Il bello del calcio

Sarti, Burgnich, Facchetti… e la filastrocca, mandata a memoria da quelli che hanno cinquant’anni, si smorza, con un nodo alla gola. E dentro si confondono il dolore e la rabbia, il senso di ingiustizia e la preghiera per una persona per bene che ora nel calcio non c’è più. Facchetti, da calciatore, aveva nobilitato due fasce: quella di sinistra e quella da capitano. La prima l’aveva illuminata con la sua falcata da quattrocentista, ampia, distesa, lo sguardo alto di chi porta la palla senza guardarla, pronto al cross, una manna per il centravanti, o al tiro in porta, una preoccupazione per il portiere. Una smentita vivente di un calcio italiano sotto l’accusa costante di protervia catenacciara. Una sola espulsione in tutta la carriera, per proteste: un gigante buono, come John Charles, ma Charles era un attaccante, lui un difensore. El pica mia, l’è trop bù! non picchia, è troppo buono diceva suo padre agli amici, all’osteria, lui che quando indossava gli scarpini lo chiamavano l’ammazzacristiani. Di questo non picchiare Giacinto ne ha fatto un comandamento. Oggi si ricostruiscono legamenti in frantumi, allora per un infortunio si smetteva di giocare. E questa precarietà sul lavoro influiva sul rispetto degli avversari: non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Facchetti è stato il primo terzino d’attacco della storia del calcio (75 gol in 634 partite), in tempi in cui nessun difensore aveva il coraggio, ed i mezzi fisici, per spingersi di là di metà campo, perché si marcava ad un uomo e, di conseguenza, quando un attaccante segnava si sapeva di chi era la colpa. Fu il mago Herrera a convincerlo a coprire il ruolo di terzino, lui che era nato attaccante. Gianni Brera, che lo ribattezzò Giacinto Magno , lo considerò sempre tale (il mio centravanti privato), ritenendolo sempre troppo stretto nei panni del difensore di fascia, e coniando per lui l’immagine di Ribot ed il menalatte, un purosangue umiliato a tirare il carretto del lattaio. La seconda fascia se l’era meritata sul campo: capitano di pulizia e di forza, capitano sempre a testa alta, capitano onesto e chiaro, mai stanco di lottare, capace di spendersi fino alla fine, trascinando gli altri dietro a sé. Grinta e rispetto: Ho sempre giocato per vincere. Anche da ragazzo, quando si giocava per strada, si giocava per vincere. Non ho mai capito come si possa giocare e non cercare di vincere. Se non ci riesci, va bene, l’importante è sapere che hai fatto tutto il possibile. Uno che si prendeva le sue responsabilità e anche quelle degli altri. Quella fascia non la portava per caso, ma come uno sceriffo porta la stella. Un modo di essere, non un atteggiamento. Sulla prima pagina di una specie di diario che teneva dal ’77 aveva messo una frase di Tolstoj: Più crederemo dipendere solo da noi l’esito delle nostre azioni, più questo sarà possibile. Tenacia e rigore, in uno che non aveva mai nascosto la sua fede. Per questo non suona un’esagerazione la definizione capitano dei capitani dettata per lui dal capitano azzurro Cannavaro. Facchetti era un uomo buono ed onesto, in un mondo in cui le persone ammirate hanno altri attributi. Sono sempre stato del parere che se si deve essere un esempio per gli altri ci si deve anche comportare bene. Quando andavo all’oratorio non bastava essere bravi per giocare in squadra, ci si doveva sempre comportare bene. Poi diventa un’abitudine. Era un uomo buono che ha sofferto vedendo il suo mondo degradarsi: Bisogna fare in modo che gli ideali sportivi ed etici abbiano sempre la meglio su considerazioni puramente finanziarie aveva scritto da poco sul suo diario. Da presidente dell’Inter, in due anni ha fatto in tempo a distinguersi. Aveva accettato quell’incarico con spirito di servizio a quella maglia cui è stato fedele tutta la vita. Da dietro quella scrivania così prestigiosa e carica di responsabilità aveva confidato ad un giornalista: Conosco i miei compiti ed anche i miei limiti. Non ho fatto neanche stampare i biglietti da visita . Orgoglioso e misurato. A chi lo voleva presidente dell’auspicato nuovo corso del calcio italiano, aveva telefonato, per ringraziare, schernendosi, come non s’usa più. È stato un fratello maggiore per i suoi giocatori di cui cercava di capire le mancanze di carattere e di cui raccoglieva con discrezione le confessioni. A tutti offriva i consigli dell’ex-collega, prima ancora che i rimproveri del dirigente: Credo che i giocatori ed il mondo moderno del calcio debbano capire che stiamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità . Chi tra i giocatori dell’Inter lo ha ascoltato? Guardate le pagine dei giornali del lunedì e le pagelle: sono quelli che prendono i voti più alti. Con garbo li giustificava di fronte ai giornalisti amici che erano andati giù duri con il comportamento poco edificante, in campo o fuori, di uno dei suoi giocatori: Bisogna capirli, sono ragazzi. Non sono più i tempi di una volta quando ero calciatore ed i giornalisti erano pochi: c’era anche il tempo di fare amicizia con loro. I divi c’erano, ma al cinema ed alla tv. Adesso è più facile montarsi la testa. Ai nostri tempi andare in prima pagina sulla Gazzetta era un evento per pochi, da festeggiare: adesso bastano due gol o una cavolata, dovete tenerne conto. Ne tenevano conto, ma non era facile non replicare che lui, una cosa del genere, non l’avrebbe mai fatta. Sarà un caso, ma quei difensori rocciosi portavano nomi, ed anche valori, di un’altra Italia: Tarcisio, Aristide, Armando, Giacinto.

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