Il Compianto di Raffaello

Ci sono artisti che hanno, immediata, la vocazione alla coralità. Anche in un’unica individualità esprimono un sentimento universale, calato nella storia. In Raffaello questa qualità forma l’essenza stessa della sua arte. Il Trasporto di Cristo al sepolcro – noto come la Deposizione – ne segna una espressione di alta poesia, quando a 24 anni il giovane pittore interpreta la morte di Grifonetto Baglioni, dando voce al lamento della madre Atalanta. Un fatto di sangue, a Perugia, che egli da subito collega alla passione del Cristo. Sempre, nell’Urbinate, infatti il tema della morte e resurrezione del Cristo è affrontato in momenti decisivi della propria vita d’uomo e di artista. Qui, dopo l’esperienza umbra e fiorentina – le citazioni michelangiolesche sono evidenti – si sta aprendo all’avventura romana delle Stanze vaticane. Nel 1520 morrà mentre sta compiendo la tavola della Trasfigurazione, aprendo il cammino alla poesia del sentimento e della storia nell’intera arte europea. C’è, nel Trasporto – splendente dopo il restauro che ha tolto la patina giallastra che lo velava – un afflato corale, una accentuazione emotiva unica, e nuova, nella pittura rinascimentale. Correggio e i pittori barocchi nascono da quest’opera. Raffaello, che ha innato il senso della storia, spartisce la scena in tre tempi, l’uno legato all’altro. Così, al punto nodale del corpo morto del Cristo, delicato e rigido, risponde il gruppo delle dolenti sulla destra e dei trasportatori sulla sinistra. A tutti fa da legame il giovane portato dal vento al centro, ritratto del defunto Grifonetto, il quale unisce la propria morte all’evento della passione del Cristo. Ma è lo spazio che si apre immenso sopra i gruppi a dare luce alla scena. Raffaello ha fortissimo il senso dell’infinito. Si direbbe che anche i suoi personaggi, per quanto carichi di emotività, siano allo stesso tempo dentro e fuori dello spazio, che li comprende e li costruisce. Quella natura, stesa in pennellate morbide, che dalle alture del Calvario precipita verso cieli azzurri e ventosi ha l’eco dei cieli pierfrancescani, ma con un calore nuovo, un amore verso le profondità spaziali che solo chi possiede in sé il sentimento dell’unità del cosmo riesce a trasmettere. In Raffaello ciò avviene con assoluta semplicità. La luce che si irradia da questi spazi percorre ed esalta i colori primaverili, rossi violetti verdi gialli in un susseguirsi di variazioni e di espressioni che sono voci dei sentimenti: preghiera, grido, lamento, sorpresa, assenza di forze (lo svenimento della Madre), un’intera gamma che passa da un volto all’altro, da u n corpo all’altro, in un armonioso avvicendarsi di pieni e di vuoti. C’è tutta la storia umana del dolore, passato e presente: il trasporto del Cristo richiama e rivive in quello del giovane Baglioni, il pathos di duemila anni orsono ritorna nell’anno 1507e in qualsiasi sofferenza. Ma c’è pure la storia della speranza: l’aria primaverile che muove forme e natura è preludio della resurrezione del Cristo e di quella, futura, di Grifonetto. Tutta questa ricchezza di contenuti, Raffaello la esprime con naturalezza, come non ci fosse stato sforzo (ben documentato invece dai disegni rimasti). Ed anche se a qualcuno la tavola può sembrare di un pathos eccessivo ed ancora imperfetta nella fusione dei momenti, la bellezza degli infiniti dettagli e soprattutto la luce che scalda le ombre e purifica i volti, le danno una unità di visione, che solo sostando a lungo, liberi da qualsiasi pensiero, si riesce a cogliere. L’arte di Raffaello infatti predilige la fatica di sopraelevarsi dalla nostra vicenda personale per entrare con lui nella coralità della poesia.

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