Il coraggio di Rosalyn

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Stavo per tornare a New York da Roma quando mi è giunta la notizia che le condizioni di Rosalyn si erano aggravate. Sembrava vicina la sua partenza per l’altra vita. Ho chiesto così a chi le era accanto di riferirle che sarei andata a trovarla in ospedale direttamente dall’aeroporto. Il volo mi era sembrato un’eternità, alla dogana il controllo bagagli non finiva mai, ma alla fine eccomi al Presbyterian Hospital a Manhattan. L’incontro con Rosalyn è stato prezioso. Le sue parole un inno di ringraziamento per una vita ricolma dell’immenso amore di Dio, a cui aveva risposto con fedeltà e costanza. E certo non le mancavano coraggio e amore anche in questo momento. Quando, nel lasciarla, le ho rivolto lo sguardo per l’ultima volta dalla porta, mi ha sorriso con il pollice alzato, a significare il motto della sua vita: sempre su, sempre avanti, sempre uniti. Ricordo come fosse ieri la sera di tanti anni fa in cui ci siamo conosciute. Ero stata invitata ad una cena e stavo spiegando a due giovani interessati alla mia storia cosa mi aveva portato a New York pochi anni prima, quando si era aperto il primo piccolo centro dei Focolari in un appartamento a Manhattan. Rosalyn era seduta lì vicino, apparentemente distratta, ma in realtà – come mi confessò più tardi – non si stava perdendo una parola. “Più andavo avanti a sentire quanto dicevano – ha poi scritto – più mi batteva il cuore in petto. Ora mi viene da pensare a ciò che i discepoli devono aver provato quando, tornando a Emmaus, avevano Gesù che camminava con loro. Mi pare di aver fatto la stessa loro esperienza”. Pochi giorni dopo, facendo visita alle sue nuove amiche in focolare, si è accorta “che Dio mi aveva preparata per quell’incontro, che mi chiedeva qualcosa, mentre io ero riluttante a dirgli di sì per la mia precedente esperienza nel Sud, dove avevo sperimentato razzismo, segregazione e discriminazione “. Ma non era da Rosalyn esitare a lungo, e così si è buttata con tutto lo zelo, la volontà e la passione sua tipica nella nuova avventura: spendersi per quell’unità fra tutti, per cui Gesù aveva pregato. Era il 1963, quando Rosalyn partecipava al suo primo incontro coi Focolari. Lì, sentendo parlare per la prima volta di Gesù crocifisso ed abbandonato come chiave dell’unità con Dio e con gli uomini, ha aderito con tutta sé stessa a questo cardine della spiritualità focolarina. Da qui il suo impegno per costruire sempre ponti con gli altri; impegno che l’ha portata ad invitarci anche nel Nord Carolina, dove si stava preparando un incontro ecumenico. Era proprio il posto dove era cresciuta e aveva sofferto fortemente per il razzismo. La sua esperienza di amore al prossimo avrebbe suscitato una forte impressione sul gruppo dei bianchi episcopaliani. Rosalyn ha poi commentato: “Quando ho detto che io voglio bene ai miei fratelli e sorelle bianchi, ho guardato tutti voi, con cui condivido questa vita di amore scambievole, e ce l’ho fatta”. Lo scopo della sua vita era l’unità. Ecco perché ha esultato di gioia quando nel 1999 un bel gruppo dei Focolari, in prevalenza bianchi, ha preso parte a una marcia organizzata ad Harlem dalla moschea Malcolm Shabazz e dalla Fondazione di Martin Luther King. Rosalyn voleva essere con noi a celebrare il cammino di dialogo iniziato con questa comunità, ma si era rotta un piede. Con mia grande sorpresa però, girato l’angolo di una strada, me la sono vista venire incontro zoppicando. Era rimasta seduta per ore al tavolino di un caffè, in attesa che il corteo passasse. Piede rotto o no, aveva voluto essere presente. Rosalyn è stata anche un’ottima in- segnante. “Avevo pensato seriamente di diventare medico, ma ci sarebbero voluti troppi anni di studio e io volevo aiutare gli altri subito”, e particolarmente la sua gente che le sembrava non avesse abbastanza fiducia in sé stessa. “Ho sempre creduto nei miei studenti: ce l’avrebbero fatta, e ho fatto di tutto perché ce la facessero”. E c’è riuscita: proprio lì, in quel difficile quartiere di New York. La spiritualità focolarina era, secondo lei, quello di cui aveva avuto bisogno per superare l’ostacolo di sentirsi “diversa”. “Il mio grande problema – diceva – è che io sapevo che avrei dovuto amare tutti, cosa per me piuttosto difficile. Così avevo fatto una specie di patto con Dio, promettendogli che, se avessi incontrato qualche bianco, l’avrei lasciato passare indisturbato e, se ne avesse avuto bisogno, l’avrei anche aiutato. Mi pareva di non poter fare di più. Ma quando ho conosciuto il Focolare, ho capito che dovevo amare tutti in Dio. Anche i bianchi”. “Pure nei momenti più bui – continua Rosalyn – ho sentito il suo aiuto. Una persona per cui lavoravo mi faceva veramente soffrire, eppure a fine anno mi ha ringraziato del mio sostegno morale e della mia compassione. Sì, “compassione”, perché sapeva quanto mi aveva fatto soffrire”. Ho imparato tanto da Rosalyn, una che non si è mai tirata indietro davanti ad ogni prossimo, chiunque fosse. Sembrava che non avesse paura di niente e di nessuno, anche se una volta mi aveva confidato il suo timore di parlare di fronte alla gente. “Io non ho nessun problema a visitare e curare un malato, prendermi cura di un bambino, eseguire tre o quattro lavori diversi per aiutare qualcuno, ma non fatemi parlare in pubblico! Mi ci è voluto un po’ di tempo a capire che impegnarmi con Dio comporta spesso fare cose che mai avrei pensato di saper o poter fare!”. Sì, talvolta era difficile, ma diceva: “Quando sbaglio, so che devo rialzarmi, scuotere la polvere e ricominciare! “.

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