Il Barocco trionfa a Roma

Dal Giulio Cesare in Egitto di Haendel al recital dei tre “controtenori” la musica del Settecento infiamma la platea del Teatro dell’Opera.
Giulio Cesare in Egitto, regia di Damiano Michieletto. Foto: Fabrizio Sansoni - Opera di Roma

Barocco, che passione. Travolgente, fantasioso, astratto: moderno. Anche enigmatico. Spesso immobile, perché il moto è soprattutto vocale con arditezze canore spregiudicate. Così il concerto dei tre “controtenori”, gli eredi attuali degli antichi “castrati”, l’israeliano Aryeh Nussbaum Cohen – voce incantevole, fresca e potente -,  gli italiani Raffale Pe – notissimo, un mago del virtuosismo –  e Carlo Vistoli – anch’egli voce dai melismi molto belli – hanno cantato arie da Vivaldi ad Haendel, da Vinci a Porpora da Brioschi a Gluck finendo con il Rossini del Tancredi. Rossini, l’ultimo innamorato del canto acrobatico, stellare. Seduzione canora e pubblico acceso.

Nel Giulio Cesare in Egitto del 1724 i tre hanno confermato le loro doti canore e attoriali grazie alla regia tra simbolismo e minimalismo di Damiano Micheletto. Autore non sempre intonato con alcune opere, ma qui intelligentemente ha usato la fantasia barocca del “senza tempo” o meglio del “tempo sospeso musicale” (come negli affreschi del Tiepolo) per rivisitare tra classicità e contemporaneità una storia d’amore nota, tra Cesare e Cleopatra. Fin dalla ouverture Cesare appare avvolto da una ragnatela di filo rosso inestricabile mossa dalle Parche che poi vedremo in scena.

Giulio Cesare in Egitto, Mary Bevan (Cleopatra). Foto: Fabrizio Sansoni – Opera di Roma

La morte sanguinosa è sempre all’orizzonte. Micheletto inscena un ambiente pallido, lunare, latteo come l’arte settecentesca spesso, in cui muove i personaggi in abito attuale come in un thriller politico insieme ad altri classicamente paludati. Pompeo, ucciso da Tolomeo, deve essere vendicato dal figlio Sesto. Perciò Pompeo è quasi onnipresente con il suo fantasma “doppio” che lo segue, lo accompagna (il bravissimo Matteo Munari, di raffinata musicalità e nobile presenza scenica) dovunque, finché il figlio non avrà il coraggio di vendicarlo e di riparare al tentato stupro della madre Cornelia da parte del Faraone.

Giulio Cesare in Egitto. Foto: Fabrizio Sansoni – Opera di Roma

Tutto finisce in bellezza, come usa il ‘700, Cesare incontra Cleopatra, si rappacifica con Sesto, Tolomeo viene ucciso con violenza (troppa, stona col barocco) dopo tempeste furenti. I fili rossi delle Parche verranno alla fine tagliati da Cleopatra in modo che la lieta conclusione venga assicurata e l’amore con l’onore trionfino.

La musica è bellissima nelle arie, nei duetti, nei lamenti e nei furori con assoli meravigliosi anche di strumenti solisti, come il corno. Del resto, l’orchestra risponde sostanzialmente bene alla direzione viva di un esperto come Rinaldo Alessandrini. Il canto vola – le voci femminili sono un valore a parte per freschezza e tenuta, Sara Mingardo (Cornelia), Mary Bevan (Cleopatra) – l’orchestra lo colora, le scene pulsano vita e la regia spettacolarizza la staticità barocca in un dramma amoroso tra nostalgia passione e furore che infiamma il pubblico. Da ripetere.

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