I volti del Nepal

Stralci di un diario di viaggio tra sorrisi e sguardi, miseria e bellezza, vette e pianure, Himalaya e giungla.
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Non volevo scattare foto. Pensavo che non riuscissero a rendere l’atmosfera, i colori, i suoni, i profumi, le voci dell’istante immortalato. Ho iniziato per obbedienza, perché amici e parenti mi avevano invitato a tornare con immagini e ricordi del Nepal che forse nessuno di loro avrebbe mai visitato. Ho scoperto così che l’obiettivo mi permetteva di vedere molto di più del soggetto fotografato: potevo concentrarmi su un particolare e scorgervi, se fossi stata attenta, l’anima. Paesaggi e volti parlano, sussurrano, evocano memorie. Basta saperli ascoltare. Ci vuole tempo e silenzio. E solitudine. Sono partita con questi propositi nello zaino. Niente guide turistiche, un paio di libri, il diario, penne e matite. Volevo cercare i volti del Nepal, gli innumerevoli, contraddittori, inspiegabili volti. Della gente comune, che vive per la strada, lontana dalle vie turistiche e frequentate di Kathmandu e dagli affollati sentieri degli escursionisti. Li ho cercati perdendomi nei dedali fangosi della capitale, lurida, cenciosa, affogata di smog e di rumore 20 ore su 24. Prende vita all’alba, poco dopo le 5, quando iniziano a popolarsi i templi indù e la città si sveglia, ricominciando a fluttuare e a gracchiare inesorabilmente fino al tramonto. Poi la notte, perché non esiste un impianto di illuminazione a Kathmandu e, quando il sole cala, le strade piombano nell’oscurità. Un andirivieni di umanità senza sosta, lento e continuo, come un fiume che scorre. Chi non ha niente, ha tanto tempo, mi è stato detto appena sono arrivata in Nepal. Dopo aver vagato tutto il giorno, si cerca un posto dove passare la notte. Cartoni e coperte per i più fortunati, nulla per molti altri. Li guardo mentre attraverso le strade che mi riportano in albergo, a Thamel, quartiere turistico di Kathmandu, pieno di vita e di negozi di souvenir. Li guardo perdendo l’appetito e il sonno. Non ho risposte alle numerose domande che volteggiano nella mente, si rincorrono e fanno capriole. Questo è il Ne- pal, mi viene ricordato dai nepalesi che interrogo: tassisti, viandanti, amici che ci vivono. Ho cercato questi volti sui monti, tra le magnifiche montagne della valle dell’Everest e dell’Annapurna: nei villaggi, nei rifugi di montagna, nei monasteri tibetani, tentando di ascoltarli e di stare con loro il più possibile. In montagna, i volti si fanno più sorridenti, distesi, gioiosi. Sembra così lontana la sofferenza di Kathmandu. E le domande restano. Decido di fotografarli, perché non mi accontento di non avere risposte e non mi stanco di cercarle. E perché scopro che posso dare un nome a ogni volto, a ogni sguardo. A ogni sorriso, cenno e ammiccamento. È l’unico modo che ho per stabilire – tentare, almeno – un rapporto, senza conoscere la lingua e sapendo di essere solo di passaggio. Chiedo il permesso di scattare. A volte mi chiedono denaro, altre non gradiscono e altre ancora vogliono vedere come è venuta. Spesso le foto rubate sono le più belle: uno sguardo rapito, colto quasi all’improvviso, un gesto abituale, eterno, oppure tenero, delicato, sereno. Mi attirano i sorrisi, gli occhi e le mani, imploranti, sporche, rovinate e fragili. Li fisso minuti interi prima di scattare. Aspetto che non si accorgano, che guardino altrove, che si allontanino. Aspetto, forse, che il loro sguardo si apra a un sorriso, e il cuore alla speranza. Ma spesso non arrivano né l’uno, né l’altra. Allora provo a sorridere loro per prima. Altre volte resto immobile e lascio cadere le lacrime. Non riesco a fotografare.Mi sembra di infliggere un dolore maggiore alla loro dignità tradita e ferita. Sono volti senza tempo, di un’intensità assoluta, unica, pura. Da ricordare, se si vuole. A cui pensare, se si può.

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