I suoi primi cinquant’anni

Mezzo secolo. L’hanno festeggiato in tanti questo compleanno: chi esaltandone la rinnovata freschezza, chi commemorandone gli antichi fasti, chi trovando conferme della sua imperitura potenza. In realtà, il signorotto in questione sembra possedere tutte le contraddizioni della sua gioventù ma anche molte caratteristiche dei suoi coetanei: un pizzico d’arroganza e prosopopea, un po’ di pancetta mascherata sotto la consueta baldanza giovanilista, una gran voglia di dimostrare a tutti d’essere ancora in gran forma. Una cosa è certa: il rock c’è ancora. Nonostante l’abbiano dato per morto infinite volte (alla fine dei Cinquanta, quando tramontò il rock’n’roll, alla fine dei Sessanta nel fango di Woodstock, verso la metà dei Settanta con gli eccessi della decadenza e del gigantismo del business, e all’alba del nuovo millennio con l’avvento di Internet). E invece questo gattone dalle sette vite continua a far parlare di sé, reinventandosi e riciclandosi, talvolta con sapienza, più spesso aggrappandosi pateticamente al passato. L’indole ribellista è sopravvissuta soprattutto nei suoi fruitori, il mito dell’adolescenza perenne nei suoi protagonisti. La maggioranza dei sopravvissuti dell’era aurea sono miliardari imbolsiti e brizzolati, alcuni – come Dylan, Mc Cartney, Jagger – sono ancora caposcuola imprescindibili, altri vivono di ricordi, altri ancora se ne sono andati davvero, se non altro sfuggendo a certe penose repliche da museo delle cere: Presley, Hendrix, Jim Morrison, Janis Joplin, e giù giù, fino a Syd Vicious e Cobain hanno contribuito non poco a certa mitologia maudit tanto cara alle centurie degli irriducibili. Epperò non v’è dubbio che da quell’indimenticabile Rock around the clock apparsa come un fulmine a ciel sereno nella primavera del 1954, la musica popolare non sarebbe stata più la stessa. Una rivoluzione in verità più sociologica che stilistica, perché il rock fu semplice e perfetta colonna sonora di un paio d’inediti di portata epocale, ovvero il progressivo abbattimento delle barriere razziali, e soprattutto la nascita di una nuova categoria umana, i giovani: non più insopportabile limbo pizzicato tra i trastulli dell’infanzia e le ansie dell’età adulta, ma status a sé, così desiderabile al punto da non volerlo abbandonare mai più. Queste sono state le vere svolte, il rock ha soltanto saputo manifestarle: dandole voce, modelli, mercato. Naturalmente ci volle del tempo: al punto che oggi possiamo ben dire che quella canzone sta al rock come il big-bang al pianeta Terra. Ma quel rock che oggi celebriamo è davvero lo stesso che galleggia nelle orecchie contemporanee? Sì e no. Basti pensare all’essenza ormai chiaramente trans-generazionale che caratterizza tanto i suoi protagonisti quanto i suoi consumatori. Del rock primigenio resta l’istintività irregolare e stradaiola che ciclicamente riappare nel codice genetico di molte rock band post- moderne, e soprattutto la geniale e camaleontica capacità di un fenomeno interno al Sistema che tut- tavia consente ai suoi fruitori di sentirsene esterni: la madre di tutte le contraddizioni che hanno trapuntato questo mezzo secolo di storia. Tutto il resto è mutato, si è evoluto o involuto in perfetta sintonia con le realtà sociali circostanti. Così le trasgressioni di ieri oggi fanno sorridere, l’idealismo di un tempo suona teneramente ingenuo, mentre l’isterico susseguirsi delle mode continua a rimbalzarlo tra l’estroversione e l’intimismo; perfino lo strapotere del bipolarismo anglo-statunitense è stato da tempo scalzato da un melting-pot globalizzato e stilisticamente sempre più trasversale, contaminato, imbastardito. Vien da pensare che forse il rock esisterà finché esisteranno i giovani (veri o sedicenti tali), o almeno finché saprà mutare in sintonia con essi. Fino ad ora, pur tra infinite contraddizioni, è riuscito a farlo, e non solo perché c’è un filo che lega gli Stones agli Strokes (giusto per fare un esempio), ma anche perché c’è ancora un indiscutibile codice genetico che accomuna un Presley a un qualunque Eminem. Ma non è detto che tutto ciò prosegua all’infinito. Anzi, da che mondo è mondo, ogni innovazione diventa norma per poi trasformarsi in retroguardia, e infine – nella migliore delle ipotesi- in voce enciclopedica soggetta tutt’al più a cicliche riesumazioni celebrative. Se tutto ciò non è ancora accaduto è forse solo perché stiamo evolvendo più lentamente di quel che crediamo.

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