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Italia > Dibattiti

Il delitto Mattarella e il disordine internazionale

di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

Dopo l’importante biografia di Piersanti Mattarella scritta da Giovanni Grasso, l’ultimo lavoro dello storico Miguel Gotor invita ad andare oltre l’archiviazione dell’omicidio nel 1980 del presidente della Regione Sicilia come delitto di mafia. Un viaggio alla ricerca negli ibridi connubi dei poteri occulti, evocati da un’intervista rilasciata nel 1993 dal fratello Sergio Mattarella

La macchina in via Libertà, luogo dell’agguato in cui è stato ucciso Piersanti Mattarella il 6 gennaio 1980 a Palermo ANSA

Massoneria occulta, estremismo neofascista, apparati dello stato deviati e mafie sono all’origine dell’omicidio di Piersanti  Mattarella, il presidente della Regione Sicilia ucciso la mattina del 6 gennaio 1980 mentre si stava recando a messa assieme alla sua famiglia.

È questa la tesi espressa dallo storico italiano di origini spagnole Miguel Gotor che ha interrotto nel 2024 la sua attività di assessore alla cultura del Comune di Roma per concentrarsi nella redazione di un lungo testo assai documentato, con circa un centinaio di pagine di note che Einaudi si ostina a mettere alla fine del volume, preparato da un lavoro di approfondimento che dura da anni.

Una foto d’archivio di Piersanti Mattarella. ANSA

È stata una scelta, come scrive Gotor alla fine del libro, maturata per un senso di responsabilità verso le proprie figlie, lo stesso giorno in cui ha inaugurato una strada e una piazza  all’interno di un parco romano  dedicandole a due esponenti della sinistra democristiana: l’erede politico di Aldo Moro, cioè Piersanti Mattarella, definito “vittima del terrorismo politico mafioso” e Tina Anselmi, prima donna ministro in Italia e coraggiosa presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2.

È da capire cosa spinga uno studioso che proviene dalla formazione del Pci, confluito nel variegato mondo del Pd, ad interessarsi in particolare delle sofferte vicende di esponenti di quella grande formazione politica di ispirazione cristiana chiamata a gestire l’Italia per oltre 50 anni dopo la caduta del fascismo. Un enorme contenitore di storie assai diverse, tenute assieme tra loro dal necessario contenimento del più grande partito comunista europeo radicato in un Paese assegnato inevitabilmente al blocco occidentale sotto controllo statunitense secondo la spartizione definita nella Conferenza di Jalta del 1945.

Gotor in particolare ha curato le lettere scritte da Aldo Moro durante i 55 giorni in cui fu imprigionato dalle Brigate rosse, dopo il suo eclatante rapimento avvenuto nel 1978 assieme alla strage dei fedeli uomini della sua scorta. Una pagina tra le più oscure della Repubblica che suscita continui interrogativi e alla quale è strettamente collegata, secondo Gotor, la morte violenta di Piersanti Mattarella assieme ad altri eventi delittuosi e stragisti avvenuti nel 1980.

L’interesse dello storico parte da un’intervista rilasciata a La Stampa nel 1993 da Sergio Mattarella, fratello di Piersanti e attuale presidente della Repubblica al suo secondo mandato. In quell’articolo prezioso che capita ancora di trovare nel taglio basso delle pagine interne dei quotidiani, l’allora esponente della componente della ex Dc scissa da quella che aveva optato per il centrodestra, affermò che per comprendere l’omicidio di suo fratello non era sufficiente guardare alla mafia o al neofascismo, ma occorreva «spostarsi a un livello internazionale», guardando in particolare «alla P2 e a dei circoli americani statunitensi».

Ora, se ovviamente l’analisi di qualsiasi caso complesso deve necessariamente prendere le mosse dalla verità processuale consolidata, occorre anche esaminarne le contraddizioni e le lacune, che costituiscono il terreno d’elezione per l’indagine storica.

La ricostruzione giudiziaria dell’omicidio di Piersanti Mattarella è, nella sua formulazione ufficiale, chiara e lineare. La sentenza definitiva identifica i mandanti nella “cupola” di Cosa Nostra, all’epoca dominata dai Corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano. La ragione dell’omicidio viene individuata nell’azione politica di rinnovamento e moralizzazione intrapresa da Mattarella. La sua ferma opposizione alla collusione tra una parte della Democrazia Cristiana siciliana e gli interessi mafiosi, in particolare nella gestione degli appalti pubblici, ne avrebbe decretato la condanna a morte.

