I Mondiali in “officina”

Ènoto a molti miei amici che il Reparto infettivi lo chiamiamo l’officina: ci portiamo il motore alla revisione e poi lo riportiamo a casa. Si sa anche che i miei motori (cioè i miei amici ricoverati) sono praticamente tutti dei propulsori Ferrari ed io sono il loro Jean Todt. D’altronde i Mondiali di calcio vanno preferibilmente visti in compagnia. Perciò abbiamo deciso di vederli insieme. Abbiamo iniziato in sette, capo meccanico compreso, e quando arrivavo tutti abbandonavano il quotidiano isolamento perché la nuova struttura comprende anche un ampio, panoramico soggiorno completamente isolabile con televisore, poltrone e divani: un’attrezzatura meccanica di prim’ordine. Arrivavo annunciando a tutti la ricca scelta di optional: Ragazzi, oggi ci sono coca, pere e canne. Praticamente si trattava di Coca Cola, pere in confezioni succhi-difrutta e canne, cioè cannucce… A queste aggiungevo cioccolato, wafer, dolci in abbondanza e negli ultimi incontri avevo trovato anche birre, rigorosamente analcoliche. Negli intervalli andavamo insieme a farci l’aerosol: ci prendevamo un caffè dall’apposita macchinetta e ci fumavamo con gusto qualche sigaretta. Le partite erano seguite con un tifo che si poteva proprio definire contagioso.. Nella partita contro il Ghana era ricoverato anche un amico ghanese. Molto sportivamente lo avevamo avvisato: Se vinci, ti diamo tante botte che ti cambiamo i connotati. Quando il portiere del Ghana è stato battuto per la prima volta da Pirlo, l’amico ha avuto un attimo di dispiacere, ma poi ha continuato a seguire la partita molto più rilassato. Abitando in centro storico dovevo rientrare immediatamente perché rischiavo di trovare tutti i semafori bloccati dai tifosi. Nella semifinale con la Germania il tifo sulle strade era ovviamente alle stelle. Io amo questo tipo di confusione e mi sono buttato con entusiasmo nell’euforia generale. Quella sera ero particolarmente felice, forse il sorriso mi arrivava alle orecchie. Una bella ragazza mi è saltata al collo e mi ha dato un bacione con lo schiocco. Nella sorpresa e nell’incertezza ho subito ricambiato con pari entusiasmo. Mi stavo chiedendo dove potevo averla conosciuta quando mi ha chiesto: Ma tu come ti chiami?. Da parte mia un attimo di sospensione, poi le ho risposto: Adesso chiamami Felice! Per gli amici sono Frank, ma tu chiamami Happy-Frank…. Nella partita finale, poi, c’era rimasto un solo motore, Renato, ma era importante vederla insieme in officina. Con nostra grande sorpresa ci siamo trovati in tanti; ad un certo momento ne ho contati 15, compresi infermieri e un passaggio veloce del medico di guardia. Personalmente ero tesissimo, desideravo ardentemente che vincesse l’Italia perché ricordavo bene la festa fatta per la vittoria dei Mondiali nell’82. Silenziosamente mi sono trovato a dire : Senti, Signore, non ti prego di farci un miracolo anche per non metterti nell’imbarazzo di dover accontentare noi italiani o i francesi che forse ti fanno la stessa richiesta. Hai capito, eh? Io non chiedo, semplicemente ti ringrazio anticipatamente per la vittoria che sicuramente ci concederai! So per esperienza che la gratitudine è una delle virtù più belle perché dà gioia a chi la dà e a chi la riceve. Se mi concederai la vittoria ti ho ringraziato in anticipo… In caso contrario vuol dire che mi darai una gioia in un altro momento. Sappi bene però che se perdo mi dispiace troppo. Mi sono spiegato? Adesso vedi tu, fai tu. A risultato acquisito posso garantire che secondo me di meglio non poteva fare! Alla fine della partita in sala eravamo rimasti in una decina con una sola donna, un’anziana simpaticissima. L’ho guardata intensamente e le ho intimato: Signora, la devo baciare. Ma no!, ha riposto sorridendo. Guardi, signora, che secondo me lei da giovane era bionda. Veramente sì, ha ammesso festosa. Allora ho ragione io: un vincitore bacia sempre una bionda!. E ci siamo abbracciati con calore. Gli applausi dei presenti erano per la squadra vincente e per noi. Un particolare inedito: avevo portato anche una bottiglia di ottimo spumante tenuta fresca nel frigorifero, perciò con grande entusiasmo abbiamo brindato alla salute di tutti. Sono tornato velocemente a casa ed ho partecipato all’incredibile festa cittadina. Simbolicamente ho sventolato anch’io la bandiera italiana. La mia l’avevo regalata ad un amico in carcere. Ci eravamo accordati che lui l’avrebbe sventolata fuori dalla finestra della cella ed io l’ho salutato da lontano sicuro che il Bene ci lega anche a distanza. Ho telefonato poi ad amici in Mozambico e in Argentina: era proprio una festa mondiale. A mezzanotte ero in piazza quando è squillato il cellulare: era l’amico ghanese che voleva partecipare alla nostra festa congratulandosi con noi. Mi sono commosso. Il mattino successivo ho mandato a 66 persone amiche questo messaggino col cellulare: Ciao, nano, festeggio con te la gioia mondiale di questa notte augurandoci che tutto il mondo sia nella gioia. Happy-Frank ancòra trop cunteint!. Di questi Mondiali mi resta il ricordo e la possibilità di riviverne la gioia. Forse ci sono stati anche momenti di felicità ma sono lampi intensi e fugaci. La gioia è una realtà che può durare. Qualcuno ha detto che dovrebbe essere l’abito del cristiano, del cittadino che vive la fraternità. Ognuno di noi ha vestiti che mette spesso perché particolarmente apprezzati. Penso che l’abito della Gioia dei Mondiali 2006 lo metterò spesso, perché l’abbiamo scelto e confezionato insieme, è di grande qualità perché intessuto di tanti fili d’oro. Nei momenti difficili indosserò quest’abito e lo porterò con umiltà e fierezza.

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