Il curato d’Ars, prete d’avanguardia

Nell'Anno sacerdotale, la figura di Giovanni Maria Vianney, patrono dei parroci, è stata indicata da Benedetto XVI come modello.
I tempi erano tristi per la Francia durante il secondo Terrore. A Dardilly, presso Lione, la chiesa parrocchiale era stata chiusa e ogni attività di culto interdetta: lì nacque Giovanni Maria Vianney. Nella prima comunione, celebrata in un casolare di campagna durante una messa clandestina, gli fiorì in cuore il desiderio di diventare sacerdote. L’idea sembrava utopica: era impossibile istruirsi; ma un coraggioso sacerdote, Carlo Balley, aveva aperto una scuola parrocchiale per i candidati al sacerdozio.

 

L’alunno Giovanni era un caso umanamente quasi disperato: aveva più di 20 anni e conosceva a mala pena i primi rudimenti della lettura e della scrittura. Il Balley ne apprezzò il candore d’anima e la tenacia contadina e lo ammise alla sua scuola. Non fu facile per il giovane seguire le lezioni, soprattutto quelle di latino, mentre riusciva molto bene nell’apprendere e nel mettere in pratica le parole del Vangelo.

La tenacia di ambedue ottenne l’impossibile: il 13 agosto del 1815 il Vianney fu ordinato sacerdote, a condizione che restasse sotto la guida del Balley e non esercitasse il ministero delle confessioni. Per i due sacerdoti seguirono tre anni di convivenza meravigliosa.

Quando però il parroco morì, la curia non ritenne opportuno lasciare nelle mani del Vianney la cura di quella parrocchia importante e lo nominò cappellano di un piccolo villaggio con 40 case e 270 abitanti: Ars. Il paesino non brillava certo per santità: c’era ancora fede, ma nascosta sotto la cenere dell’ignoranza religiosa e di una pratica morale discutibile.

Il giovane sacerdote iniziò il suo lavoro mettendo un po’ di ordine nella chiesetta e prendendo contatto con i suoi parrocchiani. Li andava a trovare nelle case e nei campi, conversava su come andava il raccolto e sulla salute degli animali e così rompeva il ghiaccio e costruiva amicizie. In breve tempo conobbe vizi e virtù della sua gente.

 

Gli uomini, costretti dal bisogno più che dall’ideologia rivoluzionaria, la domenica mattina preferivano andare al lavoro nei campi e al pomeriggio affollavano le quattro bettole del paese, tra risse e bestemmie, sperperando i pochi soldi di cui disponevano. Le ragazze non avevano il necessario per sposarsi e non avevano possibilità di imparare un mestiere: sapevano solo pascolare le poche pecore della famiglia e raccogliere fieno per l’inverno. Nei giorni solenni il motivo principale di incontro erano le feste da ballo che si protraevano fino al mattino a lume di candela.

Fu allora che il curato coniò una famosa frase: «Lasciate per 20 anni una parrocchia senza prete e vi si adoreranno le bestie!».

Non tutto era così nero. Don Vianney aveva osservato un contadino che ogni sera, tornando dal lavoro, lasciava gli attrezzi fuori della chiesa, entrava e restava seduto in silenzio per lungo tempo. Un giorno gli si avvicinò: «Cosa fate qui, buon uomo, in silenzio?». Il contadino, stupito per la domanda, gli rispose: «Sto davanti al mio Signore: lui guarda me ed io guardo lui».

Per il “curato” il primo compito era quello di pregare. Se gli uomini erano nelle bettole a bestemmiare, lui era in ginocchio davanti al Santissimo ad adorare e preparare il catechismo per bambini e adulti: il Signore gli avrebbe ispirato le parole giuste, più dei libri. Poi, la penitenza: non era difficile praticarla, perché ad Ars la vita era grama per tutti ed egli, che aveva un po’ di patate cotte e un pizzico di sale, era un uomo fortunato! Per scrupolo aveva aggiunto alcune pratiche un po’ esagerate, che pregiudicarono la sua salute: “eccessi di gioventù”, dirà lui stesso più tardi.

Preghiera e penitenza non erano fine a sé stesse. Vedendo la miseria materiale e morale in cui versavano tante ragazze, creò per loro una scuola, dove trovavano cibo, istruzione e imparavano un mestiere: la chiamò “Provvidenza”. Per gli adulti creò due associazioni: una per le donne e un’altra per gli uomini, impegnando tutti in attività di culto e caritative.

 

Lentamente la fisionomia della parrocchia cominciò a mutare e la fama di quel prete, noto solo per la scarsa preparazione intellettuale, oltrepassò i confini di Ars. Persino nei mercati si udivano contadini che dicevano: «Nessun prete ci ha mai parlato come il nostro curato!». Egli stesso in un momento di entusiasmo si lasciò sfuggire: «Fratelli miei, Ars non è più Ars!», aggiungendo che il piccolo cimitero del paese era pieno di santi.

Si sparse perfino la notizia che ad Ars avvenivano fatti miracolosi: e, in effetti, le conversioni che si verificavano nel confessionale erano di questo timbro. Il Vianney le attribuiva a santa Filomena, ma intanto le persone accorrevano numerose per depositare nel cuore del “santo curato” il fardello dei loro peccati. E anche chi veniva in cerca di guarigioni tornava a casa rinfrancato nello spirito.

Si sparsero pure notizie diffamanti, perché tanti non riuscivano a credere che un prete di campagna, considerato un buono a nulla, potesse operare prodigi. Le male lingue arrivarono al vescovo, il quale ordinò un’inchiesta canonica che portò alla luce l’infondatezza delle accuse e servì per accrescere l’afflusso dei pellegrini ad Ars.

Nel 1845 vi fu mandato anche il famoso Lacordaire che, dopo aver ascoltato la predica del Vianney, gli disse: «Voi mi avete insegnato a conoscere lo Spirito Santo». E il Vianney, dopo averlo fatto parlare in chiesa al suo popolo, commentava con arguzia: «Si dice che talvolta gli estremi si toccano. Questo si è verificato ieri sul pulpito di Ars: si è vista la sublime scienza e l’alta ignoranza». A chi gli chiedeva un giudizio sulla predicazione del parroco ignorantello, Lacordaire rispondeva: «Sarebbe da augurarsi che tutti i parroci di campagna predicassero bene come lui».

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