Il caso Yara sfida i pregiudizi

La scomparsa della giovane ginnasta ha aperto una strada di solidarietà, poco battuta dai media.
Yara

Tutta la redazione si augura che quando il lettore si accingerà a sfogliare queste pagine, Yara Gambirasio sia tornata a casa, nel piccolo centro di Brembate Superiore, accolta da una comunità che in queste settimane ha assunto i confini del Paese. Il profilo su Facebook del gruppo ne è la prova: circa 40 mila iscritti da Nord a Sud, con una presenza non indifferente di non italiani. La vicenda della giovane ginnasta scomparsa il 26 novembre, all’uscita della palestra dove si allenava è stata scandagliata dai media in ogni particolare. E dato che non sono bastate le indagini terrestri, ci si è persino rivolti alle sensazioni di veggenti e medium, come se le fiamme delle nostre emozioni andassero costantemente alimentate da nuovi ceppi e paglia secca.

 

I genitori si sono da subito tirati fuori dalla scena, hanno chiuso la tv, e proprio per questo rimangono, almeno per noi operatori dell’informazione pignola, un mistero. Eppure loro hanno continuato a comunicare e a tenere aperte le porte di casa: nessun off limits se a bussare erano i vicini, gli amici, il vescovo, le forze dell’ordine, il postino che insieme a centinaia di missive di solidarietà, portava con sé il carico di una nazione in pena per Yara. Anche i detenuti sono riusciti a evadere le sbarre e ad entrare nel salotto dei Gambirasio, con una lettera che la mamma ha definito «tra le più belle». I volontari non hanno risparmiato forze e tempo nelle ricerche, sfidando il freddo e lo scoramento per gli insuccessi.

 

E poi c’è stata la comunità musulmana. Pesavano su quest’incontro quei titoli da prima pagina che nelle settimane precedenti avevano condannato senz’appello Mohamed Fikri, il marocchino di 23 anni inizialmente accusato della scomparsa e della morte della giovane. Issam Mujahed, imam di Brescia e presidente del Consiglio delle relazioni islamiche italiane, faceva parte della delegazione di dodici musulmani, veneti e lombardi, che si è recata dalla famiglia di Yara. «Potevamo limitarci a commentare le notizie e a chiuderci fra noi, invece abbiamo sentito di dover far qualcosa – ha spiegato Mujahed –, perché facciamo parte della stessa comunità e la scomparsa di Yara addolora anche noi».

Si sono trovati davanti ad una famiglia forte, che sta affrontando con coraggio la tragedia, commentavano all’uscita, particolarmente toccati dall’accoglienza cordiale e serena. Kamel Layachi, presidente del Consiglio islamico veneto, ci ha precisato: «I titoloni ci hanno giudicati come persone, come comunità, prima ancora di un verdetto della giustizia, non così la famiglia Gambirasio». Tutti concordano sulla necessità di trovare il colpevole, italiano o straniero, e sottolineano che «educare alla legalità è un impegno, che ci accomuna tutti, al di là della fede religiosa. E mentre alcune tv speculano inseguendo l’audience, ricordiamo che ci sono genitori in ansia per la figlia». Già, non dimentichiamolo, c’è il dolore di una famiglia: un dolore che va compreso, protetto e, perché no, anche consolato dagli stessi media che talvolta lo spettacolarizzano.

 

Il “Gruppo per trovare Yara Gambirasio”su Facebook ci ha provato con una lettera di Natale: «Vogliamo diffondere ed espandere questo sentimento di solidarietà ovunque perché sia foriero dell’evento che aspettiamo: è il gesto dell’amore di persone che credono ancora che questa storia finisca nel modo migliore».

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