Il corpo e il limite

Non c'è umanità senza corporeità, senza la dimensione della vita e della morte.
Sanità

Mai come in questi anni in Occidente il corpo riceve cure e attenzioni. Il giro d’affari che ruota attorno alla cura del corpo (prodotti, massaggi, beauty farm, chirurgia estetica, fitness, lampade abbronzanti, farmaci dimagranti, ecc.) è impressionante: circa 15 miliardi di euro annui, per la sola Italia, ed è in continuo aumento.

La cura del corpo sta diventando un vero culto, con i suoi riti, liturgie, templi, sacerdoti. Ma se guardiamo con attenzione a questo fenomeno, ci accorgiamo che la questione è complessa e presenta anche lati oscuri. Innanzitutto la cura del corpo che cerchiamo è soprattutto quella del “nostro” corpo, o di quello dei nostri cari. Dei corpi degli altri ci interessiamo solo se belli, giovani, sani, in forma, attraenti, e se gli altri sono i nostri famigliari.

 Il consumismo, infatti, sta sempre più diventando una religione che promette l’eternità: la mia attuale auto tra qualche mese non sarà più nuova, ma posso acquistarne un’altra identica (e un po’ migliore), con l’illusione di un’auto eternamente nuova. Così con tutti i prodotti, corpo incluso: con le cure, i prodotti, la chirurgia vorremmo sconfiggere il tempo e l’invecchiamento.

Ma prima o poi il tempo della malattia e della fragilità, nostra e degli altri, arriva, e questa cultura non ci aiuta ad affrontarla.

Ecco quindi emarginato il corpo malato, fragile, brutto, vecchio, morto: non si vedono più funerali nelle nostre città. Da bambino sono cresciuto circondato da vita e da morte, che era una dimensione della vita: le nostre case ospitavano la vita e la morte, e si cresceva un po’ riconciliati con essa (con la morte ci si deve riconciliare per tutta la vita).

La stessa assenza del corpo la ritroviamo nei social network (Facebook, ad esempio): se ci si limita ad incontrare persone costruite, virtuali, e non incontriamo invece l’altro con la sua corporeità complicata e ambivalente, queste splendide invenzioni potrebbero portarci alla lunga fuori dall’umano, poiché non c’è umano senza corpo.

È il corpo che dice soprattutto cosa siamo e dove siamo, è il corpo che ci fa distinti e diversi davvero l’uno dall’altra/o, e che chiarisce a noi e agli altri i nostri limiti. Emarginare o venerare il corpo sono dunque due lati della stessa medaglia: l’illusione che si possa vivere bene senza fare i conti con la fragilità e la vulnerabilità nostra e degli altri.

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