Tuttavia, questa ricostruzione contiene un’anomalia, dato che la giustizia non è stata in grado di identificare con certezza gli esecutori materiali del delitto. Un fatto  in netta controtendenza rispetto alla prassi delle inchieste di mafia, dove solitamente è più agevole risalire alla manovalanza criminale che ai mandanti. Questa persistente zona d’ombra suggerisce che il quadro potrebbe essere più complesso di una mera questione interna a Cosa Nostra, in quel 1980 che si rivela un anno cruciale, annus horribilis, per la democrazia italiana. La sequenza di eventi drammatici che lo caratterizza suggerisce l’esistenza di una strategia eversiva coordinata, volta a destabilizzare il quadro politico e istituzionale del Paese. La cronologia della violenza politica è impressionante:

  • 6 Gennaio: omicidio di Piersanti Mattarella a Palermo.
  • 12 Febbraio: omicidio di Vittorio Bachelet, vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, a Roma.
  • 27 Giugno: strage di Ustica, con l’abbattimento del DC-9 Itavia.
  • 2 Agosto: strage della stazione di Bologna, il più sanguinoso attentato della storia repubblicana.

L’analisi del profilo politico delle vittime offre una chiave di lettura fondamentale. Sia Mattarella che Bachelet, già presidente nazionale dell’Azione cattolica, erano figure di spicco della cultura cattolico democratica all’origine del progetto politico di Aldo Moro, assassinato due anni prima, di una collaborazione tra la DC e il Partito Comunista Italiano. Questo progetto era inviso non solo agli estremismi di destra e di sinistra, ma anche a poteri occulti, nazionali e internazionali, determinati a impedire un’evoluzione politica che avrebbe alterato gli equilibri della Guerra Fredda. In questa prospettiva, l’argomentazione secondo cui un uomo della statura politica nazionale di Mattarella sia stato eliminato per una disputa legata all’appalto di sei scuole appare riduttiva e fuorviante.

D’altra parte il nemico più deciso di Piersanti Mattarella, e cioè il suo collega di partito Vito Ciancimino, era definito da Falcone come «il più politico dei mafiosi e il più mafioso dei politici» , garante di rapporti internazionali d’oltreoceano secondo la ricostruzione di Gotor che lo classifica anche come presunto membro dei “Nuclei di difesa dello Stato” e figura centrale nella “Black Gladio“, la struttura paramilitare promossa da Cia e servizi segreti italiani.

L’ipotesi centrale che emerge dall’analisi storiografica di Gotor non è quella di escludere la pista mafiosa o la cosiddetta “pista nera” (neofascista), ma di considerarle come due rette che, a un certo punto, si intersecano strategicamente. Questa tesi si fonda sul concetto di “ibridi connubi”, un’intuizione espressa dal magistrato Giovanni Falcone, che suggerisce una convergenza di interessi in cui gruppi della destra radicale avrebbero potuto agire come braccio armato per conto di una complessa rete di mandanti.

Giovanni Falcone commissionò a Loris D’Ambrosio, magistrato specialista del neofascismo, una relazione fondamentale sul delitto Mattarella, rimasta a lungo secretata, che accertava la pista investigativa risalente al terrorismo nero. D’Ambrosio è stato consigliere di due presidenti della Repubblica, Ciampi e Napolitano, prima di morire prematuramente a causa di un infarto che lo ha colpito nel 2012 nel pieno di una campagna denigratoria scatenata contro di lui con riferimento al processo di un boss mafioso.

Loris D’Ambrosio, definito da Gotor come giurista di eccezionale finezza analitica, ha teorizzato il concetto di “politica mafiosa” intesa come specifica energia dell’Antistato capace di infiltrare i gangli vitali del Paese. La segretezza trentennale di queste analisi ha protetto, secondo lo storico di Roma Tor Vergata, alcuni centri di potere non elettivi, permettendo la stabilità di alleanze trasversali a scapito della trasparenza democratica.

Nella minuziosa ricostruzione operata da Gotor emergono la P2 e altre logge siciliane come crocevia di poteri eterogenei. Viene citata esplicitamente la “Loggia dei 300”, una struttura segreta che riuniva l’alta borghesia palermitana (primari, avvocati, giudici) con al vertice il boss Stefano Bontade. Tale intreccio tra mafia, professioni, alta burocrazia e politica rappresenta un livello di potere occulto che Gotor considera superiore alla stessa P2ma tale rete eversiva non può essere compresa appieno senza allargare lo sguardo al quadro geopolitico internazionale del tempo, che proiettava le sue ombre lunghe sulla scena italiana.

Come sappiamo, la politica interna italiana di quel periodo era profondamente condizionata dalle dinamiche della Guerra Fredda. La decisione del governo italiano, nel dicembre 1979, di accettare l’installazione dei missili Cruise a Comiso, in Sicilia, fu un evento di portata epocale che destabilizzò gli equilibri nel Mediterraneo. Questa scelta si inserì in un conflitto strategico che coinvolgeva attori cruciali, a partire dalla complessa articolazione degli apparati statunitensi che includevano non solo la CIA, ma anche i potenti e meno studiati servizi segreti militari, oltre al Dipartimento di Stato e alla Casa Bianca.

