Il carattere di Elena

Ha sconfitto il cancro ed è tornata a sciare. Pochi giorni dopo il suo ritorno in pista un nuovo infortunio. L’energia di una donna che non vuole arrendersi

Ricevo in regalo un libro. Lo apro e poco prima della prefazione leggo questa frase di William Faulkner, Premio Nobel per la Letteratura 1949: «Io credo che l’uomo non si limiterà a sopportare: egli prevarrà. Lui è immortale, non perché unico tra le creature ha voce inesauribile: ma perché ha un’anima, uno spirito capace di compassione, di sacrificio e di perseveranza». Il giorno dopo intervisto la sciatrice Elena Fanchini, 33 anni, da Montecampione di Artogne (Bs), atleta delle Fiamme Gialle e della Nazionale, sorella maggiore di Nadia e Sabrina, pure loro sciatrici, pure loro in azzurro.

Un curriculum di tutto rispetto quello di Elena: medaglia d’argento nella discesa libera ai Mondiali di Bormio del 2005 e due vittorie in Coppa del Mondo nella stessa specialità: Lake Louise e a Cortina d’Ampezzo. Le sue sono parole nette e veloci, tipiche della gente di montagna. «La mia vita è cambiata completamente lo scorso gennaio: alcuni accertamenti avevano evidenziato una neoplasia di basso grado. È stata dura perché la notizia è arrivata poco prima delle Olimpiadi di PyeongChang: è sfumato un sogno. La massa tumorale era piuttosto importante e così ho dovuto affrontare la radioterapia per ridurne l’entità. Il 28 maggio mi sono operata e dopo due settimane l’esame istologico ha confermato che tessuti e linfonodi non erano stati intaccati, ma per precauzione ho affrontato 4 mesi di chemioterapia».

Un racconto “al naturale” quello di Elena, quando ti racconta del suo avversario più grande. «È stata la passione e l’amore per lo sci a tenermi a galla. Quando i medici mi hanno comunicato il referto, sentivo la voglia di superare questo ostacolo per tornare in pista, con gli sci ai piedi. Bisognava reagire: a nulla sarebbe servito piangersi addosso». Carattere, certo, e una mano dal cielo: «Nove anni fa ho perso mia cugina Claudia, eravamo coscritte, molto legate. Avevamo passato 23 anni della nostra vita sempre assieme. Qui è entrata in gioco la fede: pregavo, chiedevo a Claudia una mano per affrontare la malattia e sono sicura che lei da lassù mi ha aiutato».

Zero trucchi, zero segreti, un’unica sola ispirazione che quasi sembra impossibile. «Io e le mie sorelle siamo sempre state abituate a soffrire fin da piccole. Lo sport, gli infortuni, gli alti e i bassi, i sacrifici, alla lunga forgiano il tuo carattere. Per questo è importante che i nostri ragazzi conoscano l’importanza dei valori sportivi». Forse perché il destino è sempre lì, dietro l’angolo con il suo sgambetto impertinente. Elena ottiene l’idoneità sportiva ad inizio novembre e torna ad indossare la maglia della Nazionale. Un rientro lampo perché «anche se affrontavo la radio e la chemio, non avevo mai smesso di allenarmi». La nuova vita riparte dagli Stati Uniti per preparare le prime gare di Coppa del Mondo.

Sulle nevi di Copper Mountain, una caduta compromette il rientro alle gare. Verdetto spietato: frattura del piatto tibiale laterale della gamba sinistra, lesione capsulo-legamentosa laterale del legamento collaterale del ginocchio sinistro, frattura della testa del perone sinistro, frattura della base del primo metacarpo della mano sinistra. Prognosi: 40 giorni di riposo assoluto. «Ora il primo obiettivo è guarire». Capisco qui Faulkner: «L’essere umano non si limiterà a sopportare».

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