I verdoni e Garella

Un tifoso romanista rivive la delusione giallorossa nel campionato italiano di football. Ripensando a irlandesi e scozzesi…
irlanda roma

Erano chiamati “verdoni” i soldati irlandesi accorsi volontari per difendere il papa nell’imminenza della presa di Roma, nel 1870, da parte delle truppe sabaude. Una propensione a sposare le cause perse che ha sempre contraddistinto l’anima ribelle e gaelica dell’isola del trifoglio. Così come il leggendario “Batallòn San Patricio”, formato da quegli immigrati irlandesi negli Usa che, spediti sul fronte del Texas nel 1846, passarono con ardore alla causa del Messico che reagiva alle mire espansioniste del preponderante vicino nordamericano. Trattati come disertori, ricevettero un trattamento crudele da parte degli inevitabili vincitori.

 

Non può sembrare strano, perciò, sotto il sole del pomeriggio domenicale capitolino, vedere regolarmente lo sventolio del tricolore della Repubblica d’Irlanda nella curva dei tifosi romanisti. Come il suggello interiore e irrazionale di chi, fino alla fine e di fronte ad un destino già scritto, crede che qualcosa possa sempre accadere. Come un padre che non può demordere di fronte al figlio che arranca negli studi. Non smette di incoraggiarlo e di amarlo pur di fronte di fronte allo sberleffo dei compagni più scaltri e all’incomprensione dei professori.

 

Sembrano paragoni azzardati eppure, a volte, il fenomeno calcistico aiuta a svelare alcune pieghe nascoste e profonde dell’animo umano. Così non si può ascoltare l’inno cantato dai sostenitori del Celtic senza rimanere commossi. Questa squadra che ha vinto pochissimo, tradizionalmente espressione dell’immigrazione proletaria irlandese in Scozia, suscita una passione che non recede mai e che sembra irrobustirsi nella sconfitta. Allo stesso modo provate a sentire, nello stadio, alzarsi lo strazio amoroso che trasmette l’inno che un giovane Venditti compose in un’epoca in cui la Roma non era grande, ma così veniva appellata. Oppure quell’incitamento irragionevole che continua sempre, anche dopo la sconfitta, che si rivolge, come si dice, solo “alla maglia” .  

 

Possono ben gloriarsi perciò della loro ennesima vittoria i tifosi dell’Inter. Un esito prevedibile. Il frutto di investimenti generosi di un capitalismo illuminato che vuole apparire “perbene”. Si tratta della squadra simbolo, assieme a Juventus e Milan, del miracolo industriale italiano degli anni Sessanta che ha segnato l’immaginario di intere generazioni di italiani. Quasi a oscurare ogni altra tradizione e identità. Eppure queste, rimosse e sopite, risorgono più forti quando, nella costruzione di un carattere ancora imberbe, di fronte all’invito a scegliere la squadra più forte e rassicurante, affiora la decisione contraria inaspettata e imprevedibile. Moto interiore che, a dire il vero, si presenta anche nel tifo per l’altra compagine romana. 

 

Per questo la vera impresa epica, quella che riscatta dalla noia di un copione già scritto, sarebbe stata un’altra. Quella di una squadra che inizia in maniera disastrosa il campionato e poi recupera un distacco stellare che sembrava invalicabile. E, per un soffio, non ci riesce davvero. Ecco cosa attendevano ingenuamente le migliaia di persone che, nonostante tutto, sono andate a Verona. Un viaggio sotto la pioggia di un maggio beffardo. Il ritorno notturno nelle varie periferie della città, rimaste tali ma che potevano trasformarsi, chissà per quanto tempo, in luoghi giubilari dell’evento impossibile. Eppure la città scaligera proprio 25 anni addietro aveva festeggiato l’indicibile: il Verona di Osvaldo Bagnoli campione d’Italia. Il portierone Garella, criticato per la sua tecnica, che riscatta intere generazioni di atleti considerati minori. Va bene, è un’altra storia. Ma serve a far capire che un “Battaglione di San Patrizio” si può sempre rimettere in piedi.  

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