Centrale, inoltre, era ovviamente il ruolo dell’Unione Sovietica, che poteva contare in Italia sul più grande partito comunista d’Occidente, assieme al peso strategico della Libia, stretta alleata dei sovietici e protagonista di una politica di espansione nel Mediterraneo anche in campo finanziario con la presenza rilevante nel capitale sociale della Fiat. Nel testo si parla di un  vero e proprio “partito libico trasversale” presente e attivo in Italia.

In questo scenario si comprende l’importanza cruciale dell’intervista rilasciata nel 1993 da Sergio Mattarella che rimanda alla convergenza di forze che si sono celate dietro i delitti e le stragi.

Funerali Piersanti Mattarella in una foto di archivio ANSA

L’obiettivo comune di questo blocco di potere, secondo quello che emerge dal lavoro di Gotor, era quello di ostacolare con ogni mezzo, inclusa la violenza stragista, l’evoluzione politica del Paese rappresentata dalla linea di Aldo Moro e portata avanti da figure come Piersanti Mattarella.

Tale ricostruzione appare importante oggi nel pieno del caos geopolitico internazionale che coinvolge il nostro Paese come conseguenza della mancanza di quella lungimiranza politica espressa da Aldo Moro e resa impossibile nella sua continuità con l’omicidio di Piersanti Mattarella.

La presentazione del libro di Gotor in tutta Italia permette di arricchire man mano le tessere di un mosaico complesso. Chi scrive ha potuto assistere ad un dibattito che si è svolto a Roma, nel teatro della Cometa, un gioiello armonico posto davanti al Campidoglio, tra l’autore, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, anch’egli storico di professione, Luciano Violante, già magistrato e presidente della Camera, e l’ex ministra dei governi Prodi e Gentiloni, Angela Finocchiaro. Tre esponenti ex Pci che hanno fatto carriera nelle istituzioni e che hanno confermato la fondatezza della tesi di Gotor.

Questi, parlando alla fine dell’incontro,  ha collocato il 1980 con l’omicidio Mattarella come punto di cesura della storia nazionale tra la fase “progressiva ed espansiva” (che va dal 1948 agli anni Settanta), incardinata sul dettato costituzionale e sulla centralità dei partiti di massa, e la successiva “crisi della Repubblica” che non è affatto transitoria ma una condizione strutturale di fragilità istituzionale in cui lo Stato ha ceduto la propria egemonia a centri di influenza opachi. E tutto ciò è avvenuto in forza del fallimento della proposta di solidarietà nazionale che ha permesso  l’affermarsi di relazioni trasversali in grado di minare alla radice la sovranità parlamentare.

Gotor, che è stato senatore dal 2013 al 2018, giunge ad affermare che il potere in Italia è una “foresta” complessa dove la politica istituzionale ha assunto un ruolo residuale, diventando spesso un’espressione patologica (partitocrazia) schiacciata da interessi esterni. Lo storico cita Antonio Gramsci che aveva scritto del  “sovversivismo delle classi dirigenti” per affermare che quando il sistema di potere è minacciato, le élite ricorrono alla rottura delle regole costituzionali.

Le decisioni reali, afferma Gotor, seguono oggi logiche affaristiche piuttosto che ideologiche, e ogni tentativo di riforma radicale innesca una reazione violenta da parte della “foresta”. La tesi di Gotor è molto netta quando afferma che la borghesia italiana è disposta a stringere patti organici con il crimine e a tollerare il sovversivismo delle proprie classi dirigenti pur di preservare il dominio.

La gestione della tensione è stata coordinata, osserva Gotor, da menti intellettuali di alto profilo (psichiatri e criminologi), ciascuno legato a specifici apparati internazionali: la Libia per Aldo Semerari, la Francia per Giovanni Senzani e gli Usa per Franco Ferracuti.

L’intero lavoro di Gotor è inteso a rivendicare l’autonomia della storiografia civile che ha il dovere di porre domande ed essere coscienza critica del potere perché la società italiana riprenda le redini di una reale sovranità democratica

Nel libro, attento a ricostruire con rigore scientifico tutti i tasselli della foresta intrecciata dei poteri occulti, sorprende ad un certo punto la testimonianza che questo studioso rende verso Aldo Moro: «Lo statista democristiano aveva avuto l’innata capacità di guardare in faccia il volto demoniaco del potere, riuscendo però a conservare sino all’ultimo una smagliatura di mestizia nel sorriso, che gli consentiva di trovare sempre (o quasi) un filamento di fede, speranza e carità cristiane». Un bagliore di luce in mezzo a tanta oscurità.

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