I discepoli di Gesù

Un brano, tratto dal libro del profeta Geremia, ci introduce in modo esemplare al tema che vorrei qui meditare. Dice così: “Questa sarà l’alleanza che concluderò con la casa di Israele (“): porrò la mia legge loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande” (Ger 31, 33 -34). Questo brano mi sembra racchiudere una sorprendente prefigurazione di coloro che saranno chiamati a diventare discepoli di Gesù. E sintomatico infatti che il vangelo parli di questi non alla maniera dei maestri del tempo (per i quali i discepoli erano semplicemente coloro che, frequentando la loro scuola, apprendevano gli insegnamenti e ne seguivano le dottrine), ma come di coloro che, perché messisi alla sequela di Gesù, hanno la sua legge scritta nel loro cuore, tanto da non dover essere ammaestrati, hanno il Maestro stesso dentro di loro. Essere discepoli di Gesù provoca infatti un cambiamento profondo, radicale, non solo di mentalità, di pensiero, di cultura, ma di sé stessi; significa – per usare una nota espressione di Paolo – “rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera” (Ef 4, 24), un uomo quindi, che pensa e agisce, sì, in maniera nuova, ma che primariamente nel suo essere, un uomo nuovo. È questo l’effetto meraviglioso che il sacramento del battesimo provoca: far sì che l’uomo diventi, appunto, uomo Dio, uomo divino, divinizzato dalla grazia, che è, in lui, sorgente perenne di vita nuova. Un passo del vangelo di Luca definisce in maniera paradigmatica chi sono i discepoli di Gesù e quanto viene loro richiesto. “Siccome molta gente andava con lui, egli si voltò e disse: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro (“). Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”” (Lc 14, 25-33). Queste parole, che Gesù rivolge non solo ai discepoli suoi contemporanei ma a tutti noi, sono davvero molto esigenti: richiedono di “odiare”, cioè di posporre con decisione ogni affetto umano, anche il più intimo e caro, a Dio, perché sia lui a prendere il primo posto nella nostra vita. A tutto ciò potrà non essere estranea la sofferenza: Gesù ce ne rende attenti parlandoci della croce che ciascuno personalmente dovrà portare. Ma è l’amore a lui che richiede tanto, così come domanda lo spogliarsi di quanto uno possiede. Certo, egli non chiede a tutti la rinuncia effettiva, concreta ai propri beni. A tutti però chiede il distacco dalle ricchezze, facendosene dei semplici amministratori; chiede cioè di usare senza egoismo, a servizio del bene della famiglia, della società, di Dio. E ciò implica non condurre una vita lussuosa e dare il superfluo ai poveri; implica, in una parola, comportarsi in modo conforme a quanto l'”uomo nuovo” detta dentro di noi, chiamandoci a divenire parte di quella famiglia divina unita non dal sangue ma dal legame con Gesù, che è più forte di ogni vincolo umano. Un altro brano evangelico lo sottolinea con chiarezza, svelandoci il tipo di parentela che si acquista divenendo discepoli di Gesù. “Mentre egli parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stando fuori in disparte, cercavano di parlargli. Qualcuno gli disse: “Ecco di fuori tua madre e i tuoi fratelli che vogliono parlarti”. Ed egli, rispondendo a chi lo informava, disse: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: “Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre”” (Mt 12, 46-50). Sono sorprendenti queste parole di Gesù. Senz’altro Maria, la madre, era sua discepola, anzi la sua discepola per eccellenza. Qui Gesù però vuole mettere in evidenza che ciò che conta nel Regno di Dio è la parentela nuova con lui, che si acquista mediante la grazia divina. Grazia che è simile ad un sangue divino immesso dentro di noi, che ci cambia, per così dire, sostanzialmente e che è tale da suscitare nel nostro agire comportamenti conseguenti, come quello racchiuso nel comando di Gesù: “Amate i vostri nemici (“). Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5, 44-48). È questo – e non pratiche o appartenenze esteriori – che fa del cristiano un autentico discepolo di Gesù: questo spirito nuovo che l’ideale dell’unità risveglia e porta a pienezza. Riferisce ancora il vangelo che, tra i molti discepoli che lo seguivano, Gesù ne sceglie alcuni – i dodici, gli apostoli – per consacrarli a una missione particolare: trasmettere alle genti il messaggio evangelico, essere le colonne viventi su cui poggerà la Chiesa. Ma, accanto a questi dodici, Gesù ne designa ancora settantadue. Anch’essi facevano parte della cerchia di coloro che volevano vivere dello spirito nuovo da lui portato, essendo pieni di Dio e quindi staccati da tutto; anch’essi volevano vivere da membri della famiglia nuova da lui inaugurata, pronti a collaborare attivamente alla diffusione del suo Regno. La pagina evangelica che parla di loro è unica (cf. Lc 10, 122). La ripercorrerò commentandola brano a brano. “Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi”. Fin da queste prime parole emerge con chiarezza il motivo della scelta di Gesù: i settantadue hanno la missione di andare a preparargli la strada ed Egli li invia a due a due perché possano confortarsi vicendevolmente nella testimonianza del vangelo e sperimentare così l’efficacia della sua presenza fra due o più uniti nel suo nome, come Lui stesso aveva promesso (cf. Mt 18, 20). Inviandoli dice loro: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe “. Questa espressione, che compare anche in Mt 9, 37-38, è una delle più misteriose fra quelle che gli evangelisti attribuiscono a Gesù. Egli, che è Dio, l’Onnipotente, il Redentore universale, affida infatti l’annuncio e l’accoglienza della buona novella a intermediari umani che fungano da tramite fra lui e gli uomini. Non solo: egli, che potrebbe suscitare dalle pietre questi intermediari, attende che essi provengano, a loro volta, grazie ad altri intermediari che preghino Dio di mandarli. È una realtà, questa, che ci fa profondamente meditare. Dio lega la nascita di anime all’apostolato e la conseguente conversione di altre alla nostra intercessione, alla nostra preghiera. È di questa, e non del nostro affaticarci umano, che egli ha bisogno per poter agire e parlare nel cuore dell’uomo. Di più: Dio, che potrebbe illuminare tutti direttamente con la sua grazia, vuole che noi, giunti in Paradiso, possiamo sentirci dire da lui: siete stati partecipi della mia passione e della mia gloria, con me avete redento il mondo. Il testo di Luca così prosegue: “Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”. Quale mistero racchiudono anche queste parole! Molte volte anche noi, dinanzi a un mondo orgoglioso e aggressivo, siamo tentati di difendere i diritti della verità con gli stessi metodi con cui gli altri offendono la verità. Ma non è questo che Gesù chiede ai suoi discepoli. Egli vuole che la loro forza di fronte ai lupi sia quella di essere agnelli. Ovviamente ciò non significa essere imprudenti ed esporsi a pericoli. Gesù stesso, infatti, in un altro brano, esorta a essere prudenti come i serpenti e semplici come le colombe (cf. Mt 10, 16). E ciò vuol dire essere adeguatamente preparati per portare la buona novella, ma si deve fare ciò con spirito di umiltà e di mansuetudine. Del resto – egli lo ha detto -, saranno i miti a ereditare la terra (cf. Mt 5, 5) perché, disarmando, col loro stesso essere, tutti, potranno portare Dio a tutti e così regnare. Il brano evangelico riprende poi indicando i mezzi necessari all’apostolato: “Non portate borsa, né bisaccia, né sandali”. L’avanzare del Regno di Dio non poggia sul possesso di mezzi umani; anzi, tanto più saremo poveri, tanto più saremo quei canali limpidi attraverso cui Dio facilmente passa. I beni, quelli necessari, verranno poi di conseguenza. Dunque, se il seguace di Gesù vuole essere veramente un apostolo, se vuole essere veramente uno strumento atto a portare il Regno di Dio, deve abbandonarsi a Dio, poggiando su lui solo. Questo è il significato più profondo dello spirito di povertà che Gesù chiede a tutti, pur nel rispetto delle condizioni dello stato di vita di ciascuno. Nel testo seguono quindi alcuni avvertimenti. “Non salutate nessuno lungo la strada”. Nella cultura del tempo salutare qualcuno