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Cultura > Arte e Spettacolo

I sei anni di pontificato e il 150° dell’Italia

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

L’annuale concerto per Benedetto XVI è stato offerto dal presidente della Repubblica italiana, che ha ringraziato per il contributo dei cattolici all’unità nazionale

Concerto per Benedetto XVI offerto da Napolitano

Ieri pomeriggio nell’Aula Paolo VI in Vaticano il presidente Napolitano ha offerto il consueto concerto annuale per l’anniversario dell’elezione di Benedetto XVI. Questa volta però la celebrazione si univa all’anniversario dell’unità nazionale, per cui il presidente della Repubblica ha ringraziato pubblicamente il papa per il messaggio inviatogli a suo tempo: un messaggio di leale contributo da parte dei cattolici all’identità nazionale. Ad essa già prima dell’800, hanno contribuito in modo egregio i geni dell’arte, che ieri sera sono saliti con la loro musica sul palco: il veneziano Vivaldi ed il marchigiano Rossini. L’orchestra e il coro del Teatro dell’Opera romano, hanno eseguito i pezzi di musica “sacra” dei due artisti, in omaggio alla predilezione del pontefice per questo genere musicale. La direzione è stata affidata ad un maestro di grande valore: Jesus Lòpez Cobos.

 

Il primo brano è stato il Credo di Vivaldi, anno 1715: una composizione insolita nell’arte del compositore- come in seguito ha notato pure il papa nel suo discorso conclusivo – per la mancanza delle consuete voci soliste e l’assoluta predominanza del coro. Un Vivaldi sereno, pieno di fede sincera – le invocazioni ripetute del Credo, del Crucifixus, dell’Incarnatus – libero da ogni barocchismo e da quella felicità esplosiva tipica del “Prete rosso”, per far posto ad una commozione misurata.

È toccato poi allo Stabat Mater di Rossini (1842). Un altro mondo, una musica “sacra” che sconcertò alcuni a suo tempo (forse anche oggi) per l’alternarsi di momenti drammatici di profonda introspezione ad altri indubbiamente teatrali, con melodie lussuose, duetti melodiosi e in stile “operistico”. La direzione attenta di Lòpez Cobos ha cercato di attutire l’enfasi, ma “l’altro” Rossini, vibrante di gioia di vivere, di colore, è sempre dietro l’angolo. La sua è una musica fortemente emotiva, vitale, anche quando parla della morte e del dolore, come in questo caso.

 

Eppure, se si entra in sintonia – umilmente – con l’anima del compositore non si noteranno stonature fra il testo e la musica, perché la fede di Rossini – come ha poi detto il papa – è “semplice”, come è la natura reale del musicista. Solisti come Maria Grazia Schiavo, Josè Maria Lo Monaco, Antonio Poli, Dmitry Beloselsky e il coro, diretto splendidamente da Roberto Gabbiani, hanno offerto una interpretazione pacata, composta (da sottolineare la mancanza del pletorico “do di petto” del tenore nella sua aria, sostituito da una nota”di testa” come tanto piaceva a Rossini, da parte del tenore Poli).

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