Il canto di una vita

Tico da Costa, cantastorie giramondo, e la sua "città colorata".
Tico Titico da Costa

«Sono qui davanti a voi con la certezza che ogni momento presente è il più importante. E questo momento è arrivato sotto la melodia del dolore, una melodia che sostiene il mondo, più forte della stessa musica. Perché ha in sé un mistero salvifico. (…) Non credevo che questo male fosse cresciuto così tanto. È un cancro maligno. Ma siccome io sono “benigno”, già ho vinto questo cancro!».

Con queste parole, Francisco das Chagas da Costa – in arte Tico da Costa, per gli amici Titico – si è congedato a fine luglio, a Verona, dai suoi amici italiani, nel pieno di un tour musicale bruscamente interrotto quando gli è stato diagnosticato il suo male, e prima di tornarsene definitivamente in Brasile, sua terra d’origine, dove è morto il 29 agosto. Avrebbe compiuto 58 anni il 13 novembre prossimo.

Era nato presso le bianche dune delle spiagge di Areia Branca (Natal) nello Stato del Rio Grande do Norte, estremo Nordest del Brasile, in una famiglia povera e numerosissima. Fin da piccolo, ha la musica nel sangue e la chitarra sempre a portata di mano. «Una delle mie prime canzoni – raccontava Tico recentemente – parla di una “città colorata”, dove tutti si amano, senza malvagità, dove la prima e unica regola è l’amore. Un giorno che l’ho cantata, una persona mi ha detto: “Ma sai che questa città esiste già?”. Eravamo a Fortaleza, una cittadina del Nordest brasiliano.

«“Ma dai! Esiste già? E dove?”, ho risposto io. “In Italia. È una città dove vige la legge dell’amore”, ribatte lui (si riferiva a Loppiano, la cittadella dei Focolari, in Toscana – n.d.r.). Il giorno dopo, mi hanno raccontato del movimento. E ho pensato: “Mamma mia, questo fa proprio per me, ho trovato!”».

È il 1969, Tico ha diciassette anni. Prende forma così la sua nuova “avventura” di vita: una scelta che qualche anno dopo lo porterà prima a Recife e poi a Roma, dove trascorre diversi anni ad approfondire e far propria la dirompente spiritualità di Chiara Lubich. Al tempo stesso compone canzoni e incide dischi, conosce e frequenta artisti e cineasti come il maestro Podestà, Irio de Paula e Lina Wertmüller, si esibisce in concerti, ottenendo un’accoglienza insospettata.

La sua musica piena di brio parla dell’amore, della natura e della vita quotidiana. L’atmosfera che generano le sue interpretazioni – è stato detto – «ricorda un mare di onde che toccano dal profondo, fino all’intimo del nostro essere».

A Roma conosce anche Sara, originaria di Asunción, che diventerà sua moglie. Andranno a vivere nella capitale paraguayana. Qui nascono e crescono i loro tre figli Daniel, Lucas e Gabriel. Dopo varie peripezie e non poche difficoltà, si trasferiscono definitivamente in Brasile, in quel Nordest visceralmente, artisticamente e spiritualmente amato da Tico.

 

Quest’estate era tornato in Italia per lanciare, tra l’altro, il suo ultimo stupefacente cd Mar. Iniziato a Trento, il tour musicale prevedeva come tappa finale Roma.

Quando sono andato a trovarlo all’ospedale di Verona, davanti alla sua disarmante naturalezza e incrociando il suo sguardo solare, ho provato un nodo alla gola, e dal cuore e mi è salita una insolita richiesta: avere, come Tico, occhi limpidi e stupiti, un nuovo sguardo dell’anima sulle persone e sulla vita, marchiato dal sigillo indelebile dell’amore, dell’amicizia e della solidarietà.

Tra le parole che custodisco nel cuore ricordo queste, dette con umile consapevolezza: «Non sappiamo quello che Dio vuole da noi. Domani, con Sara, parto per il Brasile, tornerò dai nostri figli, a combattere questo cancro: con molto amore, molto umorismo. Quanti fratelli e sorelle ho “guadagnato”, preoccupati per me, occupati a pregare! Segue la Vita: ci ritroveremo lì tutti quanti, sicuramente».

Francesco Meloni

 

TICO & LA MUSICA

 

Una vita, la sua, passata a pestare le assi maculate d’infiniti polverosi localetti e di teatri blasonati. Una vita passata a cambiar le corde di una chitarra, ululando i propri versi alla luna o a carezzare con una spolverata di note le orecchie dei propri figli e di sua moglie Sara. Tico da Costa era un cantautore come mille altri e come nessun altro. Fin da quando, s’era nella seconda metà dei Sessanta, col nome di Titico aveva iniziato la sua carriera di cantautore giramondo.

Un mestiere sempre in salita, come quello di tutti gli apolidi della musica. Perché lui la sua casa se la portava sempre appesa al cuore, nonostante le sue radici nordestine innervassero ogni nota e ogni parola delle sue canzoni.

Stilisticamente coniugava le suadenze sinuose del bossanova alla poesia e alla saudade dei migliori cantautori brasiliani, l’estroversione mattacchiona dei tropicalisti ad un gusto tutto suo per il cabaret. Cantautore a tutto tondo, epperò quasi antitetico agli snobismi, alle retoriche, e agli intellettualismi di molti colleghi d’alto bordo e di miglior fortuna.

Un musicista di culto o di nicchia, come si definiscono nel nostro gergo quelli della razza sua; del tutto indifferente alla propria marginalità sui mercati, mai schiavo del proprio virtuosismo chitarristico, sempre sicuro che la fatidica svolta fosse dietro l’angolo.

Inutile aggiungere che le sue canzoni avrebbero meritato ben più vaste platee (e non è detto che la fama non arrivi postuma, assicurando se non altro una vita più serena alla sua famiglia). Allo stesso modo va pur detto che Tico ha saputo sempre sopravvivere col proprio lavoro: senza mai genuflettersi ai diktat dei mercati, né rinnegare il proprio sentire, né mendicare qualche data qua e là. In questo senso una carriera perfettamente realizzata nel dover essere di qualunque artista degno di tale nome.

Franz Coriasco

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