significava non semplicemente rivolgergli un cenno di attenzione e di amicizia, ma fermarsi da lui, mangiare insieme, dormire nella sua tenda. Gesù esorta dunque il discepolo a non attardarsi per via, dimenticando quasi lo scopo del suo andare di città in città, e prosegue: “In qualunque casa entriate, prima dite: pace a questa casa”. Questo semplice saluto, allora abituale, assume qui una particolare densità: portare la pace in quella casa vuol dire portarvi Dio. “Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi”. Sono parole che invitano il messaggero di Gesù al distacco totale. Egli non dovrà fare altro che annunciare il suo Regno, nella certezza che ognuno lo accoglierà al momento opportuno, quello che Dio ha pensato per lui. Non si tratta dunque di fare proseliti, quasi imponendo e costringendo, ma di seguire il piano di Dio, consapevoli che, sebbene egli usi di noi, in realtà è lui che prepara i cuori a corrispondere alla sua grazia. “Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l’operaio è, degno della sua mercede. Non passate di casa in casa”. Come sappiamo, nel mondo antico l’ospitalità era una cosa sacra. Qui Gesù avverte su come il suo discepolo deve accoglierla e viverla. Egli dovrà adattare la propria mentalità all’ambiente nel quale si trova, immedesimandosi con il gusto, le usanze, la cultura del luogo. In una parola, dovrà “farsi uno”. Dovrà, inoltre, fermarsi in quella casa. Gesù cioè raccomanda di non limitarsi a una bella ma dispersiva proclamazione del vangelo, quanto piuttosto di fermarsi là dove un’anima ha accolto la Parola di Dio per coltivarla in profondità, sì che, a sua volta, ella diventi apostola del Regno di Dio. “Curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinalo a voi il Regno di Dio”. L’annuncio del Regno deve essere preceduto, se necessario, da opere di carità, cioè da un amore concreto che è innanzitutto servizio e che – come conferma la nostra esperienza – è ciò che più dispone gli animi all’ascolto. “Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi””. Il gesto, abituale ai tempi di Gesù, non indica disprezzo, ma vuol essere piuttosto un ammonimento d’amore finale a coloro cui è stato fatto l’annuncio perché non rigettino la grazia immensa loro donata. Ma, anche se ciò accadesse, neppure questo dovrà fermare il discepolo che proseguirà altrove nella sua opera di preparare la via a Gesù. “Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato”. Sono, queste, parole sublimi e tremende. Se è infatti vero che, accogliendo qualsiasi uomo, accogliamo Gesù, accogliendo colui che ne è il messaggero, accogliamo Gesù in maniera speciale. E chi accoglie Gesù accoglie colui che lo ha mandato, il Padre, Dio. Parimenti, chi rigetta l’apostolo rigetta Dio. “I settantadue – riferisce infine Luca – tornarono pieni di gioia”. È la gioia di aver visto compiersi miracoli di grazia: “Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome”. E Gesù lo conferma: più il Regno di Dio si dilata, più Satana è cacciato lontano. Eppure – Egli soggiunge – non è neanche il dominio sul demonio ciò che più conta. “Rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli”. E noto che, nell’antichità, il nome designava la persona, l’essenza di una cosa, era quindi espressione di una realtà. I nomi dei discepoli scritti nei cieli stanno dunque a significare che essi sono parte del Regno di Dio, sono figli di Dio. Questo è ciò che più vale. “In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo”. È davvero stupendo l’esultare d’allegrezza di Gesù dinanzi a questi suoi discepoli che, sebbene né colti né scaltri, hanno riconosciuto in lui la venuta del Regno di Dio e se ne sono fatti portatori. È l’esultanza dinanzi alla corrispondenza alla grazia, dinanzi alla sapienza di Dio che va attuando il suo piano d’amore nel mondo capovolgendone tutti i valori. È perciò esultanza che si fa rendimento di lode al Padre, che ha rivelato ai semplici e ai piccoli il suo disegno di salvezza: “Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto”.

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