I giorni del Kirchentag

Un grido di giubilo unanime si alza di fronte alla porta di Brandeburgo a Berlino, simbolo dell’unità ritrovata della Germania. Il primo Ökumenischer Kirchentag (convegno ecumenico nazionale dei laici) nel paese della Riforma non è ancora inaugurato, ma quando il presentatore con poche parole tocca i cuori ed i sentimenti delle 140 mila persone radunate al centro di Berlino: “Finalmente arriva il momento tanto desiderato””. Il resto della sua frase non si capisce proprio, coperto da quell’esplosione di gioia. Sì, “il tempo era maturo”. Dopo secoli di divisioni, ma anche dopo gli ultimi cento anni che hanno portato a un sempre crescente avvicinamento, ci voleva finalmente una grande manifestazione comune dei cristiani in Germania. Oltre 200 mila i partecipanti, superiori ad ogni aspettativa: erano presenti più cattolici di quelli che avevano assitito agli ultimi Katholikentag, le giornate dei laici cattolici, e più evangelici delle loro ultime assemblee. Un numero che in sé contraddiceva ogni discorso su un preteso “inverno nell’ecumenismo”. La grande partecipazione dei giovani – quasi il 40 per cento aveva meno di trent’anni – era il segno del loro interesse alla comune testimonianza dei cristiani nel mondo d’oggi. Un altro pregiudizio va corretto dopo l’evento di Berlino: quello che i cristiani nella società moderna non hanno più alcuna importanza. Anzi, sfogliando la voluminosa guida del Kirchentag – con oltre 3200 manifestazioni, discussioni e forum – si poteva notare come i cristiani siano protagonisti molto competenti in tutti gli ambiti della società. La partecipazione del presidente della repubblica, del cancelliere e di al- meno metà dei membri del governo, di personalità del mondo culturale lo dimostra. Non c’era dubbio che questo Kirchentag fosse – come auspicava il suo motto – una “benedizione”. Ma per chi? Innanzitutto per i partecipanti. È stata una grande festa della fede, dove la gioia e la preghiera hanno trovato il loro giusto posto. “È giusto – si chiedeva il presidente del Consiglio delle Chiese evangeliche, il vescovo Manfred Kock – coprire in un tempo di grande insicurezza le nostre miserie con un’atmosfera di gioia?”. La sua risposta era un “sì” deciso, “perché a Berlino la serenità non ha tolto niente alla serietà delle discussioni ed alla qualità spirituale delle liturgie. Serenità e profondità non sono in contraddizione, ma una caratteristica dell’esistenza cristiana”. Grande anche la ricchezza delle espressioni della fede cristiana. 1100 gruppi ed iniziative si sono presentati nella cosiddetta “agorà”, una specie di “fiera cristiana”. Invece di diventare un mercato di stranezze – come qualcuno aveva temuto – questa esposizione esprimeva un ventaglio incoraggiante di tutto ciò che può provocare l’impegno dei laici nella chiesa e nella società. Un arricchimento per i singoli è stato – logicamente – anche l’aspetto ecumenico di questo grande incontro. Con sorpresa di non pochi, però, non è stato il conoscersi tra diverse chiese l’aspetto saliente. Questa fase – in genere – è già stata vissuta. In tutte le manifestazioni che trattavano argomenti di carattere ecumenico si poteva in effetti incontrare un pubblico molto ben preparato e formato. Non c’era da meravigliarsi, basti pensare alle migliaia di iniziative, gruppi e comitati ecumenici che esistono da decenni in Germania e che hanno collaborato per accelerare il raggiungimento dell’unità piena e visibile dei cristiani. E basti pensare alle migliaia e migliaia di coppie miste, famiglie che quasi quotidianamente sono confrontate alla sfida ecumenica. Insomma, c’è un grandissimo “capitale ecumenico” in Germania – lo si poteva notare in questi giorni, ovunque – che aspetta di essere adoperato ancor più per la causa dell’unità. Questo fatto, vissuto in una sorprendente normalità, si è rivelato per ognuno dei presenti di enorme incoraggiamento. Chi aveva espresso il timore che questo evento sarebbe potuto diventare una specie di ribellione del popolo cristiano ha dovuto ricredersi. “Rispetto” è stata una delle parole più usate per descrivere l’atteggiamento generale dei partecipanti. La questione dell’intercomunione, cioè la partecipazione alla comunione di un’altra chiesa – quasi onnipresente nei media – non ha costituito l’argomento principale. Si avvertiva comunque il desiderio profondo di poter celebrare al più presto possibile “la mensa comune”. Questo desiderio non si esprimeva in contestazione, ma in “pazienza impellente”, come diceva Elisabeth Raiser, luterana, una dei due co-presidenti del Kirchentag. Infondata anche la p r e o c c u p a z i o n e espressa da parte di taluni responsabili di chiese sull’equilibrio tra identità confessionale e lancio ecumenico. Il fatto che i partecipanti si potessero immergere nelle ricchezze delle tradizioni altrui, nulla ha tolto al fascino della propria tradizione. Lo si poteva quasi toccare con mano, ad esempio, nelle liturgie delle varie chiese e comunità ecclesiali. Un ultimo aspetto per il quale questo Kirchentag si è rivelato una benedizione per le chiese potrebbe sembrare banale: non si può più tornare indietro, dopo Berlino. Il processo ecumenico – lo diceva il card. Walter Kasper, presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani – è irrevocabile. “L’ecumenismo non è un’aggiunta al cristianesimo, né un hobby di alcuni; l’ecumenismo fa parte dell’identità cristiana”. Una benedizione, infine, questo Kirchentag lo è stato anche per la città di Berlino, come per tutta la società cosiddetta secolarizzata. Con una certa attenzione i media hanno seguito l’impatto di tale evento nella città “più atea” (come l’aveva definita Goethe) della Germania. L’immagine che i cristiani – in un certo senso ormai uniti – davano di sé stessi non aveva nulla di cui vergognarsi: migliaia di persone serene, gioiose e aperte che passavano per la capitale della Germania. Erano – non sarebbe nemmeno il caso di sottolinearlo – come tutti gli altri, con una piccola nota diversa: un certo “tocco di resurrezione” – come forse lo avrebbe definito Nietzsche, il filosofo che 200 anni fa si era lamentato della mancanza di resurrezione sui volti dei cristiani. Al di là delle apparenze esterne, la manifestazione ha dato anche un segnale forte alla società: “I cristiani – così dice il commento finale dei segretari generali del Kirchentag – sono capaci e pronti a coinvolgersi nella costruzione della società”. A Berlino hanno dimostrato quanto abbiano da offrire in una fase in cui in tanti campi si ritorna alla ricerca di valori. Possono essere proprio una benedizione.

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