Il dolore unisce

Due belle pellicole da vedere: su Amazon Prime, "Amare amaro", diretto da Julien Paolini. Su Netflix "La vita davanti a sé" di Edoardo Ponti con Sophia Loren.

C’è un piccolo film molto interessante su Amazon Prime, Amare amaro, diretto da Julien Paolini, un regista franco-italiano che dà al lavoro un sapore autobiografico. La storia, esemplata sull’Antigone di Sofocle, è ambientata in un letargico paesino siciliano – Santo Stefano di Camastra – dove la vita è sempre uguale, tra riti antichi ed il dominio di Enza, la boss matriarca del luogo. Un grido percorre le strade: Giosuè, un uomo rimasto  ucciso dopo avere provocato la fine di altre persone  in un incidente, è morto. Il fratello Gaetano (Syrus Shahidi) panettiere, con il padre malato, è l’unico in questa famiglia di francesi trasferiti nell’isola, a venire accettato dalla gente. Ma Enza impedisce di seppellire il cadavere nel cimitero del paese: porta male. Eppure, perché far morire una persona due volte? Gaetano non l’accetta e non trova pace finché non pone il fratello, di notte, accanto alla tomba della madre. Ma la tragedia della vendetta e poi del rimorso è in agguato. Rimane la domanda: perché noi uomini, nel caso questa donna, siamo così  duri, anche nella morte di una persona, quando il dolore dovrebbe invece legarci? Il regista risponde: la risposta è nel paesaggio spettrale e bello insieme, nei volti chiusi nel dolore ma che alla fine dovranno pur unirsi nella sofferenza innocente che accomuna tutti, dal maresciallo succube di Enza (il bravo Tony Sperandeo), alla stessa matriarca (Celeste Casciaro).

La sofferenza è la protagonista del film  di Edoardo Ponti – su Netflix – La vita davanti a sé:  protagonista una  Sophia Loren a bella posta invecchiata e tesa, delusa e vitale nella periferia di una grande città del Sud. L’attrice ritorna in certo modo alle origini, dando una schiettezza ed una umanità autentiche all’ex prostituta ebrea che porta nella carne e nella mente i ricordi terribili della prigionia. Ora, accoglie in casa i figli piccoli delle colleghe, li accudisce e li educa con i suoi modi spicci. Il suo medico le porta un ragazzino di colore, ribelle e ladro: il padre gli ha ucciso la madre perché voleva “smettere”. È fin troppo cresciuto, spaccia nelle scuole per far soldi, non ha amici, ed un immenso bisogno di  affetto. Lui e la signora portano in sé ferite che pare non guariranno: la donna si rifugia in un sotterraneo pensando che le SS vengano ancora a prenderla, lui scappa, risponde male, litiga. È il ritratto di vite reali che non sembrano avere un futuro. Ma è il dolore poi  a legare la vecchia e il ragazzino che l’assiste quando è malata, non l’abbandona mai: un amore ricambiato. La regia si muove per scene brevi, dialoghi radi e tocchi di tenerezza commoventi. La donna ruvida in verità ha aperto al ragazzino la speranza. «I sogni più belli – gli dice – si realizzano proprio quando sembra che non succederà mai». Grande la Loren che si è guadagnata il Platino d’oro, inventato solo per lei.

 

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