Il commissario Manara

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Per ora, è la fiction del momento: in due settimane di programmazione, Il commissario Manara ha raggiunto alti livelli di share: il 23,43 per cento di media, con oltre sei milioni di telespettatori a serata. Alcuni anni fa sarebbe stato un prodotto di medio successo con queste cifre, che impallidiscono di fronte ai numeri dei vari Maresciallo Rocca, Distretto di polizia e quant’altro. Ma oggi non è più così, e il prodotto, inevitabilmente, si presenta di grande successo. La serie è composta da 12 episodi distribuiti in sei serate su Raiuno. Nasce come spinoff, e cioè come elaborazione di una serie di elementi di fondo di una precedente fiction, Una famiglia in giallo, che lascia in eredità all’ultimo nato l’ambientazione e alcuni suoi protagonisti. Di nuovo c’è il commissario Luca Manara, interpretato dall’attore Guido Caprino: jeans, giubbotto di pelle, motocicletta e inseparabili occhiali Ray-ban, Manara è un commissario sicuramente inusuale: trasferito da una grande città alla campagna maremmana, è definito una testa calda dai suoi superiori, per i modi non sempre ortodossi con i quali risolve i casi, un tombeur de femmes, che non farà niente per far cambiare la sua fama e che anzi, visti gli innumerevoli successi professionali nell’acciuffare assassini e delinquenti, diventerà una specie di eroe maledetto, con il quale non sempre si è d’accordo, ma di cui non si può fare a meno. Un misto tra commedia e giallo senza cadute di stile: la serie è ben girata, ha un’ottima fotografia e rimane sempre su una linea orizzontale, positiva, dove anche le storie più crudeli sono narrate con garbo. Forse è da ricercare proprio qui l’elemento di debolezza della serie: lo stampo ibrido tra i generi, che ha fatto i tempi d’oro della fiction poliziesca italiana, in cui Manara si inserisce, non riuscendo però a proporre la novità, puntando invece su elementi oramai inflazionati: i troppi delitti in una così piccola comunità, dove tutti gli abitanti si conoscono e diventano potenziali delinquenti. C’e poi la presenza dell’ispettrice Rubino, che ha avuto una passata relazione con Manara e, guarda caso, viene trasferita anch’essa nello stesso commissariato e la cui zia, interpretata magistralmente da Valeria Valeri, ricorda una vaga Jessica Fletcher, un po’ meno rompiscatole, ma altrettanto inverosimile. Infine, l’estrema arrendevolezza dei colpevoli, che confessano immancabilmente ogni colpa di fronte al commissario che continua a ridere dietro ai baffetti malandrini, incurante dei sonni dei suoi telespettatori.

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