Il cancro, la bellezza, la luce

Una donna coraggiosa riflette sulla sua malattia, le persone, Dio, il futuro. 
Donna alla finestra di Salvator Dalì

Avevo 31 anni quando ho fatto una normale visita di controllo. L’ecografia al seno ha individuato un fibroadenoma, non preoccupante, da tenere sotto controllo. Nonostante le rassicurazioni, ricordo che sono uscita dalla visita con la chiara percezione che qualcosa stava per cambiare nella mia vita.
Dopo sei mesi, ho subìto l’intervento per toglierlo e, come di routine, l’esame istologico. Pensavo che la storia finisse lì; infatti non ho detto niente a genitori e fratelli, solo al fidanzato.
Invece inaspettatamente la senologa mi dice: «Scusami, mi sono sbagliata, è un carcinoma maligno, ti devi ricoverare adesso, subito, per l’intervento». Il pomeriggio stesso parlo col chirurgo estetico e con una ragazza della mia età che ha già fatto l’operazione, quindi in pochi giorni la parziale asportazione del seno (quadrantectomia).  Per fortuna i linfonodi non erano intaccati. Poi chemio e radioterapia.
 
Fin dall’inizio ho vissuto quanto mi accadeva come parte del mio cammino, un’opportunità per rimettere a fuoco la vita. Prima di tutto il fidanzamento, che andava avanti ormai da anni. La malattia ci ha costretti a chiarire una relazione in cui ero molto “mamma”, il perno della coppia. Gli ho detto: «Si sono ribaltati i ruoli, sarò io ora ad aver bisogno di una stampella, però non ti voglio obbligare, non so se ce la puoi fare. Fai conto che siamo stati finora in una stanza chiusa, adesso apro la porta e la lascio socchiusa, decidi tu se andare o restare». Lui ha scelto di andare. Non gliene voglio, non era l’uomo giusto. A 31 anni, quindi, mi sono ritrovata sola, ma ho scoperto che l’amore ha forme infinite dove Dio si manifesta. Intorno a me si è subito creata una piccola schiera di amici e colleghi che hanno fatto quadrato, accompagnandomi. In questo ho sentito Dio vicino: pur avendo io fatto la scelta di vivere la malattia da sola, Lui mi ha posto accanto alcuni angeli custodi.
 
Poi è cominciata la chemio. Il difficile non è tanto sopportare effetti collaterali, dolore e nausee, quanto vedere il corpo che si trasforma. Con l’intervento hai già subìto una mutilazione, in più la chemio ti fa gonfiare, ingrassare, perdere i capelli, e questo per una donna giovane non è facile da accettare. C’è poi un momento che non si dimentica: quando te lo dicono non ci credi, ma subito dopo il primo ciclo di chemio, da un giorno all’altro, all’improvviso, i capelli cominciano a cadere a ciocche, per cui ti devi radere. Mi è successo in vacanza con le mie amiche: qualche luccicone da parte mia e loro, poi via. La sera stessa sono uscita. Entrata in una gelateria, mi sono guardata allo specchio e mi sono detta: «Non sei poi così male!». Sono stata reattiva e combattiva da subito, scegliendo di portare in giro la mia testa rasata. Per me era il segno esteriore di quello che stavo vivendo dentro. Qualcuno comunque mi ha rimproverato per la sfrontatezza. Eppure mi sentivo bella: senza capelli venivano fuori altre cose, come per esempio gli occhi. Dopo alcuni mesi sono tornati i capelli. 
 
Negli anni successivi ho vissuto ogni sei mesi lo stress dei controlli col fiato sospeso. Ormai so tutto dei gesti e dello sguardo dei medici. In quei momenti non ho mai pregato chiedendo che non si ripresentasse: solo, ogni volta, un pensiero a Dio. Certi amici, pensando di confortarmi, si congratulavano con me perché il tumore non si era rifatto vivo. E mi sentivo soprattutto la responsabilità di dover io stessa continuamente tranquillizzare chi mi vuole bene.
In quegli anni non ho avuto molte occasioni di incontrare altri uomini, forse perché sono un tipo riservato. O forse perché ho comunicato, inconsciamente, poca disponibilità: fare certe cure significa fare i conti con la sterilità, che i medici impongono per almeno cinque anni, e se possibile per tutta la vita, per paura di malformazioni del nascituro. Dunque, cosa potevo offrire ad un uomo che voleva farsi una famiglia, io, donna a rischio? A volte pensavo, nonostante questo, che, se mi fosse capitata l’occasione giusta, forse mi sarei messa in gioco, ma non l’ho cercata e non è capitata.
 
Dopo altri nove anni, un giorno ho scoperto un bozzo, sempre nello stesso seno, ma in un altro punto. L’ecografia sembrava confermare che si trattava di una cisti. Invece, sei mesi dopo, al controllo successivo, la mano della dottoressa si fermava, insisteva, andava su e giù. Le ho chiesto: «Ci siamo, vero?». Lei ha confermato: «Sì, è ancora più brutto del primo». Ho pianto, ma non subito e non davanti a lei. Questa volta non c’era modo di salvare il seno, la menomazione sarebbe stata definitiva. Anche con la chirurgia estetica, l’idea di dover usare un artificio per passare inosservata mi disturbava molto. Preferirei una società nella quale una donna come me non sia costretta alla sequela infinita di interventi di ricostruzione del seno. Ma non ti lasciano scelta.
 
Dopo l’operazione di nuovo la chemio, con alcune ore di disperazione passate a chiedere a Dio: «Perché proprio adesso, che sto cercando di aprirmi al futuro? Vuoi che rimanga ripiegata su me stessa, donna malata senza opportunità?». È stata una grande tentazione, ma la risposta finale è stata: «No. Dio non può volere una persona schiacciata dal peso della malattia; evidentemente il mio percorso comprende anche questo. Devo continuare sulla strada che ho intrapreso». Di nuovo mi sono caduti i capelli, ma questa volta senza ritorno. Mi sono rassegnata a portare la parrucca, anche se non mi sento vera fino in fondo. Il lavoro è un’occasione di normalità, insieme a tutto il resto, andare al cinema, in vacanza. Ho capito che il mio cancro è come il diabete o l’ipertensione di qualcun altro, devo conviverci. E senza pensieri di morte.
 
Il futuro, inizialmente legato al ritorno dei capelli, lo sto ora separando dall’idea di “perfezione fisica”. Voglio conoscere persone e contesti nuovi, ma così come sono, senza aspettare qualcosa che potrebbe non tornare. Grazie a quello che ho passato, sono ora molto consapevole della vita, di me stessa, del mondo, degli altri. Nelle salette per la chemio di solito sono la più giovane. L’umanità che mi circonda è varia: c’è la signora che si fa accompagnare dal figlio perché ha paura, i familiari che fanno sempre tante domande, i dialoghi sugli effetti collaterali dei medicinali o sulla parrucca. Un piccolo mondo che cerca di normalizzare quello che normale non è. Però in tutti, chi più chi meno, c’è una luce nello sguardo; e quei momenti servono per confortarsi a vicenda, anche chi sembra non trovare proprio un senso nella vita. Chi si perde nella ricerca del perché, infatti, non troverà mai la risposta e neanche la luce. Chi invece si abbandona, con semplicità, sapendo che può fare la sua parte solo fino a un certo punto, mentre il resto è nelle mani di Dio, non sta cedendo le armi, sta dando una marcia in più alla sua capacità di relazione con gli altri.

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