I veleni e le risorse

La riabilitazione postuma di Lucrezia Borgia vede ingrossare le file dei suoi sostenitori. Non si può dar loro torto: nel contesto del dibattito italiano sulla giustizia, la celebre esperta in veleni farebbe la figura di una ignara educanda. Qualunque cosa succeda nel mondo, non passa una settimana senza che esploda un conflitto riguardante il sistema della giustizia italiano. Ultimamente è stato reso noto l’ennesimo record italiano: il nostro paese è quello più condannato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo; su 3.500 casi pendenti presso la Corte, 2.424 riguardano l’Italia. Condannato 325 volte nel corso del 2002, il nostro paese si è distinto, finora, per l’abitudine di non dare applicazione alle sentenze europee. La maggior parte dei procedimenti si riferisce alla lunghezza dei processi, al fatto, cioè, che i cittadini italiani non ricevono giustizia in tempi umanamente accettabili. Non è solo questione di buona volontà: l’Europa segnala infatti l’esistenza di problemi strutturali nella giustizia italiana. La buona volontà entra invece in campo quando ci si chiede il motivo di tanta lentezza, e si scopre che gli italiani, che pure godono fama di grande buon umore, sono fra i popoli più litigiosi del mondo: nel 2002 si sono iniziate 2.849 cause civili ogni 100 mila abitanti; e i delitti commessi nell’anno, informa il giudice Caso, ammontano a 2.993.297. Sempre nel 2002 la magistratura ha definito 1.807.463 cause civili e 5.858.526 cause penali; le cause civili ancora pendenti alla fine dell’anno, continua Gianni Caso, erano però 3.133.371, e 5.721.653 quelle penali: e questo per semplice fatto, commenta il giudice, che i nuovi processi e cause che sopraggiungono ogni anno sono in numero pari, se non superiore, a quelli conclusi; a tutto ciò fanno fronte 8.500 magistrati, suddivisi tra le diverse tipologie di processo e tra i diversi gradi di giudizio. Ciò che più mette tristezza è il crescere della consapevolezza che esistono le possibilità concrete di accordarsi sulle cose fondamentali. L’articolo di Adriano Pischetola, ad esempio, sottolinea che la riforma della giustizia minorile proposta dalla maggioranza recepisce esigenze giuste: è stata bocciata per alcuni precisi difetti che risultano superabili; si potrà rimediare, certamente, introducendo le modifiche che da più parti sono state segnalate: ma perché non si è arrivati prima ad un accordo? L’impressione è che il clima di scontro rovini le migliori intenzioni di tutte le parti in causa. Ritorna in evidenza un principio mai abbastanza ribadito: le regole, per il funzionamento della democrazia, non bastano. Ci vuole anche un clima di fiducia, una convinzione che ciò che unisce è più di ciò che divide, senza i quali la democrazia si blocca. Le regole, infatti, presuppongono un clima di collaborazione e fraternità che è sostanza e non optional della democrazia: se viene meno, la politica non riesce a raggiungere i propri scopi. C’è, fra i politici, chi vorrebbe una magistratura addomesticata e ubbidiente? Probabilmente sì, ma è una esigua minoranza in entrambi gli schieramenti. Leggendo gli interventi di Gianni Caso e Nitto Palma, ci si rende conto che, ad esempio, è possibile evitare la separazione delle carriere dei magistrati, garantendosi così dal pericolo di una loro subordinazione al potere politico, introducendo dei correttivi all’attuale facilità di passaggio dal ruolo di pubblico ministero a quello di giudice. Analogamente, è possibile mantenere l’obbligatorietà dell’azione penale, stabilendo più precisi criteri per la scelta delle cause da promuovere, togliendo al singolo magistrato l’eccessiva discrezionalità di cui oggi può servirsi, decidendo, di fatto, di perseguire qualcuno e di ignorare i reati di qualcun altro. E ancora: un più efficace e credibile controllo professionale da parte di organi della magistratura sull’operato dei singoli magistrati, in modo da perseguire gli errori compiuti per incompetenza o malafede, toglierebbe ogni giustificazione, ai politici, di intervenire per condizionare i magistrati. E così via. Ma, appunto, ci vuole una maggiore fiducia reciproca, che diminuisca l’ipersensibilità che, oggi, agisce come pregiudizio negativo per ogni atto compiuto dalla “controparte”. La fiducia non è una “cosa” che si possa produrre e comprare; è un bene “relazionale” che scaturisce dalle decisioni personali, dalla volontà costruttiva con la quale ciascuno di noi vive la propria vocazione pubblica: quella del politico, come quella del magistrato e del cittadino.

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