Il dubbio di Dio

Conoscevo Giovanni Ibba come valente ebraista (specialista di Qumran) e lo ritrovo ora a sorpresa narratore alla sua prima promettente prova con le coraggiose Edizioni della Meridiana. Leggendo i due racconti che formano l’insieme del libro, pensavo: cosa mi ricorda questo stile? Perché uno scrittore ha sempre ascendenti e non è già sé stesso, deve diventarlo (Ibba è sulla buona strada). Ecco: l’andare calmo e assolutamente omnicomprensivo di Tolstoj, quel guardare il personaggio con la sua storia – sia che parli in prima persona, come nel – primo racconto, sia in terza, come nel secondo – un po’ come dall’alto, ma appena appena, per vederlo meglio, e di fianco, per non disturbare. Dice il poeta Michele Ranchetti nella presentazione: “La bravura dello scrittore sta, soprattutto, nel non interferire nella vicenda e neppure nella consapevolezza dei suoi personaggi, di non saperne più di loro, ma di accompagnarsi alle vicende e in particolare alle riflessioni, ponendosi come al loro servizio, procedendo insieme con essi nella ricerca di una comprensione maggiore, di una maggiore chiarezza”. Ecco un altro ascendente: in questo periodare psicologico per fenomeni, per sorprese che si affacciano continuamente – Ibba non sa – mi ricompare Svevo, quel suo magnifico sorprendersi continuamente, pur dentro e nonostante il profondo scetticismo; che in Ibba non c’è. C’è anzi un candore, che mi sembra però mai sprovveduto, fatto di due elementi: un’autentica capacità di guardare (“Guardate i gigli dei campi…”). e una equivalente capacità di riguardare, come una madre il figlio che ancora non ha detto quello che le dirà. I due racconti fanno centro in una tematica religiosa, ma attenzione, per l’autore religione è l’autenticità stessa del più difficile vivere, non una fede proclamata e come premeditata. Così il francescano della Leggenda di un frate (leggenda nel senso di legenda = vita), puro e immaturo (teme e non sa comprendere dolore e morte) deve abbandonare la religione manierata e le buone intenzioni del possessivo priore, per andare incontro al puro, delirante non sapere e all’esistenza randagia del barbone rapidamente chiusa dalla morte; “ben sapendo che ciascun uomo ha una propria misura” scrive Ibba con perfetta clausola hölderliniana (“Ciascuno arriva là fin dove può”, dice il grande poeta tedesco). E così il cercatore di Dio del primo e maggiore racconto deve accettare le sue “voci” (richiami e grida e ordini di partire) che lo fanno “pazzo”, e attraversare reparti psichiatrici e riconoscersi con gratitudine ai piedi degli alienati (“Sono una più giusta misura della tua misericordia”, disse stupendamente, rivolgendosi a Dio, lo psichiatrascrittore Mario Tobino ne Le libere donne di Magliano), per comprendere che quelle sue voci ora si incarnano in loro, e poi in uno psicologo come lui credente, che lo ascolta senza giudicarlo (neppure con una diagnosi): “(…) mi sentii dire che non avrebbe mai osato mettere in dubbio la mia onestà, e che tanto meno Dio lo avrebbe fatto. Dio, se doveva mettere in dubbio qualcosa, era la sua capacità di farsi vedere da me come semplice amore. Ed era lo stesso dubbio che aveva lo psicologo. Come colpito da una grande luce, mi fu chiaro che Dio, come una madre, può dubitare di se stesso nel momento in cui vede la sua creatura infelice. Dio, come una madre, ha bisogno di amarla fino a quando non la vede sorridere.(…) Il dubbio di Dio ha fatto in modo che non avessi più bisogno del reparto”. Insomma, la guarigione era, è nell’accettare – accade in entrambi i racconti – la croce dell’esistenza come rivelazione amorosa, senza scegliere tra salute e malattia, ortodossia e rivolta, finché per vie impensate e sempre diverse (i due racconti diventano, paradigmaticamente, due degli infiniti casi possibili), si scopre che “il mistero di Dio consisteva in questo: l’avvenimento di un grande amore”.

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