I ragazzi di Tangeri e il palazzo del sultano

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Ogni volta che usciva da casa per recarsi al lavoro, Claude non poteva non notare quei ragazzi che già a quell’ora del mattino stazionavano numerosi sul muretto dall’altra parte della strada, come se non avessero nulla di meglio da fare. Quando rientrava, li trovava ancora lì, per lo più impegnati in un’interminabile partita a pallone sul selciato. Cuori saldi e garretti veloci. Tutto lì. Claude Gamble, francese purosangue, vive a Tangeri. Il lavoro trovato nella ridente città marocchina affacciata sullo stretto di Gibilterra costituisce un’occasione importante per aprire un dialogo con gli abitanti di quel lembo di terra nordafricana, così vicini all’Europa, ed allo stesso tempo così lontani. Come se su quei pochi chilometri, quattordici – tanto è esteso il tratto di mare che separa l’estremo sud della Spagna dall’estremo nord del Marocco – pesi ancora la fama di confine invalicabile tra due mondi. Un dialogo difficile, dunque, reso tale da un passato che sembra lontano, ma che getta le sue ombre inquietanti sul presente. Dopo un periodo coloniale, infatti, di frazionamento territoriale, sotto il protettorato congiunto di Spagna e Francia, solo dal 1956 il Marocco è uno stato indipendente e sovrano, retto da una monarchia costituzionale. Entrando in contatto con la gente del posto – vicini di casa, colleghi di lavoro, negozianti – Claude ha modo di costatare le grandi difficoltà e contraddizioni di questa giovane democrazia, ricca di grandi potenzialità. Un popolo in rapida espansione demografica. Ed anche se l’analfabetismo è ancora diffuso all’interno del paese, la gente ha una gran voglia di apprendere e di migliorare. Tutto questo ha modo di toccarlo con mano anche con i ragazzi del quartiere in cui abita. A Claude stride particolarmente il fatto che debbano arrangiarsi a giocare per strada, mentre dall’altra parte del muro, lungo la stessa strada, proprio sotto la finestra della sua abitazione, si estendono un vero campo di calcio e uno di pallacanestro, in disuso da tempo. Scopre che gli impianti sportivi appartengono a un istituto scolastico italiano, un tempo fiorente. Lo stato italiano, a sua volta, aveva acquistato nel 1912 dal sultano marocchino Moulay Hafid il suo palazzo residenziale, con saloni da mille e una notte, al momento della firma dell’accordo di protettorato con la Francia e la Spagna. Quel palazzo, dunque, aveva ospitato per mezzo secolo la scuola italiana. Claude chiede e ottiene dal console italiano in Marocco l’utilizzo dei campi sportivi per i giovani del quartiere. Di punto in bianco, quasi senza accorgersene, si trova a disporre di un magnifico vivaio di promettenti campioni… tutti da fare, rivestendo secondo il bisogno il ruolo di allenatore o di arbitro, e, in ogni caso, di indiscusso ed acclamato mister, promosso anche lui sul campo. Poche, e piuttosto ferree, le regole di ingaggio. Anzi, in verità, per non creare equivoci – dice – sono ridotte ad una sola: dentro e fuori del campo, l’unica norma è vivere lo spirito di squadra. Ogni atto contrario è sanzionato con un cartellino giallo o rosso, secondo la gravità dell’errore. Sicché, agli inizi, un bravo giocatore che attraversava il campo dribblando gli avversari e segnava, si vedeva rifiutare il suo gol per gioco troppo individuale. Strano modo di allenare una squadra, anche per chi non se ne intende, almeno secondo i canoni più accreditati. Ma i risultati che Claude va snocciolando, e non solo dal punto di vista agonistico, sono la riprova che, almeno con i ragazzi di Tangeri, il suo metodo funziona a meraviglia. Sta di fatto che, ben presto, non una, ma sei squadre vanno ad allenarsi nell’attrezzato campo sportivo dell’ex scuola italiana. Sei squadre di quartiere, che invitano quelle di altri quartieri per partite condotte con questo spirito di gioco e di amicizia. Ma quel che più conta – Claude prosegue nel racconto -, noto che alcuni di loro cambiano veramente atteggiamento. Isham, ad esempio, che in preda alla droga, insultava, a furia di… cartellini è diventato uno dei migliori. O come Said, che mi dice: Da quando gioco con te, sento che sto migliorando. Come mai?. Assieme ad alcuni ragazzi, ha manifestato il desiderio di andare alla radice di questo comportamento, di conoscerne le motivazioni più profonde. È stata una vera scoperta, anche per me, vedere come apprezzassero le grandi idealità della fraternità umana alla luce della loro fede. Un mese prima del suo matrimonio, ha voluto partecipare a Roma all’incontro con i musulmani amici promosso dai Focolari, che provenivano da diverse parti del mondo. È ritornato felice ed entusiasta, con una visione molto aperta sul dialogo. Non sono stati dunque i cartellini rossi o gialli, da soli, a produrre cambiamenti di stile e di mentalità così duraturi. Una mattina – prosegue Claude – esco piuttosto presto da casa. Tornando all’imbrunire scorgo uno dei ragazzi seduto sul muretto Guardo la tua porta – mi dice -: è rimasta aperta quando sei uscito, la serratura si è rotta. Ismael l’ha vista ed è rimasto qui sino all’ora dell’uscita da scuola. Poi ha chiamato Reda, quindi Abdelatif… a fare la guardia sino al tuo ritorno. Tre anni fa, alcuni giovani di Granada e Siviglia si sono recati a Tangeri per una prima partita, toccati dal fatto che dei giovani musulmani avessero come regola sportiva l’amicizia e si fossero aperti al dialogo. Di anno in anno si è ripetuto il torneo, con sempre maggiore impegno ed entusiasmo. Grande è stato il calore dell’accoglienza riservata agli amici spagnoli. Vogliamo mostrare un altro volto delle relazioni tra le nostre culture e le nostre religioni – così si è espresso Reda a nome dei tangerini – e per quanto riguarda le nostre partite, non importa se vinciamo o perdiamo. Importa essere amici. Non sapeva Fran, uno dei giovani spagnoli, come affrontare questo paese nuovo per lui. Ho voluto – così descrive questa sua esperienza – entrare vuoto di me, entrare in punta di piedi per sentire ed apprezzare la loro religione come un dono per me. Gli altri hanno fatto la stessa scelta. Abbiamo trovato una famiglia. Rientrato a Siviglia, la sua città, Dani scrive: Questa mattina sono uscito da casa per sviluppare le foto del viaggio. Le strade mi sembravano strane, avvertivo più vicine a me e note quelle di Tangeri. È curioso come ci possiamo abituare così rapidamente ad una realtà totalmente diversa e come possiamo dimenticarci della nostra quotidianità. Sarà che ci sentiamo a casa là dove ci scopriamo fratelli?.

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