Il dolore perfetto

Una saga familiare dove i destini di due famiglie si intrecciano per incontrarsi e scontrarsi nel vento della storia, che spesso trascina, con la sua forza, gli uomini in un presente improvvido e minacciato all’orizzonte da nuvole scure, guerre, carestie, pestilenze, senza per questo annientare la volontà di andare avanti. Presentato così Il dolore perfetto di Ugo Riccarelli (Mondadori Editore), vincitore del Premio Strega 2004, potrebbe apparire un romanzo iscritto nell’alveo di una narrativa riconducibile al modello ottocentesco. E si farebbe un grave torto all’autore, portando fuori strada anche il lettore. In realtà Ugo Riccarelli, per chi non l’avesse ancora conosciuto, è scrittore contemporaneo attento alle inquietudini del nostro tempo, capace di offrirci ritratti arditi dello smarrimento di oggi, ma anche proteso a segnalare possibili vie d’uscita. Lo testimoniano i romanzi Un uomo che forse si chiamava Schulz, ispirato alla vita e alla morte del grande scrittore polacco, e Stramonio, storia di uno spazzino che vive il suo lavoro come un riscatto morale, svelando l’ignoranza, la boria e l’ipocrisia degli uomini riusciti; lo testimonia quest’ultimo suo libro dove, in uno scenario vasto e maestoso, mosso da ideologie, da trasformazioni epocali, da conflitti bellici impietosi, egli descrive la vicenda umana, mai arresa e sempre nella ricerca dell’utopia possibile, simbolicamente espressa da quella macchina del moto perpetuo che uno dei protagonisti si ostina a costruire e che travalica i destini dei singoli e della stessa storia: Se un moto infinito c’era, se davvero esisteva… era la voglia di immaginarsi altro, di poter essere liberi di pensare, e parlare, e viaggiare, e amare anche quello che la ragione suggerirebbe di non amare. Ma può il dolore essere perfetto, come sottolinea l’accattivante titolo del romanzo, e in che senso? Per Riccarelli ogni esistenza è segnata dal dolore, anzi si può dire che il dolore sia il motore di essa, e se il dolore nella sua manifestazione più acuta può paradossalmente raggiungere la perfezione, non può mai ritenersi insignificante l’esistenza umana. Appena qualche attimo prima di morire, appoggiata al nocciòlo del giardino, l’Annina emerse dall’ombra in cui la sua mente si era nascosta da molti anni e, all’improvviso, in quei brevi istanti che la morte ancora le concesse, come se fosse in volo rivide la casa col pino, la Mena che pregava appoggiata a un angolo della madia, e di fronte alla Mena vide sua madre partorirla urlando di un dolore che le sembrò perfetto… Fu come un lampo, uno starnuto di una forza così intensa che l’Annina si dovette appoggiare con tutte e due le mani al nocciòlo per non cadere, e il suo ultimo respiro le uscì in una voce flebile, quasi un sussurro. – Ma guarda… – disse sorpresa da quello spettacolo stupefacente. Poi lasciò che un sorriso le ammorbidisse la bocca, scivolò lentamente verso la base del tronco, e là si fermò per sempre. Ogni vita è dunque spettacolo stupefacente, da qualsiasi angolatura la si guardi, e ogni esperienza vissuta dall’uomo segna la sua orma nella storia. La straordinaria vicenda di Annina e Cafiero, che partendo da lontano, giunge fin quasi ai nostri giorni, ne è una traccia significativa e durevole. L’Italia unita è stata appena proclamata e serpeggiano tra i cittadini del nuovo stato già idee rivoluzionarie. Tra questi un giovane maestro, anarchico, che sogna l’utopia di una società perfetta e giusta al di là dei proclami d’indipendenza. Egli sale dalla sua Sapri, in Calabria, a Colle, in Toscana, per istruire e formare i più giovani. Sorpreso ed entusiasta di un mondo che vede già in trasformazione – si costruiscono le prime ferrovie -, il maestro si radica profondamente nella nuova regione, unendo la sua vita a quella della vedova Bartoli che gli darà molti figli. Tra questi Cafiero che, un giorno, incontrerà l’Annina, ragazza intrepida e coraggiosa della famiglia Bertorelli, commercianti di maiali da generazioni. Con tono affabulatorio, nella leggerezza di una scrittura effervescente, Riccarelli ci travolge nella piena del suo fiume: passioni, intrighi, slanci, cadute, aggressioni, fantasmi, allucinazioni, misteri segnano la storia delle due famiglie. E, a sostegno di un cammino sovente accidentato, la mai taciuta presenza del dolore, un dolore assoluto e quasi necessario, che pur non riconducibile nell’alveo cristiano, riesce a dare un respiro universale alle vicende. L’Annina volse lo sguardo verso il basso, e vide l’Ulisse e il vecchio Mero agitarsi in una discussione: questioni di soldi, pareva, una vendita errata, uno sgarbo a un cliente… Si voltò, vide la madre e il fratello assopiti. Di sopra il silenzio, di sotto maiali. Pensieri, fantasie e cose sognate, ma anche realtà, il sangue, l’odore dell’uomo. Parevano opposti, eppure, quel giorno, lei li sentì uguali… E fu in quell’istante, in quel preciso momento, che comprese l’abisso totale non tra due mondi, ma tra le persone. Le cose son cose, hanno una vita loro, hanno forme, pensieri, hanno età e persino un colore. Siamo noi a dividere, a costruire barriere, ad alzare, ad abbassare, a dire chi è buono e cosa invece è peggiore… Una crepa sul cuore. La ferita bruciante di un dolore perfetto. Dei figli del Maestro solo uno, Ideale, diventerà prete nonostante l’opposizione e il ripudio paterno. E quando, anni dopo, Cafiero incontrerà Ideale in occasione del suo matrimonio con Annina, un matrimonio che egli vorrebbe celebrare nel solco della visione paterna, non potrà trattenersi dal confidare al fratello prete la sua segreta preoccupazione: Mi trovo di fronte al dilemma se tradire il mio credo politico per non guastare il mio rapporto con te, e dunque accettare la benedizione di un matrimonio di fronte a un Dio per me falso, o essere coerente, negare la validità di questa benedizione e rischiare di allontanarti. Ideale, davanti a quella confidenza che è segno d’amore, proverà una grande tenerezza per il fratello, e rivivendo il dolore per la lunga solitudine nella quale aveva dovuto maturare la sua vocazione, comprenderà che ogni scelta esige rispetto e che esse non vanno mercanteggiate o imposte, ma compiute solo in coerenza con la propria coscienza. Per questo dirà a Cafiero quella parola che il maestro, suo padre, non seppe mai pronunciare: Fa’ come ritieni giusto, figliolo. Pagina centrale del libro e in qualche modo chiave di lettura di una vicenda che si corrompe proprio lì dove manca questa presa di coscienza del rispetto profondo di ogni idea e del valore primario della fraternità, che non esclude mai la diversità di pensiero. E in questa fraternità con gli uomini del passato che si costruisce anche il nostro presente.

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