologico fondato sul rapporto ontologico, cioè sul divario di perfezione che distingue la creatura dal Creatore, avente la sua origine prima nel rapporto creativo: la creatura tutto riceve, il Creatore tutto dona. L’umiltà suppone dunque la filosofia e la teologia della creazione. Le dimensioni dell’umiltà, già aventi qualcosa d’infinito sulla base della creazione, diventano due volte infinite sulla base del rapporto redentivo. Anche supposta la creatura intelligente con tutti i suoi mirabili doni, rimane sempre valido il principio nettamente enunciato da Gesù: Senza di me non potete far nulla (Gv 15, 5). L’umiltà è intimamente collegata con le più fondamentali virtù morali e teologali: con la pietà, il timor di Dio, la giustizia, la riconoscenza, la sapienza, la fortezza. E soprattutto legata con la virtù delle virtù: la carità. Umiltà e carità sono come il verso positivo e negativo della stessa medaglia. Non si possono separare senza annientare la sostanza stessa della vita cristiana (pp. 354-355). Questa definizione è molto più ampia di quelle date fino a poco tempo fa dai teologi, però mi sembra che sia ancora troppo legata alla psicologia e alla filosofia e non esprime tutta la sostanza divina dell’umiltà. Più profondamente Vladimir Truhlar nel suo Lessico scrive: L’umiltà è sincera inclinazione e discesa dell’uomo verso tutto quello che è piccolo e che serve agli altri, compiuta in una unione personale con quello stesso Assoluto che s’inclina e discende verso uno spogliamento di sé stesso. Nell’unione vitale con Cristo, l’umiltà del cristiano è un’esperienziale con-attuazione dell’annichilimento di Gesù, il quale spogliò se stesso, prendendo forma di servo e… si abbassò ancor più, obbedendo fino alla morte… in croce (Fil 2, 5-11; cf. 2 Cor 8, 9: Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà; e Ap 5, 12: e dicevano a gran voce: l’Agnello che fu immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza…) (p. 684). In questa definizione si scorge il legame profondo della nostra umiltà con quella del Cristo: è sicuramente un grande approfondimento rispetto al passato. Nella spiritualità dell’unità Nella sua esperienza spirituale, Chiara Lubich ci offre una descrizione dell’umiltà che, innestata nell’annientamento del Cristo, quale è rivelato in san Paolo, risale all’annullamento totale necessario per realizzare l’unità, che è il modo trinitario di vivere su questa terra, modo trinitario di cui Cristo è l’esempio: Virtù che unisce l’anima a Dio e fonde nella stessa creatura l’umano e il divino, è l’umiltà, l’annientamento. Il più piccolo neo d’umano, che non si lasci assumere dal divino, rompe l’unità con gravi conseguenze. L’unità dell’anima con Dio, che ha in sé, presuppone l’annullamento totale, l’umiltà più eroica. L’anima deve sentirsi al servizio di Dio, sempre sotto l’amoroso comando d’un Padre che comanda per realizzare in noi il suo disegno che è la nostra felicità. L’unità con le altre anime si raggiunge ancora per mezzo dell’umiltà: aspirare costantemente al primato col mettersi il più possibile al servizio del prossimo (L’Unità, appunti per una conversazione. Trento, 2 dicembre 1946). Per concludere Come per tutte le virtù, la via maestra per acquistare una vera umiltà è l’amore. Ce lo dice san Paolo nel capitolo 13 della prima lettera ai Corinti, quando, cantando l’inno della carità, afferma che la carità è paziente, è benigna, non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto: virtù, tutte queste, che rientrano nella virtù dell’umiltà. Vi è uno strettissimo legame fra la crescita nell’amore e la crescita in tutte le virtù. Si diceva, qualche tempo fa, che le virtù sono delle dita che crescono insieme con la mano; via via che si va avanti nella carità si vedono e si correggono i difetti e, ancora, si scoprono le piccolezze e la grettezza d’animo che impediscono la crescita dell’edificio spirituale. Solo chi è nella carità più fervorosa vede, con l’aiuto dei doni della sapienza, dell’intelletto e della scienza, i passi che si debbono compiere per andare avanti. Se l’umiltà è il fondamento – come dicono i maestri dello spirito – di tutte le virtù sia teologali (fede, speranza, carità) sia morali, essa è al tempo stesso il coronamento di un amore vissuto verso Dio e verso il prossimo. Possiamo essere aiutati, allora, a conoscere i gradi dell’umiltà dal vivere nell’amore. Il Dictionnaire de Théologie Catholique, riassumendo il pensiero sull’umiltà sviluppatesi lungo la storia della spiritualità, dice: La perfetta umiltà possiede tre gradi: nel primo, l’uomo umile si sottomette al suo superiore e non si stima al di sopra del suo uguale; questa misura è sufficiente perché colui che la pratica non violi il precetto dell’umiltà. Al secondo grado, l’umile si sottomette al suo uguale e non si preferisce al suo inferiore; questo grado è superiore al primo perché osserva il consiglio evangelico dell’umiltà. Nel terzo grado, l’uomo umile arriva a sottomettersi anche al suo inferiore e compie cosi tutta la giustizia della quale parla lo Spirito Santo nella Scrittura (vol. VII, col. 324). Vorrei proporre un’altra classificazione, forse ancora più semplice. Il primo passo dell’umiltà è accettare le umiliazioni, anche soffrendo, ma senza ribellarsi. Il secondo passo è amare le umiliazioni: questo è già avvicinarsi al mistero della sofferenza di Cristo e cominciare ad assaporarne la ricchezza. Il terzo passo è prediligere le umiliazioni: ritengo che questo terzo grado non si possa vivere senza una grande unione con Dio, dopo avere ormai scoperto il mistero della croce. E questa scoperta non è fatta con ragionamenti, ma con la vita vissuta nel dolore. È qui che si comprende come umiltà e unione con Dio sono strettamente legate. i

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