Il coraggio di fare centro

Tiro con l’arco per non vedenti? L’esperienza di un’istruttrice e del suo nuovo allievo.
Il coraggio di fare centro

Lo sport riservato ai disabili sta prendendo sempre più piede, in Italia e nel mondo. Dai casi “limite” di Oscar Pistorius e Alex Zanardi, che gareggiano o (nel caso del velocista sudafricano) vorrebbero gareggiare coi normodotati, a campioni del calibro di Fabrizio Macchi, ogni giorno assistiamo a prestazioni sorprendenti anche per il più attento osservatore.

Ma dietro a questi veri e propri fenomeni, il panorama sportivo legato alle persone diversamente abili è caratterizzato da un sottobosco di storie che, una per una, andrebbero raccontate. C’è chi infatti non possiede il talento, la possibilità o la fortuna di ottenere grandi risultati, e nonostante ciò si impegna costantemente per raggiungere il proprio obiettivo. Magari guidato da una persona capace, oltre che di mettere a disposizione conoscenze e abilità, di sostenere e aiutare il nuovo atleta soprattutto da un punto di vista psicologico. E i risultati si vedono.

 

È il caso dell’esperienza che ha visto protagonisti Lucia Ballan Peyronel e Salvatore Militello. Siamo a Gazzada Schianno, paesino alle porte di Varese, e più precisamente all’Isis “J. M. Keynes”, istituto nel quale l’attività sportiva dedicata al mondo della disabilità è attiva ormai da diversi anni. Lucia è istruttrice e arbitro nazionale di tiro con l’arco, Salvatore è un ragazzo di 21 anni, non vedente. Tiro con l’arco e cecità: a prima vista (termine forse un po’ azzardato, vista la circostanza…), sembrerebbe davvero difficile ricavare qualcosa di buono da questa relazione. Al Keynes, però, non sono nuovi a certe sfide: grazie all’impegno della professoressa Caterina De Sario (responsabile scolastica degli alunni diversamente abili) e dei suoi collaboratori, nel corso degli anni i ragazzi hanno potuto conoscere un gran numero di discipline, tra le quali l’equitazione e, appunto, il tiro con l’arco.

«I non vedenti non hanno idea della distanza – sottolinea Lucia Ballan mentre spiega la sua logica di insegnamento –: devono trovarla in loro stessi. Il tiro con l’arco viene utilizzato come strumento di aiuto per le persone disabili, a qualsiasi livello e a tutte le età. Si tratta di un lavoro soprattutto mentale». Ed è su questo, oltre che sulle classiche tecniche di apprendimento, che Lucia ha posto l’accento per motivare Salvatore: «Il mio sport aiuta a concentrarsi e a calmare le emozioni. Esistono due scuole di insegnamento per non vedenti: la prima trae ispirazione dalle discipline orientali, come per esempio lo Zen; io però preferisco affidarmi al metodo del contatto tattile». Così, Salvatore ha conosciuto i ferri del mestiere: dall’arco al paglione al target, tutto in funzione di una più rapida presa di coscienza del contesto in cui si sarebbe trovato di lì a poco. «Non appena me l’hanno proposto, ero un po’ indeciso – racconta il neo arciere –, perché si trattava di un’esperienza nuova per me. Quando poi ho accettato, Lucia mi ha spiegato il funzionamento dell’arco e mi sono trovato subito bene. Pensavo fosse molto più difficile». Talmente a proprio agio che, una volta tastato anche il target, ecco la proposta: «Ma non posso attaccarci le foto dei miei prof?».

Sarà stato il pensiero di colpire qualche insegnante, saranno state le motivazioni e la scintilla scattata con Lucia, ma l’esperienza è subito partita col piede giusto. Prime lezioni con il bersaglio a quattro-cinque metri, poi sempre più lontano fino ad arrivare a dieci-dodici metri di distanza. Risultato? Dieci. Bersaglio colpito, al centro, più di una volta.

 

È lo stesso Salvatore a raccontare le proprie sensazioni in quei momenti: «Bellissimo. Sentivo il rumore della freccia che si stampava sul paglione, anche se non sempre riuscivo a capire se avevo fatto centro o no. Quando poi mi comunicavano il risultato, ero davvero molto contento». E ancor più felice di lui, forse, è stata Lucia: «La cosa più bella per un ragazzo disabile, come per qualsiasi sportivo, è migliorarsi. Il tiro con l’arco permette a tutti di fare sport, perché non c’è differenza tra abile e disabile. Chi lo pratica trova forme di integrazione, quindi il concetto di handicap viene posto in una nuova luce. Vedere Salvatore colpire il bersaglio è stato bellissimo: gli si illuminavano gli occhi. L’esperienza all’Isis di Gazzada si è rivelata di grande arricchimento anche per me». «Quando ancora ci vedevo andavo in bicicletta – incalza Salvatore, ipovedente fino a due anni fa –, poi mi sono limitato alla palestra, che comunque mi piace molto. Il tiro con l’arco però mi ha lasciato delle belle sensazioni: lo rifarei».

La forza dello sport. Quello vero.

 

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