Il diavolo veste Prada

Questo godibile film ci porta nel mondo della grande moda di New York, mostrandocene le lusinghe e le dinamiche organizzatrici, che la sostengono. Una grande Meryl Streep impersona la direttrice di una rivista di moda, così frenetica e dispotica da sembrare quasi una caricatura, il diavolo in vesti femminili, cui allude il titolo. Eppure si intuisce che c’è del vero nel suo personaggio. Alla sua definizione, certo, ha contribuito quanto ha osservato personalmente Lauren Weisberger, autrice del romanzo omonimo, quando ha lavorato vicino ad una famosa direttrice dell’edizione americana di Vogue. Diventa assistente della Streep una ragazza umile e inizialmente ingenua, una Anne Hataiway in splendida forma. Il diavolo veste Prada procede con un ritmo serrato, confrontando le due donne così diverse e mostrando, in un primo momento, un cedimento della giovane al fascino di una carriera ricca di suggestioni. Successivamente, ella si rende conto del cinismo legato alla strada intrapresa e ritorna sui suoi passi. Il film, che nella parte iniziale si presenta, soprattutto, come una commedia divertente, anche grazie all’interpretazione assai umoristica di Stanley Tucci, ben presto si mostra dotato di spessore e in grado di evidenziare, insieme all’efficienza e alle opportunità, anche i pericoli di quel lavoro. La rinuncia della ragazza non è una conclusione che lascia l’amaro in bocca, ma corrisponde al desiderio più genuino dello spettatore, che alla frenetica rincorsa dell’apparire e del lusso preferisce l’onestà dei rapporti e la libertà del mondo semplice dei più.

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