Il buongiorno dello stagista

Le molte domande e le poche risposte dei giovani lavoratori precari.
Il buongiorno dello stagista
La sveglia suona, sono le otto meno venti. Perché, per la seconda volta, lo faccio? Perché per altri quattro mesi, d’estate, invece di andare in montagna, dovrò lavorare gratis? Ma chi li avrà mai inventati gli stage. Certo, servono per entrare in azienda, ci dicono, ma noi lo sappiamo che è solo un trucco per avere manodopera gratis, vero?

 

No, non devo pensare così, questo è il lavoro che voglio fare, e se per arrivarci bisogna fare sacrifici, ebbene sia. In fondo, non è questo il problema, mi dico mentre mi lavo la faccia. Non sono i soldi che non arrivano, anche se fa rabbia sapere che gli stage all’estero sono pagati. Non è nemmeno alzarsi presto, perché si tratta pur sempre di andare a fare qualcosa che mi piace, e che, anche se finirà, rimarrà un’esperienza preziosa. No: è il non sapere, per la prima volta, cosa ne sarà di me.

Certo, è una cosa che succede nella vita prima o poi, penso preparando il caffè; ma non ci si aspetterebbe che capiti dopo anni di sudati studi. Cosa farò tra quattro mesi?, mi chiedo mentre mi vesto. La disoccupata? La precaria? Tutte situazioni che lasciano aperto un punto interrogativo. Il mio fidanzato probabilmente presto troverà lavoro grazie agli studi che ha fatto, vorremmo poter fare un progetto di vita insieme, ma io non me la sento finché la grande domanda sul mio lavoro rimane aperta.

Non mi consola sapere che è così per tanti: il posto fisso non esiste più, ci dicono, è l’era della flexsecurity, ma chissà se qualcuno ha mai capito cos’è. Io vedo solo il flex, non la security. Meno male che ho una famiglia che mi può sostenere sia economicamente che affettivamente, che mi aprirà le porte di casa nel momento in cui dovessi bussare dicendo: «Mamma, papà, sono rimasta con niente in mano dopo tutta questa fatica».

Ma non posso fare a meno di pensare anche ad altri miei compagni. A Martino. Lui, questo, non se lo può permettere: deve andare a caccia di qualsiasi collaborazione, la sua famiglia arriva a stento a fine mese. E Serena: dopo essere stata illusa per ben tre volte che sarebbe stata assunta a fine stage, non ha nemmeno potuto andare a piangere su una spalla amica a casa, perché la situazione familiare è tale per cui la spalla su cui tutti piangono è la sua.

Certo a noi giovani riesce bene la parte degli sfruttati e dei “bamboccioni”; però, pur sapendo che il mondo non si cambia piangendosi addosso, ci piacerebbe trovare qualcuno che ci aiuti a credere che non siamo solo manodopera gratuita. Magari un datore di lavoro che ci dia fiducia, con un contratto a termine che non sia una fregatura, e che, dato che l’investimento più importante è sulle persone, se ce lo meritiamo non ci sostituisca con qualcun altro tra pochi mesi solo per necessità economica.

Non lo so se siamo davvero delle vittime, o soltanto dei vittimisti; ma so che, mentre chiudo la porta di casa, ho già detto di sì ad un’altra giornata in cui dare del mio meglio. Comunque. Per ora, è tutto ciò che posso fare.

C. A. – Treviso

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