I tartufi tra noi

Diciamolo subito: Il Tartufo di Carlo Cecchi è uno spettacolo godibile, ben confezionato. Fila liscio in maniera chiara. Il cast di attori è di buona fattura. Fra questi, oltre allo stesso Cecchi, Valerio Binasco, Licia Maglietta, Iaia Forte, Angelica Ippolito. Cecchi serve il testo giocandoci, come fa sempre. Ma non ci provoca. Non ci scuote. Non lo macina a tal punto da restituircelo nuovo, utile, con quella sensibilità che rimescoli le forme della tradizione, come fece, ad esempio, Toni Servillo in un memorabile allestimento rendendo il protagonista un personaggio pubblico, oggetto di dibattito, con gli spettatori fronteggiati su due tribune. Il personaggio di Molière, sappiamo, è un pezzente raccolto dalla strada dalla pietà del ricco e frescone Orgone che, sedotto dall’immagine dell’asceta penitente e santo, lo insedia nella sua casa a dispetto dei suoi famigliari. Dietro quella fascinazione sordida, però, si nasconde un ciarlatano spudorato, un cinico profittatore che tenta la scalata sociale sfruttando i mezzi politici e religiosi di quella stessa società. Arriverà pure a insidiare la moglie del suo benefattore, il quale, credulone fino all’ultimo, lo farà erede di tutti i suoi averi. Il lieto fine, con l’arrivo del Re che salva la famiglia dall’esproprio dei beni da parte di Tartufo, vedrà gli attori di Cecchi schierati in proscenio e cantare: a ricordarci che siamo nel teatro, il luogo dove la verità può essere detta, e dove il gioco delle parole sembra svelare l’insofferenza per la finzione. Se Tartufo è un demone o una vittima lo deciderà lo spettatore. Cecchi fa risaltare il nascondersi dietro un sipario trascinandolo più volte in avanti (per origliare e smascherare le trame del suo protetto) per ribadire che siamo dentro una rappresentazione. Ma l’effetto di teatro nel teatro non è tale se non ci viene reso più evidente da altri segni registici lungo tutta la commedia. Il nero delle pareti della scena – con solo un tavolo e delle sedie – permette di non distrarsi dalle parole e dai gesti, dalla leggerezza pungente e farsesca del testo (nella ritmata traduzione di Cesare Garboli) che rivela categorie morali sempre attuali. Vi si può ravvisare la natura del politicante, il desiderio di potere combinato a una vocazione servile, la falsa religiosità e il pericoloso misticismo. Ma uscendo mi sono venuti in mente comportamenti di persone che, senza arrivare agli eccessi perversi del Tartufo molierano, di esso hanno certe abitudini. A ben guardare di tartufi se ne annidano molti, velatamente, in mezzo a noi, di qualsiasi ambiente del consorzio umano. Sono suadenti opportunisti, calcolatori silenziosi, arrivisti; devoti, più che della fede, del proprio ego e delle proprie ambiziose voglie; che vivono per abito preso di menzogne e di doppiezze; che elargiscono sorrisi di facciata, parole ammalianti e ben espresse, colorando di spirituale ogni loro gesto, preoccupandosi – con calcolato distacco – che sia ben visibile agli altri in modo che questi ne possano tessere le lodi. Per poi rivelarsi in realtà meschini e doppi. Sono i finti umili, i falsi offesi, specchio di una collettività dove si premiano i furbi e gli scaltri. E allora ben venga un altro Tartufo se serve a smascherarci. E, forse, una volta scoperti, poter prendere atto degli sbagli e, umilmente, provare a cambiare.

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